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Tre Giorni Clero: intervento finale del Vescovo
Testo rivisto ed approvato dall'Arcivescovo

Le linee pastorali 2013-2014

03/10/2013

Introduzione.
Sant’Ignazio di Antiochia alla chiesa di Tralli: Unità sacramentale e unità analogata.
Per iniziare voglio citare un brano di S. Ignazio di Antiochia che con grande probabilità, come dimostrano gli studi al riguardo, ha scritto recandosi a Roma per assumere il Pontificato, quindi molto probabilmente, è stato martirizzato avendo già assunto la responsabilità di guidare tutta la Chiesa. Scrive così alla chiesa che è in Tralli: «Con la vostra soggezione al vescovo, come a Gesù Cristo, voi mi dimostrate di non vivere secondo il mondo, ma secondo Gesù Cristo che è morto per noi, e così avviene che credendo alla sua morte siete preservati dalla morte. È necessario, come già fate, non agire mai senza il vescovo, inoltre bisogna sottomettersi al collegio dei presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo nostra speranza, se in lui vivremo in lui ci ritroveremo; inoltre i diaconi, che sono al servizio del mistero di Gesù Cristo, devono cercare di piacere a tutti, perché non sono semplici distributori di cibi e di bevande, ma sono servi della Chiesa e di Dio».
La questione delle questioni è che la radice della nostra unità è sacramentale, non si può aggirare questo. La radice dell’unità fra il Vescovo e la sua Chiesa, e innanzitutto i presbiteri, non è di ordine naturale: perché è giovane, perché è intelligente, perché è di una certa posizione. Non sono ragioni della carne e del sangue, ma il fatto che ha ricevuto un mandato che costituisce il fondo della sua identità e del suo servizio. Sant’Ignazio fa un’insinuazione poderosa, e ripresa da tanti altri Padri: “Se non vivete l’unità del vescovo come fate a riconoscere nel pane il corpo e nel vino il sangue?”, è la stessa logica. Un uomo, il vescovo, su cui potete dire il bene e il male, è il rappresentante di Cristo non perché lo ha scelto lui, ma perché è stato scelto. Il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo perché si realizza nei loro confronti l’antica obbedienza della Chiesa. Io capisco una cosa, e voglio dirla in anticipo prima di questi anni con voi: è più difficile ora l’unità col vescovo di 40-50 anni fa, perché c’era una obiettiva continuità del sentire ed dell’agire. L’episcopato era un corpo, un “ordo”, diceva Newman, convertitosi dall’anglicanesimo proprio per l’idea di “ordo”. Adesso, come ha detto Benedetto XVI, ci sono tanti ordini nella Chiesa. Ci sono tanti ordini non solo che articolano funzioni diverse, ma che sono competitivi l’uno contro l’altro. L’“ordo” è garantito da una comune disciplina e questa comune disciplina è poi articolata da teologo a teologo, da esegeta a esegeta, da pastore a pastore, ma quello, non dico che si è disintegrato totalmente, ma che è stato fondamentalmente messo alla prova è l’unità; l’unità del sentire e dell’agire. Hanno ragione quando dicono adesso c’è Lei, e dopo chi viene? Non lo so! Certamente il passaggio provoca una prova nella vita della comunità cristiana, anche se normalmente non era così forte nel passato. Allora c’è una grande direttiva da considerare: io vi dico come ho fatto e come intendo fare.
Primo punto: Metterò in primo piano l’essenziale del cattolicesimo.
L’essenziale della nostra esperienza cristiana deve consistere oggi nel mettere in primo piano l’ortodossia e la carità al di là di ogni nostra visione soggettiva e personale.
Io stesso, per quanto senta invece cogente la mia sensibilità e la mia formazione, non metto in primo piano né l’una né l’altra. Lo stesso deve valere per voi quando ascoltate quanti vi sono affidati. Lo stesso deve valere per voi ora che mi ascoltate: non mettete in primo piano la vostra sensibilità e le vostre giuste esigenze, e neanche i pregiudizi positivi o negativi sul Vescovo. Giocatevi sull’essenziale che io vi dico per l’essenziale di cui avete bisogno. Voi avete bisogno dell’essenziale e l’essenziale nella Chiesa non si comunica per l’intelligenza o la cultura, ma “ex auditum”, perché la si ascolta, “non in dialectica complacui salvum facere populum suum ma per stultitiam predicationis”, questa è una riformulazione che sant’Ambrogio fa della ben più nota frase paolina. Allora, io sono e voglio essere il Vescovo di questa Chiesa. Il vescovo di questa Chiesa deve salvaguardare l’oggettività della Chiesa, renderla presente nella sua testimonianza, nel suo Magistero e nella sua vita pastorale. Tutto il resto vien dopo. Ho la mia faccia, la mia storia, il mio temperamento, come ciascuno di voi, ma sull’essenziale possiamo e dobbiamo incontrarci; possiamo e dobbiamo crescere insieme, perché la radice dell’unità è anche la radice della corresponsabilità. Circa il tema della collegialità, io nel segreto della mia coscienza faccio il tifo perché il Papa la perfezioni, ma sia ben chiaro che la collegialità non si fa con degli aggiornamenti di carattere istituzionale. La collegialità è uno spirito che nasce dalla comunione vissuta. Non c’è nessuna struttura che fa nascere la comunione se non il sacramento. Chiarito questo presupposto, ora indico una serie di problemi concreti che offrono in qualche modo, rispondendo a una domanda o ad un’altra, la linea pastorale.
Innanzitutto sul tema dell’evangelizzazione e dell’educazione verterà la Lettera pastorale, molto breve, così tutti la potranno leggere. Sarà pronta prima di Natale, così da poterla utilizzare per le benedizioni delle famiglie.
Sono iniziati alcuni spostamenti di parroci, forse seguiranno anche gli incarichi diocesani appena saranno definiti, perché ad alcuni è stato già detto informalmente, comunque lo comunicheremo in modo adeguato. Voglio soltanto dirvi il criterio seguito: le esigenze della persona e i bisogni della Chiesa.
Per alcuni è stato facile, per altri non così facile, per altri ancora c’è bisogno di un supplemento di tempo e di istruttoria, ma credo che in questo primo giro, almeno le questioni personali più importanti e le questioni parrocchiali più urgenti, troveranno una prima sistemazione adeguata.
Il secondo punto riguarda i laici.
È un problema di consistenza e di crescita del popolo di Dio prima di tutte le legittime articolazioni in cui questo popolo di Dio si articola. Il popolo di Dio ha una sua profondità ed una sua ampiezza più grande di tutte le articolazioni ed a quella io devo innanzitutto guardare, non perché il resto non mi interessi, ma perché il resto ha già avuto una sua accoglienza e un suo cammino; toccherà a me verificare se questo cammino è perseguito adeguatamente.
Intendo valorizzare i laici che intendono fare, soprattutto come esito della rimessa a tema della “Nuova Evangelizzazione”, una esperienza reale di Chiesa, non solo di lavorare per la Chiesa, ma di essere Chiesa. Implicitamente chi, in questi decenni e forse più, ha lavorato per la Chiesa ha fatto anche una grande esperienza di Chiesa. Ora non è più così semplice, perciò dobbiamo essere attenti come pastori, e dico innanzitutto come parroci, affinché questo popolo che si forma, o che si riforma, venga valorizzato come popolo, a cui non solo venga chiesto l’impegno ma che ciascuno abbia la sua accoglienza, per quel che si può, il suo cammino cristiano. È qui allora che la Chiesa “particolare”, ove per particolare intendo la parrocchia, riacquisisce la sua dimensione educativa. Non si educa una massa, si educano delle persone. Anche i momenti più massivi dovrebbero favorire una richiesta personale di partecipare all’evento che hanno intuito, presentito e vissuto nell’incontro generale. La situazione numerica è tale che non possiamo tanto illuderci ma dobbiamo, quali che siano i numeri, battere la strada di una valorizzazione del laicato come popolo di Dio, anche attraverso responsabilità che ci sono offerte, cercando il più possibile di rispettare e valorizzare le inclinazioni, le scelte e le sensibilità. Valorizzare il popolo di Dio nella sua globalità attraverso anche opportune responsabilità, tentando di eliminare il più possibile quella che Paolo ha chiamato la “gelosia”. Ci possono essere tanti “grandi generosi” che adesso sono un ostacolo a che altra gente entri nella comunità, o un ostacolo all’esercizio dell’autorità del parroco che è il responsabile della parrocchia. È il parroco il responsabile e non può nascondersi dietro la famiglia che lo aiuta da tanti anni e che perciò, aiutandolo da tanti anni, fa lei il parroco. Il clericalismo è certamente una tentazione, ma il clericalismo laicale è una tentazione ancora più grande. Il clericalismo viene vinto da una reale comunione ecclesiale, nella quale ciascuno trova la sua funzione ed è aiutato a trovarla. Io sono doverosamente tenuto alla discrezione, non pensate che io stia parlando di san Marino - Montefeltro e neanche di Milano, mi guarderei bene, io sto parlando di alcune situazioni che ho visto e ho patito nella diocesi di Ferrara – Comacchio in questi mesi. Io posso dire che un parroco è stato allontanato, essendo un religioso non è dipeso da me, perché era entrato in equilibri consolidati di potere ecclesiale e l’han fatto fuori. Sono andato a salutarlo per ringraziarlo di quello che comunque come parroco aveva fatto e ho visto che una bella parte della comunità non c’era, identificando il vescovo come il difensore di una parte. Sto dicendo delle cose che possono accadere quasi senza accorgersene che poi quando si vedono è più difficile intervenire perché ormai consolidate. Nessuno può chiedere a voi parroci di rinunziare alla vostra responsabilità. Facciamo degli esempi banali, che banali non sono: non può essere il coro che decide i canti del coro, altrimenti fa il concerto. Se vuol fare il concerto lo faccia, allora mi chiedo: «la Messa è una celebrazione all’interno di un concerto?» La liturgia è responsabilità diretta del pastore che utilizza il canto per la realizzazione della bellezza e della pedagogia della liturgia, perché il canto è fatto per insegnare a tutta la comunità a cantare e per guidare tutta la comunità affinché la partecipazione sia più intensa, più suggestiva ed esteticamente più partecipata. Ma se la comunità viene semplicemente per ascoltare della gente che canta, ditemi voi dov’è la bellezza. Vadano alla Scala di Milano o al Metropolitan di New York o al Regio di Parma, ecc. La sensibilità della guida di una comunità è pastorale, e il punto di espressione di questa pastoralità si chiama parroco, e questo esercizio deve essere fatto comunionalmente. Guardate che questo sembra un particolare, ma poi si cronicizzano certe situazioni che riducono la libertà della Chiesa. La Chiesa deve essere libera di essere un popolo in missione e non deve chiedersi chi è che si offende. La Chiesa ha bisogno di vivere, nel suo piccolo, perciò se son stati dati appartamenti in affitto bisogna che gli affitti vengano pagati; non perché questo autocraticamente è amico del parroco non paga l’affitto, allora lo paghi il parroco. C’è un ordine della vita ecclesiale che si raduna attorno a delle responsabilità vissute adeguatamente. Per le nostre responsabilità ben adempiute aspettiamo il premio eterno. Credo che occorra che soprattutto i pastori recuperino l’oggettività della loro funzione e attorno a questa funzione il popolo venga accudito nella sua unità e nella sua particolarità ricevendo ciascuno quello che è giusto per camminare.
Uno che per camminare sente necessario andare a Messa soltanto la domenica, allora aiutiamolo a che questa esperienza, che comunque la Chiesa ritiene essenziale, possa essere fatta adeguatamente. Non mettiamo le condizioni, come ha detto Benedetto XVI, che debba passare i primi tre giorni della settimana a cercare di dimenticare la predica che ha sentito. La Messa è essenziale, perciò se un cristiano vuol venire solo a Messa, nel momento in cui, seguendo questa essenza educativa, deciderà che può fare la caritativa lo accoglieremo, ma non riempiamolo innanzitutto di cose da fare. Se lo seguiamo nel suo cammino verrà anche il momento del fare, infatti, «non si può conoscere la verità senza desiderare di viverla», diceva san Tommaso d’Aquino, e questo è il fondamento della morale. Quando abbiamo tirato solo sul sesto e sul nono comandamento cosa abbiamo fatto: abbiamo creato una società empia, che ha cominciato a parlare di permissivismo soprattutto per fargliela ai preti che gli avevano reso più triste la vita, forse bisogna cominciare a dirle queste cose. Ci sono stati secoli in cui sembrava che i comandamenti fossero due: il sesto e il nono, ma i comandamenti sono dieci e bisogna cercare di insegnarli tutti e dieci, con la stessa forza, nella loro articolazione. Bisogna avere la preoccupazione che il popolo si formi come un popolo di persone che ricevono la possibilità di crescere e se fanno gli errori bisogna correggerli, non perché ci offendono nella nostra suscettibilità, ma perché si allontanano da una situazione di cammino che è di tutti e per tutti.
In questo senso vi chiedo innanzitutto che pensiate, e poi mi costringiate a pensare, sulla distribuzione dei pesi pastorali, che nella nostra diocesi non sono sempre adeguatamente distribuiti gravando troppo su alcuni. In conclusione di questo punto direi: un laicato guidato autorevolmente dal clero che viene educato e realizza le sue possibilità come può. San Francesco d’Assisi, in una magnifica lettera ad uno dei suoi guardiani, -che sono quelli che poi non l’avrebbero eletto come successore a se stesso nel primo capitolo, e infatti hanno votato Elia da Cortona che a momenti li porta all’eresia,- gli scrive: «Vedi dov’è il tuo errore? Tu pretendi di rendere i tuoi frati migliori di quello che non sono. Devi far compagnia a questa loro povertà e debolezza, perché se Dio vorrà, attraverso anche il tuo aiuto, questa povertà e questa debolezza diventeranno ricchezza; ma se tu li vuoi fare ricchi a forza non servi né Dio né loro».
Terzo punto.
Io non posso, per questioni di tempo, fare formalmente la visita pastorale della diocesi. Certamente ci saranno alcune importanti parrocchie in cui mi recherò per una visita pastorale in senso stretto ma, per me, le Cresime saranno uno strumento privilegiato per incontrare le comunità. Non avranno la lunghezza e l’estensione della visita pastorale, ma certamente potranno prevedere un momento di incontro coi genitori, un momento di incontro con i Cresimandi e, attraverso loro, si potrebbe fare un incontro con i maggiori responsabili della comunità. Per questo si rende necessario che io faccia il più possibile le Cresime. Questo comporta che bisognerà fare la fatica di farle in sette o otto mesi nell’arco dell’anno. Non voglio certamente imporre la mia presenza a nessuno ma certamente non potete pensare alle cresime come se la presenza del Vescovo fosse opzionale. Per il Vescovo la presenza alle cresime è una responsabilità primaria, che nel caso specifico diventa anche una possibilità molto concreta per incontrare nel vivo le comunità. Quindi delegherei Mons. Renzo Benati ad essere punto di riferimento per tutte le richieste delle cresime episcopali. Dove non celebra il Vescovo, vorrei che fosse salvata la dimensione pastorale, per cui farei questa gerarchia: Vescovo, in sua assenza vicario e pro-vicario, poi i vicari di zona, e da ultimo, non di valore, il proprio parroco. Per quanto riguarda la situazione d’emergenza (chiese inagibili), almeno per la città di Ferrara ed anche le realtà limitrofe, come anche per Comacchio, vorrei valorizzare la Cattedrale e la Concattedrale.
Circa la vita liturgica.
La Comunione
“Lex orandi lex credendi”, bisogna fare molta più attenzione alle norme e al Magistero. La liturgia non è primariamente un’assemblea che deve essere verificata secondo i criteri della intensità della vita assembleare. La liturgia, e il vertice di ogni azione liturgica che è l’Eucarestia, è la venuta di Cristo fra i suoi e per questo deve avere come punto di riferimento sostanziale: la presenza del Signore. Così la Comunione, che della liturgia rappresenta un punto fondamentale, attualmente si riceve o in bocca o in mano. Buon senso vuole che, nelle celebrazioni con grande concorso di popolo - ovvero dove la comunione è data a tanta tantissima gente - per semplici ragioni d’ordine, conviene che si favorisca la comunione in piedi e in bocca; certamente sostituendo il gesto dell’inginocchiarsi con un gesto personale di devozione prima e dopo come ad esempio un inchino o una genuflessione. Inoltre è necessario che vigiliate se la comunione viene consumata sul posto dove si riceve e che non venga portata via.
A tal proposito sto valutando di vietare, per la Chiesa Cattedrale e per la Con-Cattedrale, la comunione sulla mano essendomi trovato ad assistere, in più di una occasione, a spiacevolissimi accadimenti.
Le concelebrazioni.
La concelebrazione è un fatto importantissimo di comunione, per cui bisogna che sia dignitosa. Inizia e finisce ad un’ora precisa per cui non credo sia dignitoso che il popolo cristiano veda arrivare i concelebranti in diversi momenti. Chi arriva a Messa iniziata, è meglio che assista e non concelebri: io non mi offenderò…anzi.
L’omelia.
Non è un esercizio di retorica ma è una parte essenziale dell’insegnamento della Chiesa, quindi, si collega al munus docendi: fedeltà a trasmettere quanto abbiamo ricevuto e perciò non caricarla troppo di problemi sociali. Piuttosto approfondire la Parola di Dio. Pertanto io credo che gli interventi che possono essere fatti anche lodevolmente, per esempio dai seminaristi che si preparano al sacerdozio, sono momenti che non sostituiscono l’omelia. Chi presiede tenga un’omelia, magari più corta, dando la possibilità di un intervento in aggiunta, da farsi esclusivamente o al termine della Messa prima della benedizione oppure all’inizio dopo i saluti iniziali, ma non si può dare l’omelia a chi non è ordinato presbitero o diacono.
Se il problema , e mi auguro di no, è la raccolta delle offerte, allora si dia un brevissimo e conciso avviso prima della raccolta.
Canti liturgici.
I canti liturgici esistono per favorire e per maturare la pietà e perciò ho chiesto ad un team della cattedrale di preparare un fascicoletto breve da utilizzare nelle parrocchie. Che sia una sintesi di canti della pietà popolare, di canti tradizionali e attuali, purchè favoriscano la partecipazione alla Messa. Una sana alternanza di canti del popolo e canti dei solisti è una bella soluzione. Non dimenticate il gregoriano, patrimonio della Chiesa, come esorta a fare il Concilio.
Due problemi fondamentali ancora e poi una conseguenza pratica.
Catechesi.
Sulla preparazione dei catechisti giochiamo il futuro della Chiesa. Sul fatto che i catechisti siano messi in condizione di svolgere la loro funzione che consiste nel collegare l’annunzio con la cultura, noi ci giochiamo il futuro, perché ci giochiamo l’inizio della educazione.
Se l’educazione è tendere a formare una mentalità di fede e il cuore della fede, il catechismo è fondamentale per le età in cui viene impartito. Perché noi ricordiamo le cose che abbiamo imparato alle elementari? Perché ci sono state insegnate nel momento più recettivo, dove l’intelligenza è più agile e la memoria più forte. Il catechismo che si insegna bene in quegli anni lì dà la struttura, la “mens” cristiana. Il problema è farlo in modo adeguato ovvero, se non volete necessariamente fare la ripetizione del Catechismo di san Pio X, non può nemmeno essere solo il colorare i disegnini. Non posso amministrare la cresima a quelli che hanno disegnato bene la faccina di Gesù bambino ma a chi ha una conoscenza, certamente adeguata alla sua età, della struttura del dogma. Quindi bisogna formare i catechisti. La catechesi è una direzione chiara che personalizzata dal catechista diventa esperienza di comunicazione educativa. Bisogna darle tutto il tempo necessario. Lo stesso vale per gli insegnanti di religione. Dal punto di vista formativo devono fare quello per cui noi li abbiamo chiamati, che non è l’insegnamento della storia delle religioni, non è l’ecumenismo, perché l’intesa firmata dalla Santa Sede e dal governo prevede che l’insegnamento della religione nelle scuole italiane sia fatta nella forma cattolica. Certamente non sarà solo il Catechismo. Ma che la narrazione della la fuga di Maometto verso Medina sia più importante della transustanziazione, ossia di ciò che avviene nella Eucarestia, mi sembra un indebita sostituzione o riduzione.
Ci sono 60.000 persone della Chiesa cattolica presenti nelle scuole italiane per l’insegnamento della religione. Se fossero 60.000 che sanno quello che devono fare, la gioventù non penserebbe che basta far sesso per socializzare, e non penserebbe che basta bere per socializzare. Occuparmi degli insegnanti di religione subito dopo i catechisti è un impegno che voglio assumermi fino in fondo ed in prima persona.
La cultura.
È una dimensione fondamentale, umana e cristiana, e la Chiesa si occupa della cultura perché si occupa dell’uomo; perché occuparsi dell’uomo senza occuparsi della sua tensione alla verità vuol dire occuparsi di un uomo dimezzato. Per questo cercheremo di valorizzare le strutture esistenti e di prendere iniziative adeguate, eventualmente anche esperienze nuove.In questo ambito non posso non dire che è determinante l’Istituto Superiore di Scienze Religiose. È importante per la Chiesa, in quanto chi vuol fare un cammino di coscientizzazione trova lì i momenti, gli strumenti e i riconoscimenti legali che, adesempio, favoriscono l’insegnamento della religione. Nelle prospettive non del tutto chiare dell’Istituto “Antonianum” di Bologna io non posso non pensare anche al futuro dei nostri seminaristi, almeno ai loro primi anni attraverso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose (ISSR). Quindi dobbiamo pensare ad un potenziamento. Cercheremo di fare di trovare la via per realizzare dei collegamenti con Comacchio, in modo che anche Comacchio possa partecipare ai corsi. Prima di mandarli alla facoltà teologica, che è certamente necessaria dopo il quarto anno, vorrei garantire “in loco” una adeguata formazione.
Da ultimo: l’abito ecclesiastico
Io non faccio le guerre per niente che non sia essenziale. Vorrei solo ricordarvi che un abito, che dignitosamente richiami alla funzione che abbiamo nella comunità cristiana e di fronte al mondo, è necessario ed è un nostro dovere di preti. Sul piano pastorale la agente ci vuole più dignitosamente espressivi della responsabilità che abbiamo. La gente capisce di più un prete che si capisce che è un prete, da uno che non si capisce che è prete. Detto questo avete l’ordinazione sacra e l’età per tirare le dovute conclusioni e considerazioni in merito.
Concludo dicendo che, unitamente ai catechisti e agli insegnanti di religione, credo dobbiamo fare un grosso lavoro per la preparazione al matrimonio, cosa che mi pare enormemente a tema. Credo lo si debba fare per rendere da un lato i contenuti dell’insegnamento più adeguati al contesto culturale: non possiamo non parlare dell’attacco alla famiglia. Oggi sposarsi in Chiesa è un gesto culturalmente e socialmente rivoluzionario, ma bisogna che si rendano conto di quello che fanno, perché non ci si può sposare e, sei mesi dopo, chiedere l’annullamento, per motivi banali. Bisogna che se celebrano il matrimonio religioso sappiano cosa significa sul piano culturale, ma anche sul piano psicologico, perché nei loro ambienti di lavoro saranno massacrati quando diranno che si sposano in Chiesa, così come quando diranno che aspettano un bambino. Dunque prepararli a prendere coscienza della grande novità che il sacramento comporta.