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TRE GIORNI DEL CLERO 1. Il Concilio Vaticano II: «un grande dono per la Chiesa» (Beato Giovanni Paolo II)
Memoria, per il presente e per il futuro

Relazione Mons. Corrado Sanguineti
Lunedì 16 settembre 2013

23/09/2013

Il tema di questa conversazione è immenso e lo affronto con un certo tremore, innanzitutto perché non sono un esperto della materia, non essendo la storia della Chiesa il mio campo diretto d’insegnamento, ma soprattutto perché parlare del Concilio è entrare in un mare aperto, con un orizzonte sconfinato, un mare che, in realtà, ci circonda, perché noi tutti siamo figli del Concilio, noi tutti, da più di quaranta anni, stiamo vivendo in una Chiesa plasmata dal Concilio, e spesso senza piena consapevolezza, stiamo bevendo dell’acqua di una sorgente, che viene da lontano, e che ha trovato nel Vaticano II un passaggio, un tornante decisivo.
Certamente il Concilio rappresenta l’avvenimento più importante per la storia della Chiesa del Novecento e non cessa d’essere oggetto di studi e differenti interpretazioni; sappiamo anche che esistono letture diametralmente opposte di quegli anni, chi vede nel Concilio una sorta di rigenerazione della Chiesa, una svolta radicale che segna una tappa nuova, e spesso in rottura con il passato, e chi, al contrario, considera l’evento conciliare e soprattutto la sua applicazione in termini negativi, addossando al Vaticano II sostanzialmente la responsabilità di una crisi di fede e d’identità della Chiesa, e una ferita nell’ininterrotta tradizione dottrinale, liturgica e pastorale.
Il vero problema non è perdersi e quasi esaurirsi in un’infinita discussione su come interpretare il Vaticano II, ma ritornare all’evento e ai testi del Concilio, ovviamente a partire dalle interrogazioni del nostro presente, che, sotto alcuni aspetti, mantiene una continuità con l’epoca del Concilio e della sua immediata recezione, e sotto altro presenta elementi di novità radicali, e tentare di cogliere le indicazioni di metodo o di “stile” racchiuse nell’avvenimento conciliare e nel corpus dei suoi testi, letti e interpretati nella loro totalità e nell’orizzonte del cammino della Chiesa, dal Concilio fino ad oggi.
Ora, nello spazio limitato di una conversazione, non è pensabile affrontare tutti i nodi e gli aspetti di questo complesso avvenimento e del processo successivo di attuazione e di riforma, che ha toccato e tocca tutta la vita della Chiesa, né tanto meno, intendo offrire una cronistoria, per quanto essenziale, della preparazione e della celebrazione del Concilio, dal suo solenne annuncio (25 gennaio 1959) alla sua conclusione (8 dicembre 1965)1; vorrei tentare di disegnare un percorso che ci permetta di comprendere le caratteristiche proprie dell’assise conciliare, le ragioni di certe fatiche, di interpretazioni riduttive e di tratti critici che hanno accompagnato il periodo post-conciliare, e soprattutto è mio desiderio percepire la fecondità per il nostro presente di questo evento e delle sue opzioni di fondo 2. Pertanto sviluppiamo la nostra riflessione in tre momenti:
* il Vaticano II, un Concilio originale nel cammino della Chiesa (breve anamnesi storica), caratterizzato da caratteri di novità e di parziale discontinuità;
* come comprendere e superare gli aspetti critici di una certa recezione ed applicazione del Concilio;
* come far vivere nell’oggi l’eredità del Concilio, lasciandoci provocare dallo stile di Papa Francesco.
* Il Vaticano II: i tratti originali di un Concilio
Quando papa Giovanni XXIII annunciò il 25 gennaio 1959 la celebrazione di un Concilio, destò sorpresa e qualche preoccupazione nei cardinali della Curia che furono i primi ad ascoltarne l’annuncio: anche se vi erano stati progetti di convocare un Concilio, con Pio XI nei primi anni ‘20 e con Pio XII nei primi anni ’50, nella prospettiva di riprendere e portare a compimento il Vaticano I, bruscamente interrotto, di fatto l’annuncio del Papa fu assolutamente inatteso, ne aveva parlato solo con il suo segretario personale Mons. Loris Capovilla e con il segretario di Stato, il cardinale Domenico Tardini, e suscitò una vasta eco e speranza nella Chiesa e nel mondo. Un Concilio nuovo, che si sarebbe chiamato “Vaticano II”, dunque non una semplice prosecuzione dell’ultima assise del 1870, ma con quale finalità? Normalmente, nella storia della Chiesa i Concili sono convocati per affrontare temi particolari, legati ad eresie e dibattiti teologici, o ad aspetti disciplinari o a “crisi” che attraversano il tessuto ecclesiale; ora, nell’annuncio di Papa Giovanni gli scopi indicati erano assai vaghi: dopo aver richiamato la necessità di riaffermare la dottrina e la disciplina, le due finalità esplicitamente espresse risultavano abbastanza generiche, promuovere «l’illuminazione, edificazione e gioia dell’intero popolo cristiano» e rivolgere «un invito cordiale e rinnovato ai fedeli delle comunità separate a partecipare con noi a questa ricerca dell’unità e della grazia che tante anime desiderano in tutte le parti del mondo».
In realtà, dietro queste formule obiettivamente generiche, colpisce il linguaggio positivo del Pontefice, che vedeva nel Concilio un tempo ed un’occasione di rinnovamento spirituale per la Chiesa e il mondo: qui si anticipa un tratto che ritornerà nel discorso d’inaugurazione dell’11 ottobre 1962, e che segna un primo elemento caratteristico del Vaticano II, che non ha uno scopo difensivo di condanna o di determinazione della dottrina, su punti controversi, ma vuole essere una sorta di rigenerazione spirituale della Chiesa; l’altro elemento interessante e nuovo è l’invito ai cristiani delle altre Chiese e comunità a partecipare al movimento di ricerca della piena unità, e qui è singolare l’espressione, in un tempo in cui, nei rapporti con i cosiddetti “fratelli separati” la prospettiva solita era quella del “ritorno” all’unica Chiesa cattolica. Comunque si possano intendere le parole dell’annuncio papale, è chiaro che è un Concilio che vuole guardare oltre i confini della Chiesa cattolica romana, e vuole rispondere all’attesa di un rinnovamento, che era nel cuore e nella mente di tanti pastori, teologi e fedeli.
Non è qui il luogo per dare un profilo dei precedenti concili3, ma possiamo evidenziare, in modo più sistematico, i tratti caratteristici del Vaticano II: per un verso, evidentemente è un Concilio che non pretende di distaccarsi, in modo traumatico, dal passato della Chiesa e di rappresentare un inizio assoluto, e in questo senso la cosiddetta “ermeneutica della discontinuità”, criticata da Papa Benedetto XVI nel famoso discorso alla Curia romana del Natale 2005, risulta parziale e inappropriata per leggere l’evento conciliare; d’altra parte, ci sono elementi oggettivi che conferiscono al Vaticano II una forma e un impatto singolari, e che determinano una relativa discontinuità; in questo senso all’ermeneutica della discontinuità, lo stesso Benedetto XVI contrappone un’ermeneutica della riforma, e non nega che vi siano elementi innovativi, su cui torneremo, soprattutto nel confronto con il pensiero della modernità.
Prima, però, di indicare in sintesi i tratti distintivi del Vaticano II, è ovvio che l’interpretazione di questi appuntamenti di grande rilievo nel cammino della Chiesa, è legata allo sguardo che abbiamo sulla Chiesa stessa: la Chiesa è sì un fenomeno storico, inserito in dinamiche culturali, sociali, e perfino politiche, e tuttavia, percepita nell’intera realtà, alla luce della fede, rappresenta un organismo vivo, strettamente unito al suo Signore e animato dal suo Spirito. Sta qui la radice profonda di un’unità che si dispiega nel tempo, di un’ininterrotta tradizione, che si esprime nella dottrina, nel culto, nella vita, nella testimonianza dei santi: la Chiesa è un corpo unico, che cresce nella storia, che conosce sviluppi e talvolta ritardi, un corpo che possiede una molteplicità di membra, di doni, di carismi, un corpo che storicamente ha la forma di un popolo, di una comunità guidata, che non può procedere a salti, rinnegando il suo passato, ma non può nemmeno mantenersi inalterato in tutto, evitando qualsiasi simbiosi con il mondo e la storia.
In questo orizzonte, mettere in rilievo le caratteristiche originali del Vaticano II non vuol dire isolarlo da tutto ciò che lo precede, ma esattamente cogliere il proprium di un Concilio, che ha voluto essere un momento di totale ridefinizione della Chiesa, della sua identità e della sua missione, nel contesto del mondo contemporaneo, e in certo modo ha voluto riscoprire e riprendere aspetti della tradizione ecclesiale, che obiettivamente erano stati oscurati e diminuiti nell’età moderna, segnata dalla frattura drammatica della Riforma, dal confronto acceso con la modernità e dalla fissazione di alcuni tratti della fede e della vita cristiana, presentati e consacrati come tradizione perenne ed immutabile.
Se vogliamo, qui si colloca la “straordinarietà” del Concilio, che in fondo ha messo a tema l’essere stesso della Chiesa e della fede, sullo sfondo di un mondo in radicale mutazione, e ha rappresentato un momento singolare di auto-realizzazione della Chiesa stessa, non senza provocare traumi, interpretazioni riduttive ed errate, tensioni vive nel tessuto ecclesiale; ancora, le stesse letture fuorvianti del Concilio, come rifiuto e rottura della tradizione, sia da parte progressista, che da parte conservatrice, e le stesse applicazioni discutibili e, talvolta, irragionevoli e demolitrici, sono il frutto indesiderato di questo carattere totalizzante dell’impresa conciliare.
Raccogliendo, ora, in sintesi i tratti distintivi del Vaticano II, vi sono, ad un primo sguardo, i carattere più appariscenti rispetto alle precedenti assisi conciliari, come l’enormità delle dimensioni4, l’ampiezza della partecipazione internazionale e l’estensione e la varietà degli argomenti trattati, per cui non ci fu aspetto della vita ecclesiale che non sia stato oggetto di attenzione e di discernimento. Accanto a questi elementi ne possiamo segnalare altri significativi:
* la decisione di ammettere osservatori non cattolici come un gruppo stabile, con una sua fisionomia e che alla fine del Concilio raggiunse il numero di 182 invitati;
* l’interesse molto attivo dei media, che trovò non sempre all’altezza la gestione delle comunicazioni da parte ecclesiale, in particolare i media erano attirati dalla durezza di certi dibattiti, dando loro una vasta eco, e dalla prospettiva di cambiamenti nella prassi della Chiesa, e contribuirono a trasformare l’immagine collettiva della Chiesa, che nel Concilio perdeva i caratteri monolitici degli ultimi decenni;
* l’impatto notevole ed immediato che alcune decisioni conciliari ebbero sulla vita dei credenti soprattutto in campo liturgico e pastorale, con la progressiva introduzione della lingua volgare nella celebrazione liturgica, già a partire dalla prima domenica d’Avvento del 29 novembre 1964;
* la grande ampiezza di temi affrontati al Concilio, che riguardavano la vita ad extra della Chiesa, con una forte attenzione al mondo e a tematiche d’ordine morale e sociale.
Prima di considerare, più distesamente, un’ultima caratteristica tipica del Concilio, che si pone a livello di linguaggio e di genere letterario dei suoi documenti, è bene richiamare un tratto di fondo, che sotto diversi aspetti, attraversa l’evento conciliare e si ritrova in differenti movimenti del pensiero teologico, che prepararono, di fatto, la svolta del Vaticano II: mi riferisco ad una maggiore sensibilità storica, un senso più vivo e complesso della storia, che aveva segnato il movimento biblico, patristico e liturgico, aprendo orizzonti più ampi dell’idea stessa di tradizione e favorendo il superamento di una certa sclerosi teologica che, per varie ragioni, si era prodotta nell’insegnamento ufficiale e nella manualistica dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento.
Come giustamente rileva lo studio di O’ Malley, questa ritrovata sensibilità storica e positiva trova espressione in tre parole-chiave molto usate all’epoca del Concilio: aggiornamento (termine ripreso da Giovanni XXIII nel discorso d’apertura), sviluppo, inteso anche come progresso ed evoluzione, e ritorno alle fonti (ressourcement). Al fondo di questi termini c’era una convinzione, maturata nei diversi indirizzi di studio in campo biblico, liturgico, patristico e storico, e cioè che «la tradizione cattolica è più ricca, ampia e malleabile di come è stata spesso interpretata, soprattutto a partire dal Settecento»5. Sono tre parole che abbracciano il presente (aggiornamento), il futuro (sviluppo/progresso) e il passato (ritorno alle fonti) e che vanno percepite nella loro connessione, per acquisire l’idea e l’immagine di una tradizione vivente, che ritrovi la ricchezza delle sorgenti, bibliche e patristiche, oggettivamente oscurata dalla prevalenza della teologia scolastica e dialettica, e sia capace d’interloquire con la modernità, accogliendo e discernendo anche le istanze positive ed aggiornando le forme della vita ecclesiale, e non abbia paura di uno sviluppo che sa estrarre dal tesoro della fede «cose antiche e cose nuove» (Mt 13,53)6.
Infine, un ultimo tratto originale del Vaticano II è il linguaggio adottato nei documenti, che non riflette solo un genere letterario diverso come forma, rispetto al linguaggio giuridico o prescrittivo dei precedenti concili, ma segnala una mens che passerà sotto il nome, non privo di equivoci, di ‘spirito del Concilio’. Sostanzialmente il Vaticano II respinse l’idea del Concilio come organo legislativo e giudiziario o puramente dottrinale, e pertanto non adottò la forma tipica dei canoni dottrinali e disciplinari che condannavano comportamenti e dottrine; inoltre, nella linea di una maggiore fedeltà al linguaggio biblico e patristico, si tenne lontano dal linguaggio scolastico e dialettico, adottando un linguaggio, come si diceva, più ‘pastorale’, che tendeva ad esporre, in positivo, la dottrina e ricercava un dialogo con gli interlocutori, cercando di persuadere e convincere7. Per questo motivo il genere letterario che attraversa i documenti conciliari appartiene più al genere epidittico, e corrisponde ad uno stile pastorale che intende promuovere ed incoraggiare la conversione interiore, il rinnovamento della Chiesa, la sua capacità d’entrare in dialogo, anche critico, con il mondo contemporaneo.
L’unità organica dei documenti conciliari, legata a questo tipico stile, frutto di una caratteristica terminologia e di un genere letterario epidittico e non prescrittivi (giuridico e/o dottrinale) è espresso dal termine, intenzionalmente suggestivo e vago, di “spirito del Concilio”, che vuole indicare una visione generale che trascende i dettagli dei singoli documenti e che, tuttavia, è racchiusa ed attestata nella lettera: in questo senso “spirito” e testi del Concilio non vanno opposti, ma percepiti nello loro intrinseca relazione.
* Tensioni e fatiche nell’attuazione e nella recezione del Concilio
Davanti ad una tale ricchezza, maturata negli anni dell’assise conciliare, come esito di un lungo processo in atto, sotto differenti aspetti, nella Chiesa cattolica, nasce un’inevitabile domanda: come mai la Chiesa ha vissuto negli anni immediatamente successivi un tempo difficile, segnato da gravi confusioni, da una crisi profonda del clero e della vita religiosa, da forme discutibili e assai impoverite di vivere la liturgia? Come mai il Concilio non ha immediatamente portato quei frutti di rinnovamento e d’arricchimento della fede e della vita ecclesiale?
Sappiamo che, a questo proposito, sono state date e sono offerte risposte diametralmente opposte, tra chi vede nel Concilio stesso una frattura della tradizione e quindi la causa prossima della crisi della fede, e chi, invece, ritiene che il Concilio sia stato, in qualche modo, privato della sua carica innovativa dalle scelte dei Pontefici che hanno guidato la Chiesa nei decenni post-conciliari, in particolare papa Paolo VI, che avrebbe già esercitato una pesante influenza “conservatrice” nella celebrazione stessa del Concilio, e Giovanni Paolo II che avrebbe condotto un’opera di restaurazione, ingabbiando lo spirito più autentico del Concilio.
È chiaro che letture così estreme e apodittiche non rispettano la complessità degli eventi e sono il frutto, molto spesso, di opposte ideologie con cui si giudica la vita della Chiesa: ad una lettura più attenta e comprensiva, appare evidente che il Concilio non ha voluto essere uno strappo ed una rottura traumatica della precedente tradizione, anche se ha introdotto indubbi elementi di novità che erano comunque parte della tradizione in senso più ampio e profondo; così come, l’azione prudente ed illuminata di Paolo VI, negli anni del Concilio e soprattutto nel periodo della sua iniziale attuazione, non è davvero l’opera di un censore che vuole soffocare lo Spirito, ma, se mai, l’opera del pastore e del padre, che intende far camminare unita la Chiesa, con le sue diverse sensibilità, e cerca di custodire un giusto equilibrio tra l’apertura alle novità motivate e coerenti, e la difesa di una sostanziale continuità nella fede e nella disciplina ecclesiale. Così come il lungo e grande pontificato di Giovanni Paolo II è stato realmente segnato dalla cura di attuare, in modo pieno, il Concilio, superando il clima di crisi, di critica e di contrasto che ha caratterizzato non poche volte il cammino della Chiesa negli anni Settanta, e riprendendo, secondo una sua originalità, la visione conciliare incentrata su Cristo e sull’uomo, nella loro connessione inscindibile8.
È vero che già Paolo VI si pose l’interrogativo riguardo alle difficoltà sorte negli anni del dopo Concilio, e la stessa scelta di pronunciare una solenne professione di fede, Il Credo del popolo di Dio, al termine dell’Anno 1967-1968, dedicato a celebrare il millenario del martirio dei Santi Pietro e Paolo, era guidata dall’esigenza di richiamare, in modo chiaro e limpido, i contenuti fondamentali della fede, in anni dove circolavano tesi teologiche ardite, che creavano confusione e sconcerto in tante parti della Chiesa. Papa Montini dovette poi affrontare le contestazioni forti dell’enciclica Humanae Vitae e dovette assistere, negli anni successivi, all’influenza che il complesso fenomeno sociale e culturale della contestazione del ’68 ebbe all’interno di tanto mondo cattolico.
Così lo stesso Pontefice dette espressione drammatica alle sue sofferte domande nella celebre omelia del 29 giugno 1972, che destò scalpore e quasi scandalo, negli ambienti laici e in tanti ambienti interni alla Chiesa: riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre affermava di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli. Come è avvenuto questo?» Il Papa confidava ai presenti un suo pensiero: «Che ci sia stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. Crediamo in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra».
Sarebbe presunzione pensare di rispondere, in maniera piena, agli interrogativi che suscita la recezione del Concilio nel tessuto ecclesiale, e tuttavia, vorrei indicare alcune ipotesi di risposta, mettendo in rilievo una serie di elementi, che, tutti insieme, ci fanno comprendere l’importanza decisiva di un ascolto umile ed intelligente del Concilio, per metterlo a frutto nella nostra vita.
* Un primo elemento, più generale, è quello che è stato autorevolmente indicato da papa Benedetto XVI, già da teologo e cardinale, e in modo sintetico, nel celebre discorso, già citato, alla Curia romana per il Natale 2005: c’è stata, e c’è tuttora, un’interpretazione del Concilio in termini di radicale discontinuità, che tende a dare l’immagine di un evento, che, di fatto, è stato poi compresso e devitalizzato nella lettera dei suoi documenti, frutto inevitabile di compromessi e d’interventi pesanti da parte di papa Paolo VI. Una simile lettura ha accompagnato, parzialmente, l’attuazione di riforme promosse dal Concilio, favorendo una modalità non sempre serena ed equilibrata, ma soprattutto leggere il Concilio con questa chiave ermeneutica è caricarlo di eccessive attese, è immaginarlo come un punto assoluto d’inizio, è svalutare, in modo ingiusto e astorico, il cammino della Chiesa, anche nella difficile epoca moderna, cammino che ha comunque tanti aspetti di valore, e che ha donato al mondo una schiera di santi, di testimoni ed ha generato una ricchezza multiforme di opere, in campo missionario, educativo, culturale, sociale. Questo è l’errore comune degli schieramenti opposti, quello dei tradizionalisti e quelli dei progressisti: entrambi leggono l’attuazione del Concilio, soprattutto in alcuni aspetti (liturgia, rapporto con il mondo moderno, dialogo con le altre religioni, collegialità episcopale, ecc.) come una radicale rottura con il passato, una rottura che, per gli uni, è una disgrazia ed un tradimento, per gli altri è il vero spirito del Concilio, compresso e addomesticato dal governo centrale dei Pontefici. In questo senso, il primo compito che ci sta dinanzi è imparare di nuovo a leggere tutto l’evento conciliare, anche con le sue tensioni, e con la sintesi finale espressa nei testi, secondo un’ottica di riforma, dove la Chiesa vuole comprendere la sua identità e la sua missione, in continuità profonda con la sua storia e il suo essere, riscoprendo aspetti dimenticati della sua tradizione, e accettando di far interagire il suo patrimonio di dottrina e d’esperienza con le provocazioni e gli interrogativi nuovi che il mondo pone al presente della fede.
* Un secondo elemento che occorre tenere presente è la coincidenza tra gli anni immediati del post-Concilio e il fenomeno complesso del ’68: indubbiamente certi elementi di crisi e di contestazione che hanno trovato espressione in quegli anni e hanno accompagnato tutto il decennio degli anni ’70, si sono incrociati con attese suscitate dal Concilio ed hanno favorito alcune derive, dentro il tessuto ecclesiale, che hanno profondamente condizionato la lettura dei testi conciliari e la recezione delle riforme promosse come applicazione. A titolo d’esempio: la forte politicizzazione della vita sociale si è riflessa in un’interpretazione sociologica e democraticistica di tematiche quali la chiesa popolo di Dio, la collegialità episcopale, la promozione del laicato; la secolarizzazione avviata, in modo inatteso, a livello di costume, di mass-media, di leadership intellettuali, ha portato ad accentuare il profilo secolare e sociale della missione della Chiesa, con ricadute gravi nella comprensione della figura del prete e del consacrato, favorendo crisi d’identità diffuse e profonde; la rivoluzione sessuale, e lo sviluppo di nuovi canoni morali, soprattutto nel campo della famiglia, ha avuto la sua influenza nella difficile accoglienza dell’Humanae Vitae e nel dibattito, esploso dopo il Concilio, circa il celibato sacerdotale e la stessa consacrazione religiosa. Sono solo esempi che ci avvertono dell’inevitabile rapporto che la Chiesa vive con il mondo: la soluzione non è chiudersi in una sorta di cittadella, con tanto di bastioni, ma è vivere una tale esperienza integrale di fede, che permette di essere nel mondo, senza essere del mondo, e si pone come presenza, carica di passione agli uomini, ma anche capace di una critica e di un discernimento; da questo punto di vista, il Concilo sta davanti a noi, come scuola in cui imparare sempre di nuovo i tratti essenziali della nostra fede, in tutta la sua bellezza e pienezza, e, a partire da ciò, sapere vivere un dialogo che è parte della stessa missione ecclesiale, è incontro, è colloquio, è ascolto, è comunicazione umile e certa di ciò che fa vivere noi cristiani.
* Un terzo elemento problematico è l’oggettivo impoverimento che si è avuto, in molti ambienti di Chiesa, della vita liturgica, nelle sue forme e nella sua stessa intelligenza: non sono mancati e non mancano spettacoli tristi e pietosi di liturgie sciatte e scialbe, che non comunicano nessun senso del mistero, dove le comunità e spesso chi presiede celebrano solo se stessi, dove elementi essenziali della fede sono oscurati o negati. Non era e non è certo questa l’intenzione del Concilio, come testimonia tutto il movimento liturgico che ha trovato in esso un punto d’arrivo e di valorizzazione: tuttavia, oggi possiamo riconoscere che, oltre a veri e propri abusi, realizzati in sede locale, senza una sufficiente vigilanza dei vescovi, la stessa attuazione della riforma, promossa dal Consilium, ha forse avuto, in taluni casi una fretta eccessiva e nel desiderio di riportare i riti alla loro semplicità, togliendo i molti elementi secondari che si erano aggiunti e avevano appesantito la celebrazione, e di riscoprire le fonti più antiche e venerande, ha operato scelte non sempre felici, ed ha realizzato dei tagli eccessivi. Inoltre, da parte di molti pastori, negli anni successivi al Concilio, c’è stata una sorta d’irragionevole furia ‘iconoclasta’, con un pregiudiziale disprezzo per le espressioni della pietà popolare, che ha causato tensioni e distacchi. La ferita aperta dei lefevriani e di numerosi gruppi tradizionalisti è il frutto di un’attuazione poco illuminata della riforma liturgica, e in questi anni il nostro papa Benedetto XVI sta operando per un recupero della liturgia, nel suo senso autentico. Anche qui, la soluzione non è tornare meccanicamente al passato, respingendo in blocco ciò che il Concilio ha detto sulla vita liturgica, ma è metterci davvero in ascolto della parola del Vaticano II, e vivere le novità della riforma, non come rottura, ma come un approfondimento e una ripresa di dimensioni che si erano perdute nella pratica celebrativa (l’ascolto della parola di Dio, una vera actuosa partecipatio dei fedeli, la centralità del mistero pasquale, il legame tra celebrazione ed adorazione, il valore del silenzio nell’atto celebrativo): forse se noi preti, invece di seguire nostalgie o sogni fuori del tempo, facessimo veramente tesoro delle indicazioni dei libri liturgici, e sapessimo entrare nella celebrazione come i primi adoratori ed oranti, adottando un ritmo più calmo nel celebrare, saremmo i primi a scoprire la ricchezza della riforma, pur con i suoi limiti, e sapremmo far gustare al nostro popolo la grazia della preghiera liturgica.
* Un altro elemento che ha creato crisi e confusione è certamente la questione che si è agitata circa l’identità presbiterale: di fronte ad una comprensione classica e sostanzialmente veterotestamentaria, in termini sacrali, del sacerdote come uomo del tempio e del sacrificio, il Concilio ha voluto recuperare una concezione più ricca, utilizzando la terminologia del Nuovo Testamento, di presbitero, e ha messo in luce la triplice funzione profetica, sacerdotale e regale, preferendo il linguaggio del munus (tria munera) a quello precedente della potestas. Purtoppo, negli anni successivi, sempre in un’ottica di rottura, si è creata talvolta una strana opposizione tra sacerdote e presbitero, tra concezione funzionale/ministeriale e concezione ontologica/sacramentale, con delle tensioni che si sono riflesse nel vissuto dei preti, creando interrogativi e fatiche, mettendo in dubbio la stessa identità e la missione del prete nella Chiesa. In realtà una lettura più attenta del Concilio non consente queste semplificazioni ed opposizioni, e di fatto, la figura di sintesi che si adatta al presbitero cattolico, e abbraccia i tre compiti essenziali, è quella del pastore, figura che, nella pratica, era già stata sollecitata e promossa dalla riforma tridentina. Anche in questo caso ci sono tratti nuovi, ma dentro una continuità di fondo, e se mai il Concilio invita a recuperare una visione piena del sacerdozio ministeriale, che lo colloca nel cuore della Chiesa e fa del prete l’uomo di Dio e della comunità l’uomo della parola e del sacramento, l’uomo dell’adorazione e del servizio. Certamente uno degli scopi dell’Anno Sacerdotale promosso nel 2009-2010 da Benedetto XVI è stato favorire una comprensione più ricca del ministero presbiterale e mostrare nella vita del prete un cammino di santità e di compiutezza umana.
* Infine, un ultimo tratto che ha generato fatiche, lentezze o fughe in avanti nel vivere le indicazioni del Concilio è il rischio, sempre possibile di attaccarsi in modo irragionevole e meccanico a delle forme, dimenticando che il cuore della fede è un avvenimento di vita, è Cristo presente qui ed ora, nella vita della Chiesa, e le forme che assume l’esistenza cristiana valgono in quanto aiutano a vivere la fede e a testimoniarla nel mondo, e sono inevitabilmente legate a condizioni storiche e culturali che possono mutare. Il Concilio è stato e rimane il dono che lo Spirito ha fatto alla Chiesa del nostro tempo, perché realizzi la sua identità e la sua missione, e la scelta dei padri conciliari di percorrere le vie di un aggiornamento necessario, nelle forme, e di ritrovare la ricchezza delle sorgenti, è stata esattamente motivata dal desiderio di far rivivere gli elementi essenziali della fede e della vita ecclesiale. Su questa via oggi siamo stati condotti dalla testimonianza e dal magistero di Benedetto XVI, un uomo segnato dal Vaticano II, che già nella sua formazione teologica aveva cominciato a respirare un clima nuovo e più aperto: un pastore che non si è stancato di riproporre la bellezza della fede, nei suoi termini originali, che ha sentito profondamente la priorità della questione di Dio nel nostro mondo, che ha desiderato superare certe sterili contrapposizioni del post-Concilio, allargando l’orizzonte della vita cristiana alla pienezza della sua tradizione. Proprio, custodendo il suo ricco magistero e guardando ora alla testimonianza viva di Papa Francesco, siamo guidati ad una ripresa cordiale ed intelligente del Vaticano II: è sempre più chiaro che il Concilio non è dietro di noi, ma sta davanti a noi, come una miniera che attende ancora d’essere esplorata, come un tesoro che non è stato ancora messo a frutto, in tutta la sua multiforme ricchezza.
* Come vivere oggi l’eredità del Concilio
Nell’introduzione alla raccolta dei suoi studi intitolata Un Concilio per il XXI secolo, G. Routhier indica, a mio modo di vedere, la vera questione che riguarda noi e il Vaticano, partendo dall’immagine dell’eredità, perché, indubbiamente, noi siamo come degli eredi di qualcosa che non abbiamo vissuto e plasmato, e si sta ormai esaurendo la generazione di coloro che hanno fatto il Concilio e hanno operato nella sua immediata attuazione.
Da questo punto di vista, l’elezione di Papa Francesco rappresenta una svolta, perché è il primo Papa, dopo il Concilio, che non ha avuto un ruolo, né come vescovo (come il cardinale Karol Wojtyla), né come teologo (come il giovane Joseph Ratzinger) negli anni dell’assise conciliare e del turbolento post-concilio, ed è un pastore che ha vissuto come religioso gesuita e poi come vescovo in una chiesa ormai in simbiosi con le riforme promosse dal Vaticano II, tanto che nell’attuale Pontefice c’è una ripresa molto più contenuta e “naturale” dei testi conciliari, e non si nota la preoccupazione, fortemente sentita da Papa Benedetto, per le contrastanti interpretazioni del Concilio. Come vedremo, Papa Bergoglio vive un’immedesimazione, assunta nella pratica più che nella riflessione, con gli elementi di fondo di questo evento decisivo per il cammino della Chiesa e ci mostra al vivo che cosa vuol dire, oggi, in un contesto molto diverso da quello di 50 anni fa, mettere a frutto l’esperienza e gli insegnamenti del Concilio.
Ora, riprendendo l’immagine dell’eredità, Routhier descrive cinque atteggiamenti che si possono assumere e che hanno conseguenze molto rilevanti9:
1. si può dilapidare l’eredità del Vaticano II, per un disinteresse, per un’ignoranza che impedisce di coglierne il valore e la ricchezza;
2. si può seppellire l’eredità del Concilio, conservandola intatta, ma senza farla fruttare, come un bene da museo tenuto al chiuso, e senza rapporti con la vita presente;
3. si può rifiutare l’eredità del Vaticano II, sia come evento che come magistero, considerandola pesante, troppo impegnativa o comunque non utile alla vita della Chiesa;
4. si può discutere, all’infinito, come tra eredi, sull’eredità del Concilio, sulla sua interpretazione, fino ad esaurirsi in un dibattito tutto intra-ecclesiale, che alla fine ci distoglie da una ripresa viva dell’insegnamento conciliare;
5. si può, infine, ricevere come un dono l’eredità del Vaticano II e farla fruttare, come i buoni amministratori della nota parabola dei talenti, facendo interagire il Concilio, “come evento, esperienza, testo e stile” con il nostro presente, come “una risorsa per pensare oggi”.
Non si tratta di ripetere meccanicamente la lettera dei testi conciliari, né di ricreare, in una sorta di ‘amarcord’ l’atmosfera degli anni conciliari, ma di scoprire nel Concilio stesso, nel suo accadimento storico e nella totalità multiforme dei suoi testi, un modo tipico e fecondo d’affrontare questioni, in parte superate e in parte ancora attuali, e di imparare un metodo per vivere e testimoniare la fede nell’oggi, un metodo che aiuti a superare la frattura moderna tra fede e cultura.
In questo processo d’appropriazione del Vaticano II, come bussola per la Chiesa del terzo millennio, è necessario innanzitutto percepire con chiarezza qual è il focus dell’evento: è la Chiesa che s’interroga su come proporre in un mondo così in evoluzione il Vangelo e che, mentre vive un forte movimento d’apertura e di annuncio, si ritrova nelle sue coordinate fondamentali, attingendo a tutta l’ampiezza della sua tradizione e della sua vita.
In questa prospettiva, com’è stato rilevato nell’ultimo Sinodo sulla nuova evangelizzazione, fin dai Lineamenta10, e nella celebrazione stessa dell’assemblea sinodale, il Vaticano II rappresenta il primo passo di un cammino e di un disegno unitario, che arriva fino ad oggi, fino ad una Chiesa che, sollecitata dal tempo presente, si concepisce radicalmente come comunità in missione, debitrice al mondo intero dell’unico tesoro del Vangelo, tesoro che continuamente riceve dal suo Signore: una Chiesa che mentre definisce la sua identità essenziale di popolo di Dio, raccolto intorno alla vivente presenza del Risorto, si ritrova mandata al mondo e nel mondo come segno e sacramento di salvezza, come luogo dell’incessante dialogo che Cristo vuole realizzare con ogni uomo, in un atteggiamento tutto teso a valorizzare gli apporti positivi del nostro tempo e a leggere le attese e le inquietudini dei nostri fratelli uomini.
Da questo punto di vista, c’è uno “stile” del Concilio, non come fatto estetico o linguistico, ma come scelta di fondo che delinea un volto di Chiesa e un modo di vivere la missione, ed è utile rintracciare i tratti di questa autocoscienza, come si manifesta, in particolare in due testi-chiave, che sono il discorso d’apertura di Papa Giovanni e quello di chiusura di Papa Paolo.
Come noto, il Beato Giovanni XXIII nella sua allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, più che indicare un’articolazione dei contenuti per i lavori del Concilio, delinea e suggerisce delle modalità per vivere l’evento conciliare nei tempi così carichi di novità, d’interrogativi e anche di sfide:
* una presa di distanza da una concezione pessimistica e negativa dell’epoca moderna, che tendeva a chiudere la Chiesa in sé, come una cittadella da difendere da errori e deviazioni11;
* un’accentuazione del carattere pastorale del magistero, che, mentre si nutre della fedeltà alle sorgenti della fede, si fa carico delle interrogazioni del tempo presente ed è attento a trovare le forme più adatte a presentare e a comunicare il Vangelo di sempre12;
* una presentazione positiva del messaggio e della dottrina della fede, superando le anguste visioni di una teologia di controversia e d’opposizione13;
* tutto è in vista della promozione dell’unità della famiglia umana, in un dialogo fraterno con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà14.
Al termine della lunga fatica conciliare, Papa Paolo VI, nel suo splendido discorso finale, offre uno sguardo retrospettivo sul cammino percorso, che, allo stesso tempo, racchiude delle prospettive che restano tuttora valide e feconde15:
* il Concilio appare innanzitutto come una manifestazione della Chiesa stessa, dove il deposito della fede è stato «meditato, vissuto, ed espresso … e ora in tante sue parti chiarito»;
* è un’esperienza viva dove la Chiesa «si è raccolta per ritrovare in se stessa vivente e operante, nello Spirito Santo, la Parola di Cristo»;
* proprio indagando e scrutando «più a fondo il mistero, cioè il disegno e la presenza di Dio sopra e dentro di sé», la Chiesa «non mai forse come in questa occasione», ha «sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante»;
* con un atteggiamento di profonda simpatia verso il mondo contemporaneo, rinnovando nel presente la parabola del buon Samaritano16 e nutrendo una viva fiducia in Dio e nell’uomo.
Routhier sintetizza efficacemente il duplice movimento che ha caratterizzato il Concilio e che rappresenta una strada aperta al nostro presente, pur così diverso dal clima degli anni Sessanta: «Le due realtà, il raccoglimento della Chiesa per ritrovare in se stessa la Parola e la conoscenza del mondo odierno conducono ad un atto kerygmatico senza precedenti ed è in questo doppio riferimento che si gioca la pastoralità del Concilio e l’evangelizzazione di cui parla Paolo VI già nel discorso di chiusura e che approfondirà in seguito in Evangelii nuntiandi»17.
Potremmo così riassumere in tre aspetti decisivi e sintetici il Concilio come evento, come insegnamento e come stile18, che sta davanti a noi come via per vivere la missione qui e ora: la centralità dell’ascolto del Vangelo e di tutta la Parola di Dio, nel contesto del nostro oggi; un paziente lavoro, mai concluso, per esprimere in forme pastorali adeguate l’annuncio della fede; un cammino di aggiornamento/rinnovamento/riforma e purificazione della Chiesa, intesi come conversione personale dei credenti e come conversione delle pratiche/strutture/istituzioni ecclesiali, in direzione di una maggiore povertà e trasparenza.
Vivere l’eredità del Concilio, in modo che fruttifichi nella nostra esistenza e nelle nostre comunità significa allora, ritrovare il gusto e la passione dell’essenziale, riconoscendo che, al fondo, il cuore dell’uomo, il mio cuore e il cuore dei nostri contemporanei, ha dentro di sé, magari sepolta sotto una coltre di dimenticanza o di strutture ideologiche, la stessa attesa di salvezza che Gesù e le prime comunità hanno incontrato e intercettato nella loro predicazione e testimonianza; significa riscoprire noi, come uomini e come preti, il cuore ardente e semplice della fede come affezione e amicizia al Signore vivente, sapendo alleggerire da tante pesantezze la nostra pratica pastorale, e ritrovando la passione d’essere chiamati ad essere padri ed educatori di un popolo di persone, che imparano ad amare e a seguire Cristo, assumendo la fede in Lui come forma della vita e dell’intelligenza, come sorgente di novità e di letizia.
In questa strada non priva di fatiche, insuccessi e tensioni, il Signore ci sta guidando, in questi anni con la grazia di testimoni che non mancano nella sua Chiesa, e anche con il dono di una serie veramente impressionante di Papi, che hanno accompagnato e guidato il cammino del Concilio e della sua realizzazione, dal Beato Giovanni XXIII al nostro Francesco.
In questo orizzonte, è davvero provvidenziale come il nostro Papa, che ha vissuto il suo sacerdozio e il suo episcopato in una Chiesa ormai illuminata dal Concilio, stia incarnando, con il suo stile, nelle sue scelte, nelle sue parole, nei suoi gesti, i caratteri fondamentali del Vaticano II e della sua concezione dell’identità ecclesiale e della missione nel mondo contemporaneo19:
* una predicazione che si fa eco diretta del Vangelo, sine glossa, con un linguaggio immediato, accessibile e trasparente;
* un annuncio vibrante e commosso del Dio di misericordia, rivelato in Cristo, con un’attenzione ad una pratica pastorale segnata dalla cura e dall’accoglienza delle persone e da una tenerezza attestata nel toccare la carne di Cristo nei poveri, nel voler raggiungere tutte le periferie esistenziali dell’uomo, intese in senso ampio, non puramente sociologico;
* un’esistenza di fede che trova il suo vivo centro nel rapporto personale con Cristo, nutrito dalla preghiera, dalla contemplazione, dall’ascolto della Scrittura, dall’adorazione e dalla celebrazione eucaristica: un amore a Gesù vivente, inseparabile dalla tenerezza di un rapporto filiale con la sua Madre Maria;
* un senso vivo della Chiesa come popolo di Dio, popolo di credenti guidati dallo Spirito, con una forte valorizzazione delle forme semplici della fede e della pietà popolare, vista non in alternativa alla liturgia, ma come sua viva continuazione, contro ogni intellettualismo e spiritualismo teologico e pastorale: qui riceve nuova luce ala familiarità che Francesco esprime e testimonia nella sua devozione a Maria, uno dei tesori della gente umile, dei credenti spesso smemorati e confusi del nostro tempo;
* un impegno forte per una riforma che, toccando persone e strutture, renda la Chiesa tutta più trasparente e tolga ostacoli e scandali che allontanano molti dalla vita ecclesiale;
* una visione di Chiesa come comunità in missione, animata dall’impeto della testimonianza e dell’evangelizzazione, e che vigila contro il rischio sempre risorgente di diventare una comunità autoreferenziale, chiusa, auto-occupata;
* un senso vigile del carattere “agonico” della vita cristiana, come lotta e combattimento spirituale contro il Nemico, sorgente del peccato e della menzogna e, in questa prospettiva la messa in guardia contro la mondanità spirituale, nelle sue diverse forme, contro un cristianesimo senza croce e senza ascesi;
* un desiderio di dialogo e d’incontro con gli uomini nostri contemporanei, anche lontani dalla fede, senza ingenuità o accomodamenti, ma sapendo mettere in gioco la propria testimonianza e cercando di proporre in positivo la custodia di beni essenziali per l’umanità (la pace, la convivenza inter-religiosa, la famiglia, l’amore per la vita umana in tutte le sue fasi, la valorizzazione dell’infanzia, della giovinezza e della vecchiaia contro una certa “cultura dello scarto”): non tanto battaglie e difese di astratti valori, ma indirizzare lo sguardo sull’evidenza di ciò che è buono, vero e bello come emerge nell’esperienza reale degli uomini, giudicata lealmente, senza ideologie o riduzioni.
Questa è la strada aperta dal Concilio e di cui è testimone autorevole il nostro Papa: una via di un’essenzialità, che alla fine è ricchezza, sia per la nostra vita personale, di discepoli del Signore, sia per il nostro ministero nell’edificazione della Chiesa, nell’opera delicata e affascinante dell’educazione delle persone con cui siamo chiamati a camminare, come pastori che stanno davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo, sapendo imparare a riconoscere con gratitudine ciò che Cristo compie nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle, ciò che Lui suscita, precedendo la nostra azione, con la sua gratuita iniziativa.


Note

1 Per una sintetica presentazione della storia del Vaticano II, cfr. J.W. O’MALLEY, Che cosa è successo nel Vaticano II, Vita e Pensiero, Milano 2010.

2 Rimandiamo a due testi, a cui faremo riferimento nella nostra conversazione, e che raccolgono una serie di articoli e contributi sul Vaticano II e sulla sua recezione nella vita della Chiesa: Cfr. G. ROUTHIER, Il Concilio Vaticano II. Recezione ed ermeneutica, Vita e Pensiero, Milano 2007; ID., Un Concilio per il XXI secolo. Il Vaticano II cinquant’anni dopo, Vita e Pensiero, Milano 2012.

3 I Concili nella storia della Chiesa, si possono dividere in due gruppi distinti: i primi otto furono tutti celebrati in città greche dell’Asia Minore, convocati dall’imperatore o dall’imperatrice, e la lingua usata era il greco; i Papi non vi parteciparono mai direttamente. Gli altri tredici concili furono tutti celebrati in Occidente (Italia, Francia, Svizzera), in latino e furono tutti convocati dal Papa, eccetto quello di Costanza, con presenza di vescovi prevalentemente occidentali.

4 «Il 15 luglio 1962 la Segreteria di Stato vaticana spedì 2.850 inviti a persone che avevano pieno diritto di partecipare alle delibere conciliari … in genere i padri conciliari che partecipavano ai lavori erano, momento per momento, circa 2.400… Complessivamente, quelli che parteciparono a tutti e quattro i periodi, o a una parte, furono 2.860, in confronto ai 750 del Vaticano I» (O’MALLEY, Che cosa è successo nel Vaticano II, 23); a Trento, il Concilio si era aperto con 21 vescovi e il numero dei membri con diritto di voto arrivò a superare di poco i 200.

5 O’MALLEY, Che cosa è successo nel Vaticano II, 39.

6 «Lo sviluppo e il ressourcement riguardano entrambi la memoria collettiva, quella che costituisce l’identità. Ciò che è vero per gli individui lo è anche per i corpi sociali: è la parte del suo passato che uno ricorda a farne quello che è. Le grandi battaglie del Concilio furono battaglie sull’identità della Chiesa: non sui dogmi fondamentali, ma su altri aspetti della tradizione, soprattutto recente» (O’MALLEY, Che cosa è successo nel Vaticano II, 44).

7 Da questo punto di vista, faceva testo un passo del Discorso d’inaugurazione di Giovanni XXIII, mentre il tema del dialogo, come stile di rapporto con il mondo contemporaneo, divenne un motivo dominante del primo magistero di Paolo VI, in particolare la sua enciclica programmatica Ecclesiam Suam (6 agosto 1964) e il Discorso di chiusura del Concilio (7/12/1965).

8 Da questo punto di vista, è interessante cogliere nello studio citato del cardinale K. WOJTYLA, Alle fonti del rinnovamento, Rubbettino , Soneria Mannelli (Catanzaro), 2007, i semi del successivo magistero di papa Giovanni Paolo II, a partire dalla sua enciclica programmatica Redemptor Hominis (4/03/1979), intessuta dell’antropologia cristologica della Gaudium et Spes.

9 Cfr. ROUTHIER, Un Concilio per il XXI secolo, VII-IX.

10 Cfr. ROUTHIER, «Il Vaticano II, riferimento per la ‘nuova evangelizzazione’» in Un Concilio per il XXI secolo, 37-52.

11 «Spesso infatti avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo.
Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Giovanni XXIII, discorso all’apertura del Concilio Vaticano II, 11/10/1962, 4.2-3-4).

12 «Occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale» (Giovanni XXIII, discorso all’apertura del Concilio Vaticano II, 11/10/1962, 6.5).

13 «Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando» (Giovanni XXIII, discorso all’apertura del Concilio Vaticano II, 11/10/1962, 7.2).

14 Cfr. Giovanni XXIII, discorso all’apertura del Concilio Vaticano II, 11/10/1962, 8.1-2-3.

15 Cfr. Paolo VI, discorso di chiusura del Concilio Vaticano II, 7/12/1965.

16 «La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze; si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa il «filius accrescens» (Gen. 49, 22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «laudator temporis acti» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via. L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

17 ROUTHIER, Un Concilio per il XXI secolo, 7.

18 Cfr. il contributo di ROUTHIER, «Il Vaticano II come stile» in Un Concilio per il XXI secolo, 65-89: «Ecco riassunto in modo denso lo stile del Vaticano II: una parola amichevole, indirizzata all’umanità, la proposta di un insegnamento offerto come servizio all’umanità, una voce familiare ed amica che vuol farsi ascoltare da tutti, disposta al dialogo e che, per questo, fa appello all’esperienza, ricollegandola alla Parola di Dio» (85).

19 Nella una nota manoscritta del Card. Bergoglio che riporta il suo intervento alla congregazione generale prima del conclave, diffusa con l'autorizzazione del Papa dal Cardinale cubano Jaime Lucas Ortega y Alamino che gliene aveva chiesto copia dopo il suo intervento, c’è già in nuce tutto lo stile di papa Francesco che stiamo scoprendo:
«Si è fatto riferimento all’evangelizzazione. È la ragion d’essere della Chiesa. “La dolce e confortante gioia di evangelizzare” (Paolo VI). È lo stesso Gesù Cristo che, da dentro, ci spinge.
1) Evangelizzare implica zelo apostolico. Evangelizzare implica nella Chiesa la parresìa di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’indifferenza religiosa, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria.
2) Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diviene autoreferenziale e allora si ammala (si pensi alla donna curva su se stessa del Vangelo). I mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le istituzioni ecclesiastiche hanno una radice nell’autoreferenzialità, in una sorta di narcisismo teologico. nell’Apocalisse, Gesù dice che Lui sta sulla soglia e chiama. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che Lui sta fuori dalla porta e bussa per entrare ... Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire.
3) La Chiesa, quando è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il mysterium lunae e dà luogo a quel male così grave che è la mondanità spirituale (secondo De Lubac, il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa). Quel vivere per darsi gloria gli uni con gli altri.
Semplificando; ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; quella del “Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans”o la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme che si devono realizzare per la salvezza delle anime.
4) Pensando al prossimo Papa: un uomo che, attraverso la contemplazione di Gesù Cristo e l’adorazione di Gesù Cristo, aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che la aiuti a essere la madre feconda che vive “della dolce e confortante gioia dell’evangelizzare”».