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UNA CONOSCENZA CHE PORTA ALL’AMICIZIA
Il bilancio dell’Arcivescovo Mons. Luigi Negri a 6 mesi dal suo ingresso in Diocesi
a cura di Massimo Manservigi

da “la Voce di Ferrara-Comacchio” n. 25

07/09/2013

Eccellenza, sono stati mesi di lavoro intenso e di confronto a tutto campo, sia dentro che fuori la chiesa, come testimoniano tutti i media locali e non solo...

Credo in modo molto determinato al dialogo fra il Vescovo e la sua Comunità particolare, e ovviamente all’informazione che ne costituisce il primo aspetto. Usare quindi gli strumenti della comunicazione sociale, come mi è accaduto in questi mesi, anche su problemi specifici che sono stati sotto gli occhi di tutti, non è certamente un tentativo di apparire a tutti i costi sulla stampa. I limiti della stampa mi sono presentissimi e li ho sempre sottolineati. Ma qui si tratta della nostra stampa, la stampa che permette al Vescovo di rendere concreta e compiuta la sua volontà di dialogo e consente alle comunità, ai gruppi e ai singoli di interloquire.
Sotto questo aspetto sarebbe utile che in seguito a questo mio intervento arrivassero anche delle domande, delle osservazioni e delle obiezioni.
E’ un dovere sostanziale, che appartiene alla comunione ecclesiale, l’informazione e la chiarificazione delle preoccupazioni fondamentali che hanno mosso questi primi cinque mesi della mia permanenza in Arcidiocesi.

Quale è stata la sua prima preoccupazione?

Innanzitutto la mia prima preoccupazione è stata quella di conoscere. Conoscere all’interno di un’affezione, di una comunione scelta e voluta: non si può conoscere senza amicizia, e senza partire dall’amicizia, diceva il grande Sant’Agostino.
Per questo mi sono identificato anche psicologicamente e affettivamente, fin dal momento della pubblicazione della mia nomina, con questa Arcidiocesi e questa comunità. Dentro questa volontà di coinvolgimento vivo e attivo ho cercato di conoscere, anche se ovviamente in modo ancora iniziale, la realtà ecclesiale.
Oltre a tanta gente incontrata in modo estemporaneo lungo le vie della nostra città, all’uscita della Cattedrale, nelle parrocchie e nel significativo sostare con molti che desideravano anche solo salutare l’Arcivescovo, ho conosciuto in modo particolare il nostro clero. Ho infatti dedicato un parte significativa di questi primi mesi ad un giro
sistematico dei Vicariati, per un incontro con tutti i preti. Ciò è servito ad indicare, per quanto certamente in modo iniziale, le direttive della mia azione pastorale che ho sintetizzato subito, come avevo già fatto in Cattedrale al mio ingresso, in due grandi temi: la nuova evangelizzazione e il recupero e l’attuazione della dimensione educativa della realtà ecclesiale in tutti i suoi aspetti, dai più tradizionali ai più innovativi. Ho avuto la sensazione che il clero mi abbia accolto bene e si sia aperto a questa proposta di dialogo. Occorrerà certo costruire un cammino di conoscenza più
profonda, di coinvolgimento anche operativo, che possa preludere anche a decisioni
di nuove utilizzazioni di personalità ecclesiali che hanno sentito e sentono giustamente la necessità di essere coinvolti in maniera più adeguata.
Oltre a questi incontri, ho ricevuto in udienza particolare oltre il quaranta per cento del clero. E’ stato un altro momento intenso, coinvolgente e anche molto personale, capace di far nascere una iniziale ma già molto reale amicizia, e che mi fa dire che su una profonda sanità morale ed intellettuale del nostro clero, c’è l’emergenza di problematiche, personali e parrocchiali, che hanno bisogno di una conoscenza più adeguata per decisioni importanti.
La visita ai Vicariati le ha fatto toccare con mano anche le conseguenze del
Terremoto. Ho dato un certo spazio alla visita delle realtà terremotate, condividendo il dolore di non poter entrare nella chiese inagibili o di vederle dall’esterno nella devastazione che alcune hanno subito.
Mi sono sentito coinvolto dalla vita che continua, in particolare quella parrocchiale, anche se in talune situazioni fortemente condizionata, attraverso l’inaugurazione di strutture nuove messe lodevolmente a disposizione della vita ecclesiale da realtà, istituzioni o addirittura dalla generosità di privati. Ho apprezzato in particolare il grande lavoro della Caritas Diocesana. Soprattutto ho amato vedere che cominciava una sinergia operativa fra le comunità impossibilitate ad agire, perché prive di luoghi dove celebrare la vita liturgica, sacramentale e catechetica, e le parrocchie vicine che si aprivano ad una ospitalità fino ad allora non molto praticata. Questa integrazione
è una cosa preziosa che deve essere recuperata nella sua dimensione autenticamente
ecclesiale, e dare luogo ad una affezione fra clero e laicato nella vita della
Diocesi che può essere premessa di nuovi e suggestivi sviluppi.

E per quanto riguarda le strutture Diocesane?

Ho anche conosciuto, almeno in parte, la struttura e il funzionamento di alcuni degli uffici più importanti della Diocesi; ne ho isolati alcuni in cui sento vitale intervenire,
e sono già intervenuto, ad esempio il settore della preparazione dei corsi per la celebrazione del matrimonio, che sono appunto di gravissima responsabilità, tenendo presente il disastro della vita famigliare. Importante anche l’Ufficio catechistico con la realtà connessa dei catechisti parrocchiali, dei gruppi e delle associazioni, ma anche gli insegnanti di religione per i quali ho dato la mia approvazione e la volontà di partecipazione ad un importantissimo corso di aggiornamento che dovrebbe consentire di impostare la catechesi e l’insegnamento nelle scuole a partire dalle mie
preoccupazioni fondamentali di carattere dogmatico, morale e socio-culturale.
La mia sensazione è che a livello delle strutture di conduzione occorreranno semplificazioni e innovamenti: ci dovrà essere una conduzione più unitaria attorno alla figura e alla responsabilità dell’Arcivescovo. Per questo ho nominato, per quanto provvisoriamente, un Consiglio Episcopale, che mancava, e che rappresenta certamente il punto di unità e di corresponsabilità dell’intera Diocesi.
Credo anche che alcune strutture siano un po’ pletoriche e forse da avviare a una maggiore operatività; probabilmente c’è anche da curare la distribuzione delle responsabilità evitando accumuli che vanno a discapito dell’effettiva efficienza delle persone e delle strutture. Nei mesi prossimi, da qui a Natale, verranno prese diverse importanti decisioni al riguardo.

Ora la aspetta la “Tre Giorni” del Clero...

Certo. Immediatamente tutto converge sulla “Tre Giorni” del clero che avrà il compito di recuperare da un lato, in maniera costruttiva e positiva, la grande lezione
Conciliare allo scadere del Cinquantesimo anniversario dall’inizio dei lavori del Concilio Vaticano II; dall’altra di cominciare a rendere criterio di impostazione
della vita Diocesana e delle sue strutture le indicazioni teologiche e pastorali di fondo che ho già dato nei miei primi interventi e che adesso dovrebbero trovare la loro esplicitazione formale e soprattutto diventare spunti per progetti di carattere culturale e pastorale. Quindi questa “Tre Giorni” la sento come determinante per l’anno pastorale che stiamo iniziando.

E riguardo al rapporto con la vita civile e culturale?

In questi mesi non è mancato anche un tentativo di conoscenza della vita sociale e delle istituzioni, nell’ambito delle iniziative pubbliche a cui ho partecipato molto volentieri: dal Palio, all’Accademia dell’Artigianato, alla Mille Miglia, all’importantissimo momento di dialogo con la Comunità ebraica all’interno della “Settimana del Libro Ebraico” con il reincontro, ad anni di distanza, con quello squisito uomo di cultura e vero credente che è il rabbino Laras. Ho anche partecipato
ad iniziative culturali pubbliche, sia quelle che facevano capo al nostro Istituto di
Cultura “Casa Cini” che ad almeno un paio di incontri all’Università di Ferrara.
Mi sono interessato anche ai gravi problemi legati alla mancanza di lavoro, ho incontrato il mondo del volontariato, mi sono reso conto dei problemi legati al mondo della Salute. Credo che sia stato un buon inizio, di grande e reciproco rispetto.
Anche le polemiche su un problema specifico su cui non voglio intervenire, perché
sono intervenuto già abbondantemente, hanno dimostrato comunque che all’inizio di questo nuovo anno, che sarà insieme pastorale e sociale, ci sono tutte le condizioni per affrontare un problema che è reale, nella sua complessità, affinché la comunità ecclesiale, quella civile e la realtà dei giovani non abbia ad essere penalizzata da inadempienze.

Come concluderebbe questo bilancio?

E’ un bilancio che io sento positivo: per il clima cristiano ed umano che caratterizza i miei rapporti con questa realtà ecclesiale, civile e sociale che ha sue caratteristiche ben esplicite alle quali è attaccata in maniera molto forte. Credo che questa preoccupazione di partecipare vivamente alla chiesa e di essere pienamente presente nella vita sociale siano due caratteristiche molto significative. Bisogna chiedere alla Madonna delle Grazie che ci aiuti a camminare e a rendere fecondi questi inizi.
Intendo spendere una parola sulla particolarissima decisione assunta nei confronti della comunità ecclesiale di Comacchio. Fin dal primo momento dell’ingresso, e della prima visita a Comacchio, ho inteso dichiarare quello di cui sono convinto profondamente ma credo sia anche una convinzione anche della Santa Sede: la fusione delle due diocesi non azzera le differenze di storia, di temperamento, di iniziative che hanno caratterizzato per secoli due comunità ecclesiali perfettamente legittime e in comunione profonda con i loro Vescovi, e attraverso di essi con la Santa Sede Apostolica. La Diocesi è una realtà “una” in cui ciascun fattore di particolarità deve portare il suo contributo ma perché rispettato e accolto dalla Diocesi in questa specificità. Io mi sento custode, difensore e promotore delle due grandi tradizioni ecclesiali di Ferrara e di Comacchio, e al di là di esse anche della Abbazia di Pomposa, perché ciascuna di queste realtà che oggi sono presenti dentro
un’unica Diocesi possano dare il proprio specifico contributo ad una comunità che è “una” ma, come diceva Sant’Agostino: “circumdata varietate”; “una” ma plurale. Non si tratta di un particolare secondario ma per me molto importante. Il fatto che una volta alla settimana io mi rechi a Comacchio vuol significare che il Vescovo è lì, anche lì. Per questo le celebrazioni liturgiche importanti dell’anno e la festa del patrono le farò sempre sia in Cattedrale che in Concattedrale. Quest’anno ho iniziato, cosa mai accaduta prima, anche la celebrazione dell’Assunta nella Concattedrale, per ribadire che sono realtà distinte, Ferrara e Comacchio, che nella loro distinzione esigono ed esprimono l’unità. La esigono perché la loro realtà particolare sta nell’essere parte di una realtà più ampia; ma sono parte di questa realtà più ampia con la loro precisa e specifica identità.