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La Vita consacrata, perfetta carità

08/06/2019

Ferrara, 7 giugno 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, chiudiamo questo anno pastorale insieme attorno all’Eucaristia, fonte della ‘perfetta carità’. La Parola di Dio di oggi ci presenta alcune suggestioni che possono essere lette alla luce della consacrazione. La pagina di Giovanni, l’ultima del suo Vangelo, è costruita attorno alle parole di Gesù rivolte a Pietro: “Tu seguimi”. Seguire Gesù significa non fermarsi alle domande, non essere preoccupati dei confronti, amare profondamente, avere la vita. Ogni anno anche la nostra vita di consacrazione scrive una nuova pagina, l’ultima in ordine di tempo, attorno alla nostra scelta di seguire Gesù. Anche noi non dobbiamo lasciarci soffocare dalle domande, dai confronti, ma amare, non stancarci di vivere nell’amore a Dio e al prossimo: nonostante le difficoltà, le età, le incomprensioni; nonostante il male sembri far dimenticare il bene. Ancora una volta Gesù ci ripete: “Tu seguimi”. E la sequela di Gesù non è indipendentemente dai tempi, dalla storia, dal mondo, ma dentro il mondo, tra “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce delle persone, soprattutto dei più poveri”, come ci ricorda la Costituzione conciliare “Gaudium et spes". Il mondo chiede che la nostra consacrazione non si accomodi, ma si rinnovi continuamente. Nell’esortazione “Gaudete et exsultate", dedicata alla chiamata alla santità, Papa Francesco ricorda “l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante” (G. E. 138).
Pietro e Giovanni, protagonisti della pagina evangelica, sono stati due discepoli che, in forma diversa, hanno dato la loro vita nel seguire Gesù: Pietro, primo nell’amore e martire; Giovanni, discepolo amato e ultimo dei discepoli.
L’amore dell’uno e dell’altro hanno generato la prima Chiesa, raccontata dagli Atti degli Apostoli, di cui abbiamo letto una pagina. A Pietro e Giovanni si aggiunge Paolo, “l’ultimo dei discepoli” – come si era definito - che arrivato in Italia giunge a Roma, dove incontra la comunità dei Giudei, probabilmente molto numerosa, per spiegare che il suo appello a Cesare, da cittadino romano, non nasceva dal non amore per il suo popolo, ma dal dovere di ricercare la giustizia. La fede è dentro un popolo, si nutre del popolo. Anche la fede di un uomo e una donna consacrata. La consacrazione non è separazione dal popolo, ma è passione per il popolo. Com’è stato per Paolo, che si dice fedele interprete della “speranza d’Israele” e che per due anni “con tutta franchezza” annuncerà “il Regno di Dio” che Gesù ha portato al mondo. Questo amore per il popolo significa che la consacrazione ci rende vicini, in ascolto delle persone; capaci di un’eccedenza dell’amore, anche per chi non ci ama; capaci di educare; pronti a pregare per il popolo di Dio e di dimostrare un amore totale e per sempre per il popolo di Dio. Anche qui abbiamo una pagina molto bella e illuminante di Papa Francesco, che ho riletto più volte e che credo possa aiutarci oggi: “La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno. Così l’annuncia l’angelo ai pastori di Betlemme: « Non temete, ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). L’Apocalisse parla di «un vangelo eterno da annunciare agli abitanti della terra e a ogni nazione, tribù, lingua e popolo» (Ap 14,6)” (E.G. 23). La nostra scelta di una vita consacrata non restringe i confini del nostro amore, ma li allarga sempre più, coinvolge tutti, perché siamo le mani, i piedi, la voce, le orecchie e gli occhi del Signore in mezzo al mezzo al popolo di Dio. Papa Francesco ricorda anche il pericolo di una vita della Chiesa e anche della vita consacrata lontana dal popolo di Dio, usando e coniugando il termine “mondanità”. “Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti, ma con la stessa pretesa di ‘dominare lo spazio della Chiesa’. In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. In altri, la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale. Si può anche tradurre in diversi modi di mostrarsi a se stessi coinvolti in una densa vita sociale piena di viaggi, riunioni, cene, ricevimenti. Oppure si esplica in un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione. In tutti i casi, è priva del sigillo di Cristo incarnato, crocifisso e risuscitato” (E.G. 95).
Chiediamo al Signore, che come Pietro, Giovanni e Paolo che oggi abbiamo incontrato nella Parola di Dio, anche noi sappiamo essere ‘discepoli’, cioè seguire la strada di Gesù e della Chiesa, con la stessa “perfetta carità”. E così sia.