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Clima e Salute: Cambiamenti climatici e malattie nel territorio ferrarese

27/04/2019

Pomposa, 27 aprile 2019

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Abate di Pomposa

Un cordiale saluto a tutti voi che partecipate a questo Convegno. Ringrazio P. Augusto Chendi, nuovo Direttore dell’ufficio diocesano di pastorale sanitaria, p. Stefano Gigli e la comunità dei Ricostruttori nella preghiera, don Marco Polmonari e il dott. Gianni Serra per l’impegno organizzativo e tutti i relatori che hanno dato la loro disponibilità a intervenire.
Non ci poteva essere luogo migliore di questo monastero e di questo meraviglioso angolo di terra ferrarese, per riflettere insieme sul tema di questo Convegno, che coniuga clima e salute, cambiamenti climatici e malattie. Tema urgente, quello che coniuga clima e salute, come attesta l’interesse non solo del mondo scientifico, ma anche dell’opinione pubblica, che mostra una sempre più crescente consapevolezza e preoccupazione dell’incidenza che i cambiamenti climatici già oggi comportano sulla salute delle persone, anche nel nostro territorio ferrarese, come già dimostrava una ricerca di 10 anni fa dal Titolo ‘L’adattamento ai cambiamenti climatici. Conoscenza e sensibilità della comunità locale’, che riguardava la città di Ferrara. Riprove dell’importanza del tema sono le 24 COP (Conferenze delle Parti) sui temi ambientali promosse dalle Nazioni Unite, l’ultima delle quali a Katowice, nel dicembre 2018, le ultime delle quali vogliono dare strumenti operativi agli accordi tra gli Stati sottoscritti a Parigi nel dicembre del 2015: ma il cammino è colpevolmente lento, con continui rimandi e ritorni indietro, per egoismi nazionali, interessi costituiti.
Se l’esposizione a varie forme di inquinamento fa ormai parte dei rischi riconosciuti da studi specifici e, ormai, anche dai non esperti, meno immediato è cogliere - se non in alcuni momenti di emergenza - l’impatto proprio che il fenomeno dei cambiamenti climatici può avere direttamente sul nostro benessere e sulla nostra salute, sia ancora più a livello mondiale o globale. Infatti, i cambiamenti climatici hanno la potenzialità di diventare la più grande minaccia del ventunesimo secolo alla salute globale.
Il rapporto con l’ambiente, infatti, è una delle determinanti fondamentali dello stato di salute della popolazione umana. Comprendere quali sono gli elementi da tenere in considerazione, anche dal semplice punto di vista epidemiologico, per valutare l’impatto di diversi fattori sullo stato di salute è un compito molto complesso. È solo tramite l’incrocio tra dati ambientali, territoriali e urbanistici, epidemiologici, della mortalità così come di altri indicatori sanitari, demografici, culturali e sociali che si può tracciare, per una determinata popolazione, come quella del nostro territorio ferrarese, una serie di scenari possibili. Scenari utili a regolare e a prevedere, quando necessario, azioni di politiche in generale, e in particolare una politica sanitaria, che migliorino la salute della popolazione e limitino i danni derivanti da specifiche componenti ambientali.
È indubbio che proprio le modificazioni indotte sul clima comportino ricadute molto pesanti, se non in alcuni casi anche nefaste, soprattutto in merito a problemi legati alla salute per intere popolazioni, non solo nelle regioni più sviluppate del mondo, ma soprattutto per popolazioni più fragili, ovvero nei Paesi economicamente più svantaggiati, colpendo un numero considerevole di popolazioni povere e vulnerabili, che solitamente vivono in zone rurali tra le più remote del mondo, nelle zone di conflitto e nelle baraccopoli urbane, in territori di sperimentazioni agricole o di nuovi insediamenti di complessi industriali .
La consapevolezza della necessità di adottare delle misure per minimizzare gli effetti dei cambiamenti climatici sta, pertanto, crescendo, e con essa stanno emergendo nuove strategie per fare fronte al degrado ambientale. Così, le politiche legate all’energia, all’agricoltura e allo sfruttamento del suolo, non possono prescindere da analisi di tipo sanitario e sociale, che tengano conto delle esigenze delle popolazioni, soprattutto più deboli, penso agli anziani e ai bambini, o più povere. Condizionando l’agricoltura, l’allevamento, la distribuzione delle specie e la diffusione delle malattie, il clima ha ripercussioni importanti sulla sicurezza alimentare e sulla salute anche nel nostro territorio ferrarese. Secondo il Profilo di salute del Piano regionale Prevenzione 2015-18, si stima che in Emilia-Romagna circa il 13% del carico di malattia sia dovuto all’inquinamento ambientale. Le patologie su cui i fattori ambientali incidono maggiormente sono malattie respiratorie, tumori, malattie cardiovascolari, ma l’inquinamento agisce anche su altri aspetti della salute, dalla riproduzione alle malattie endocrine.
Alcune malattie infettive, poi, sono altamente sensibili alle condizioni climatiche. Per esempio, temperatura, precipitazioni e umidità influenzano direttamente la riproduzione e la sopravvivenza delle zanzare e di altri insetti, con infezioni e i cui effetti mortali sono stati presenti anche sul nostro territorio. Gli stessi fattori meteorologici influiscono anche sulla trasmissione delle malattie per il tramite degli alimenti e dall’acqua. Condizioni climatiche di caldo e secco favoriscono invece le difficoltà respiratorie degli anziani e dei bambini, con aumento di allergie, sempre più numerose nel nostro territorio. L’ingresso del cuneo salino nei fiumi, l’erosione delle coste e il riscaldamento dell’acqua creano condizioni nuove e imprevedibili anche nel nostro territorio.
I cambiamenti climatici esporranno le popolazioni ad alterazioni della disponibilità e della qualità di acqua, aria, cibo, prodotti agricoli. A questi elementi, come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si aggiungono effetti indiretti, come l’instabilità economica e il potenziale aumento dei conflitti legati alla scarsità delle risorse, che hanno conseguenze sul piano della sicurezza e dell’equità, oltre ad essere fattori determinanti nelle migrazioni climatiche. Lo scorso anno 2018, i migranti forzati per motivi ambientali sono stati oltre 22 milioni, il numero più alto dei 68 milioni di rifugiati, tre volte i migranti in fuga dalla guerra, che sono stati 8 milioni. In questo contesto, dai contorni ‘fluidi’, dovremmo anche chiederci se i flussi migratori che si stanno riversando dal Continente Africano e dalle Regioni Medio-orientali in Europa, oltre a problemi legati a instabilità politica, non possano anche essere ascritti a fattori climatici e alle loro ricadute, dirette o indirette, anche in ambito sanitario: problematiche che richiedono non solo politiche securitarie, ma anche sanitarie e sociali. Per questo motivo, la legislazione italiana aveva già previsto fin dal 1998 un permesso di soggiorno per motivi umanitari a chi fugge da un Paese per motivi ambientali.
Questo quadro, non certo confortante, spiega l’attualità di una riflessione che coniughi strettamente clima e salute e induca, immediatamente, ad un ripensamento o - meglio - ad una ‘conversione’ a molteplici e complementari livelli. Ci invita a fare questo l’ Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, pubblicata nella Pentecoste del 2015, e che propone nella cura del creato, ‘casa comune’, una nuova sfida sociale e politica, con un’attenzione particolare al clima, “un bene comune, di tutti e per tutti” (L.S 23), afferma Papa Francesco. Questa importante enciclica ci guiderà nella nostra riflessione. L’enciclica di Papa Francesco, senza vantare assolutamente la pretesa di un’analisi scientifica di situazioni complesse, si concentra sull’interconnessione fra natura e società che la abita nel trovare soluzioni congrue: «Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (L.S.139).
A queste espressioni, e in particolare in merito all’interconnessione tra essere umano e natura, sistema naturale e sistema sociale, che ad una lettura superficiale potrebbero risultare ‘innocue’ e pressoché ‘scontate’, è sottesa una delle chiavi interpretative alla quale ogni intervento, dal più semplice al più complesso, dovrebbe attenersi, e cioè la dimensione della “custodia”.
È sempre Papa Francesco, infatti, che specifica il compito e la responsabilità del “custodire” (cfr. Gen 2, 15) come «proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (L.S. 67).
Si ripropone, anche in questo caso specifico, l’invito ad una conversione analoga a quella auspicata dallo stesso Santo Padre nel suo Video-Messaggio inviato in occasione dell’inizio dei lavori per redigere la cosiddetta “Carta di Milano”, ovvero il documento che al termine dell’Expo, il 28 ottobre febbraio 2016, è stato consegnato all’allora Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Questo “cambio di rotta” - che ripropone anche la Lettera enciclica papale - può essere individuato nel diverso accento impresso da Papa Francesco quando ricordava per l’evento dell’Expo che trattare di alimentazione e di cibo per tutto il Pianeta significa parlare di scelte politiche fondamentali, che guardino alla ricerca del bene comune, alla giustizia tra i popoli.
In particolare, il Santo Padre poneva l’accento non tanto sulla gestione “sostenibile” delle risorse legate all’alimentazione, quanto piuttosto sulla “custodia” del Creato, unica garanzia per rendere possibile a tutta la popolazione del Pianeta la condivisione del “pane quotidiano”. In altre parole, l’accento - questo è l’auspicio di Papa Francesco riaffermato e presente come un ‘filo rosso’ nell’Enciclica Laudato si’ - è che dalla logica del calcolo economico si riconsideri la priorità della persona, alla quale il Creato è stato affidato, invitando in tale modo ad elevare lo sguardo dalla dimensione puramente funzionale alla “sostenibilità” della gestione delle risorse del Pianeta - che potrebbe apportare, ancora più di oggi, ad un’economia dell’esclusione e dell’“inequità” - alla priorità della persona e della sua inviolabile dignità, nel reciproco e solidale concorso per il conseguimento del bene comune, sia questo a livello alimentare come, per il nostro caso specifico, a livello di salvaguardia e di promozione della salute, gravemente intaccata dai cambiamenti climatici in atto, e i cui effetti, a media o lunga scadenza, condizioneranno ancor di più lo stato di salute delle popolazioni del Pianeta. Si tratta, in altri termini, di guardare al creato per costruire una “giustizia sanitaria”, improntata non solo sul diritto ai farmaci e alle cure, ma prioritariamente alla tutela della salute a partire dalla tutela del creato. Già nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium lo stesso Papa Francesco affermava questo con forza: “Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo» (E. G. 204). E appena prima aveva affermato: “Questa economia uccide” (E.G. 53).
Nell’ enciclica Laudato si’ Papa Francesco è andato oltre le considerazioni sull’economia, consapevole che rimanere rinchiusi entro la logica della “sostenibilità” - ovvero pressati soltanto dall’urgenza di avviare nuovi programmi di ricerca e di trovare consenso per strategie politiche innovative proporzionate alla portata degli effetti dei cambiamenti climatici già in atto, rimodulando semplicemente le contraddizioni e i paradossi del sistema finanziario e produttivo mondiale nel quale tutti oggi direttamente o indirettamente siamo coinvolti e, seppure a diverso titolo, corresponsabili - potrebbe esaurirsi in un semplice esercizio intellettualistico sulla governance internazionale, si tratti di cibo o di economia o di cambiamenti climatici e dei suoi riflessi sulla salute nelle popolazioni della diverse aree geografiche del mondo. Indicando, invece, la necessità di «cambiare il modello di sviluppo globale» - al di là degli equivoci che tali espressioni potrebbero indurre - Papa Francesco afferma testualmente che «non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso. […] In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine» (L. S. 194).
Papa Francesco invita, dunque, a superare la logica dell’economico per guardare alla “custodia” del Creato, che non è un impegno esclusivo dei cristiani, ma riguarda tutti; e dunque si struttura nell’interdipendenza fra dignità della persona, responsabilità nei confronti dell’ambiente e del territorio, solidarietà, bene comune, educazione e credo religioso (cfr. L. S. 199-201). Il controllo dei cambiamenti climatici e dei suoi effetti sulla salute delle popolazioni del Pianeta - al pari di qualsiasi problema globale che urge per il futuro dell’umanità - costituisce sempre e per tutti una continua provocazione nel prendere coscienza che la vita economica e civile, in quanto vita umana, necessita di un impegno responsabile e di motivazioni profonde che la stessa fede dischiude, in quanto un’economia ridotta a puro calcolo quantitativo si smarrisce e non è capace di generare vita; e la stessa «protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente» (L.G. 190).
Come avete compreso, questo intervento, non intende assolutamente offrire soluzioni tecniche al degrado ecologico e alle ricadute sulla salute conseguenti all’inquinamento o ai cambiamenti climatici, particolarmente nel nostro territorio ferrarese. Questo compito spetta ai tecnici, agli scienziati e ai responsabili politici del bene comune – e in questa direzione andranno gli interventi successivi -, ma a noi tutti spetta la responsabilità di essere “custodi” del Creato, maturando un’etica comune che condivida come ogni intervento teso a ridurre i danni ambientali e i cambiamenti climatici, deve comunque rispettare un principio fondamentale: esso deve tutelare la salute dell’essere umano, di ogni essere umano, e la salute di ogni essere vivente. A questo scopo è necessario adottare un criterio di giustizia che parta certamente dal nostro territorio, ma vada oltre i confini regionali e generazionali.
In conclusione, per coloro che hanno il dono della fede, ma anche per tutti coloro che con la luce della ragione sinceramente si pongono alla ricerca o si dispongono all’ascolto del bonum e del verum, secondo l’espressione di Papa Francesco, si tratta di operare «una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio (scegliere un consumo critico), è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (L. G.217).
È impossibile, quindi, risolvere la complessa e articolata questione ecologica mediante l’adozione di un approccio ecocentrico o biocentrico che elimini ogni distanza antropologica ed assiologica tra l’uomo e le altre creature. Solo una prospettiva antropocentrica, che si fondi sulla responsabilità dell’uomo può garantire l’equilibrio dell’ecosistema, la salubrità dell’ambiente nonché il rispetto di tutta l’umanità presente e futura.
I cambiamenti climatici costituiscono una delle sfide morali più grandi dell’era presente, che minacciano la salute del Pianeta e della popolazione mondiale, a partire dal nostro territorio. L’ansia che la Chiesa nutre, anche di fronte ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo, dunque, è per la sorte della famiglia umana e della creazione tutta: non si tratta, invero, di un calcolo umano, bensì di annunciare e di rendere attenti credenti e non credenti a “custodire” e ad “amministrare” la Creazione nel suo complesso, quale dono consegnato alla responsabilità di ogni generazione, perché la riconsegni quanto più integra e umanamente vivibile per le generazioni a venire, anzitutto a tutela della salute e della vita di tutti.