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La Madonna del Pianto: omelia di mons. Perego

06/04/2019

Arcene - BG, 5 aprile 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, è una gioia per me venire oggi con voi ai piedi della Madonna del pianto, per ricordare e pregare. Maria, sorella nella fede e Madre, una delle figure che ci sono più familiari e la cui santità domestica comprende e accompagna le stagioni della nostra vita, nelle gioie e nelle speranze, nelle tristezze e nelle angosce. Come ci ha ricordato la Parola di Dio, in un passaggio dell’Apocalisse, Dio ricrea continuamente la vita e, al tempo stesso, di fronte al dolore, frutto della libertà e del male dell’uomo “asciugherà ogni lacrima, non consola alla leggera, non esorta a dimenticare bensì trasfigura le ferite” e trasforma “tutto ciò che è passeggero, terrestre”.
L’umanità e la santità di Maria, rendono attuale, “di generazione in generazione” la vicinanza di Dio che rinnova ogni cosa con il suo amore, ma soprattutto condivide ogni momento della vita dell’uomo, “sempre con noi”, soprattutto i momenti della sofferenza, del dolore, della morte. Come Madonna addolorata, Madonna del pianto, Maria si commuove di fronte agli uomini e alle donne che soffrono ancora, come negli anni del suo pianto: anni di offesa, di prepotenza, di sofferenza, di morte, anni di carestia e di peste, di violenza, ma anche di apostasia, di abbandono e di offesa della fede. Come ogni Madre nei confronti dei propri figli, Maria si fa vicina, accarezza, accompagna, accoglie. Questa maternità di Maria, che come Addolorata si è manifestata sotto la Croce, ha portato la Chiesa, nel Concilio di Efeso, ha proclamarla Madre di Dio e a originare quel fiume straordinario di preghiera e di affetto, mai interrotto, quali sono i santuari mariani. Ma questo dolore materno di Maria sotto la Croce, dal Concilio Vaticano II fino ad oggi, ha portato le nostre comunità, la nostra fede, in comunione con Papa Francesco, a riconoscere e invocare Maria come “Madre della Chiesa”. Il Calvario non è – sembra ricordarci l’evangelista Giovanni – solo il luogo della morte della sofferenza di una Madre, ma anche il luogo del dono della maternità di Maria. Gesù è consapevole che la sofferenza e la morte sono forse i luoghi umani in cui è più facile la disperazione che la speranza. È per questo che sul Calvario ci regala una vicinanza, quella di Maria sua Madre, ma ci regala anche un’immagine, quella dell’Addolorata, che rende la fede vita, vicina alle nostre quotidianità, non una finzione, ma un’esperienza concreta. E Maria nel corso della storia ha rinnovato questa immagine materna, è ritornata con il suo dolore e con il suo amore a essere vicina al nostro amore e dolore, come in questa terra, in questo luogo, 155 anni fa, rinnovando con il segno più semplice, più comune – qual è il pianto – la sua presenza di santità che durava da secoli, in maniera discreta, e attualizzando una delle beatitudini: “beati coloro che piangono con chi piange”. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, dedicata alla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, parlando di questa beatitudine, afferma: “saper piangere con gli altri, questa è santità” (G.E. 76). E continua: “il mondo ci propone il contrario: il divertimento, il godimento, la distrazione, lo svago, e ci dice che questo è ciò che rende buona la vita. Il mondano ignora, guarda dall’altra parte quando ci sono problemi di malattia o di dolore in famiglia o intorno a lui. Il mondo non vuole piangere: preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle, nasconderle” (G.E. 75). Invece, “la persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice… La vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui” (G.E. 76), conclude Papa Francesco. Maria Addolorata, trafitta dal dolore della morte in Croce di suo Figlio, ha voluto avvicinarsi a questa terra per toccare le nostre ferite. Un dono certamente, ma anche un impegno perché questa beatitudine – piangere con chi piange - caratterizzi anche la nostra vita quotidiana, la vita della nostra famiglia, della nostra comunità, che spesse volte sperimenta la solitudine, l’incomprensione, l’abbandono nel dolore e nella malattia, nella vecchiaia che non rende più autosufficienti, nei servizi che perdono quella familiarità, quella maternità, quello spirito di servizio e di amore, di cui ancora c’è bisogno. E Maria, che è stata Addolorata sotto la croce per la sofferenza del suo Figlio, successivamente ha condiviso la vita della prima comunità smarrita, il dono dello Spirito d’amore, la passione per il Vangelo, ma al tempo stesso ha voluto continuare a condividere con amore la sofferenza nel cammino della Chiesa, anche la nostra sofferenza, a partire da una casa, un luogo semplice e familiare, tra il portico e la stalla, a una giovane e una sposa, a cui si presenta Madonna in pianto, che la sua calza non asciuga, ma che continua generando un popolo in preghiera, ma anche in pianto con Maria Addolorata. Il miracolo di allora ha generato questo segno di beatitudine, “piangere con chi piange”, che non può spegnersi nella nostra comunità ecclesiale, ma deve investire ogni credente, giovane e adulto, uomo e donna, perché è uno dei segni più belli che rendono la fede vita, la nostra fede non una semplice idea, ma una storia, non una fantasia ma condivisione della vita concreta e familiare delle persone.
Cari fratelli e sorelle, la passione di Maria tocchi la nostra vita e la renda ugualmente appassionata del Vangelo, capace di un silenzio che si trasforma in preghiera, pronta al servizio. Il suo ‘Eccomi’ – ripetuto più volte nel Vangelo, dall’Annunciazione a sotto la Croce, si ripeta anche nella nostra vita come disponibilità a un cammino di santità a cui tutti siamo chiamati, che vede non il Golgota ma il giorno di Pasqua il suo termine. Lo esprime molto bene questo passaggio nelle Litanie mariane del Vescovo Tonino Bello, avviato al cammino della santità, che immagina Maria tra il venerdì e il sabato santo, Madre dei dolori: “Santa Maria, donna del Sabato santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com'è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie di altare. Ripetici, insomma, che non c'è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c'è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c'è peccato che non trovi redenzione. Non c'è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell'alleluia pasquale. Santa Maria, donna del Sabato santo, raccontaci come, sul crepuscolo di quel giorno, ti sei preparata all'incontro col tuo figlio Risorto. Quale tunica hai indossato sulle spalle? Quali sandali hai messo ai piedi per correre più veloce sull'erba? Come ti sei annodata sul capo i lunghi capelli di nazarena? Quali parole d'amore ti andavi ripassando segretamente, per dirgliele tutto d'un fiato non appena ti fosse apparso dinanzi? Madre dolcissima, prepara anche noi all' appuntamento con Lui”. Madonnina del pianto prendici per mano e accompagnaci. E così sia.