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Reti territoriali e fiducia: un investimento per la collettività

03/04/2019

Ferrara, Convegno EmilBanca, 3 aprile 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Reti territoriali e fiducia: un investimento per la collettività
(Ferrara, Convegno EmilBanca, 3 aprile 2019)
S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

La storia delle Casse rurali, delle Banche di Credito cooperativo è una storia di relazioni, una storia di soci, di cooperazione, ma anche di parrocchiani, che è nata e cresciuta dalla fiducia tra le persone, talora tradita – come nel 1929 – dallo Stato e dal Mercato, ma che al tempo stesso è stata capace di rinnovare il Mercato e lo Stato, a partire dai legami, dalle relazioni su un territorio. La storia delle Casse rurali è, al tempo stesso, una storia di economia e di democrazia, di credito e di partecipazione: di comunità.
Questa fiducia alla base del sistema cooperativo bancario ha, però, il suo fondamento in una visione cristiana dell’uomo e della vita sociale, che la motiva e la rinnova continuamente, perché la vita dell’uomo e la vita sociale si rinnova continuamente.

L’antropologia cristiana a fondamento

Il punto di partenza della Dottrina sociale della Chiesa, che ha avuto una sintesi originale nel documento conciliare Gaudium et spes, è, indubbiamente, la persona umana; nelle sue principali dimensioni; nel suo mistero e dignità. La piena verità sull’uomo ci dice che la persona non può essere inquadrata a partire da una sola delle sue caratteristiche – si cadrebbe nell’ideologia -, né come assoluta unicità, senza legami sociali.
La persona è l’unità di anima e corpo. Ha scritto, infatti, Benedetto XVI nella sua prima enciclica, Deus caritas est: “l’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità …E’ l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso”(D:C:E 5).Tuttavia il corpo, ferito dal peccato, può cadere preda del materialismo.
Allora l’uomo è chiamato a vigilare costantemente, per riscoprire la sua altissima dignità e vocazione”.
La persona è apertura alla trascendenza. Apertura verso l’infinito; verso Dio; verso la somma aspirazione della propria esistenza. La persona è apertura all’altro: solo nella comunione con il tu, l’io esce dal proprio egoismo.
La persona è unica e irripetibile. Dotata di auto comprensione, autodeterminazione; soggettività, coscienza, libertà. Conseguentemente essa non potrà mai essere ridotta in schemi di pensiero o di potere. Il primo impegno, allora, politico e istituzionale, deve orientare verso la salvaguardia e la promozione del suo sviluppo integrale. La persona è una creatura libera. La libertà, donata all’uomo, è la più grande scommessa di Dio; al tempo stesso, il rischio più grande. Di fronte ad essa Dio indietreggia sempre; talmente rispettoso dell’uomo e delle sue scelte. La libertà va comunque guidata, educata. La libertà non è in contraddizione con la dipendenza creaturale da Dio. Al di sopra di tutto, resta la legge morale, senza la quale l’uomo attenta alla propria libertà e diventa schiavo di se stesso.
La libertà umana è quella di una creatura: una libertà donata, da far maturare con responsabilità.
Le persone sono tutte uguali in dignità; indipendentemente dalla razza, dalla Nazione, dal sesso, dall’origine, dalla cultura: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). Per cui bisogna lavorare particolarmente per sostenere gli ultimi, i più bisognosi. “Negli interventi per lo sviluppo va fatto salvo il principio della centralità della persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate 47); «il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano” (Francesco, Evangelii gaudium, 182) ed “esige di riconsiderare specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune” (E.G. 27). Una fede autentica “non è mai comoda e individualista – ricorda ancora papa Francesco – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori… La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene il “giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa – riprendendo un passaggio della Deus caritas est di Benedetto XVI – non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia” (E.G. 183; D.C.E., 28).
L’uomo, poi, è un essere sociale: il sé e l’altro sono entrambe dimensione dell’esistenza. Ogni essere umano è frutto di una relazione fondamentale essenziale: quella tra un uomo e una donna. L’esistenza umana è segnata da una serie di interazioni a livello di famiglia, paese, città e nazione, come pure dall’interazione tra la propria famiglia e le altre, il proprio paese e gli altri, la propria città e le altre e la propria nazione e le altre. Pertanto, la nozione d’identità è inseparabile a quella di appartenenza socioculturale, perché attraverso le appartenenze sociali il soggetto stabilisce il proprio rapporto con l’ambiente. Per questo l’identità è sempre in divenire, provocata da relazioni, legami, condizioni nuove. L’individuo è collocato all’interno di una matrice sociale oggettiva costituita dai suoi gruppi di appartenenza più l’altro, cioè persone e gruppi significativi con cui il soggetto è in relazione). Dagli anni ’70 in Italia questa rete di relazioni ha costruito un nuovo ‘movimento’ di associazionismo, di cooperazione, anche sociale, di volontariato – o come preferiva dire il sociologo Ardigò – di volontariati, che ormai interessa milioni di persone e che costituisce un valore aggiunto, un capitale sociale, fatto di tempo, di dono, di interesse, di partecipazione. Questa rete di relazioni sul territorio costituiscono una rete fiduciale, che rischia, però, di essere, intaccata dal crescente individualismo, che rappresenta la minaccia più grave alla qualità della vita, perché genera sfiducia, favorisce arrivismo mentre, al tempo stesso, allontana dalla partecipazione e dalla cittadinanza attiva, porta ad aumentare i consumi e gli sprechi piuttosto che il risparmio e la condivisione. Investire nella gratuità significa investire in relazioni disinteressate, che aumentano non solo la prossimità, ma anche la fiducia tra le persone, che costruisce comunità.

Dalla persona alla fiducia nella persona

La fiducia verso gli altri, la cooperazione tra persone e la reciprocità nell’aiutarsi, l’impegno educativo, la progettazione condivisa, accompagnati da una comunicazione meno ideologica e chiusa, sono i comportamenti che esprimono la dimensione sociale dell’uomo e che, al tempo stesso, alimentano la creatività e producono una crescita del “capitale sociale”. Il capitale sociale è un patrimonio di relazioni basato sulla reciprocità, sulla fiducia e sulla capacità delle persone di collaborare nella conservazione dei beni comuni e guardando al territorio in cui si abita e a una ‘memoria sociale’ che costruisce e rende contemporanei relazioni e storie personali. In questo modo, si genera un beneficio per le persone che lo producono, ma anche per tutte le persone con cui si entra in relazione, genera un’economia circolare. In un recente articolo di P. Cucci sulla rivista ‘La Civiltà Cattolica’ dedicato proprio al ‘capitale sociale’, facendo riferimento a uno studio del politologo statunitense Robert Putnam, si definisce il capitale sociale “l’insieme dei beni tangibili che contano maggiormente nella vita quotidiana delle persone: vale a dire, buona volontà, amicizia, solidarietà, rapporti sociali fra individui e famiglie che costituiscono un’unità sociale…L’individuo se lasciato a se stesso, è socialmente indifeso. Se viene in contatto con i suoi vicini, e questi con altri vicini, si accumulerà capitale sociale che può soddisfare immediatamente i suoi bisogni sociali e mostrare una potenzialità sociale sufficiente al miglioramento sostanziale delle condizioni di vita dell’intera comunità” (G. CUCCI, Il capitale sociale. Una risorsa indispensabile per la qualità della vita; in La Civiltà Cattolica, 4049 (2/16 marzo 2019), p. 418). La fiducia è il primo elemento che costruisce sicurezza, perché apre e non chiude, crea scambio di interessi, crea corresponsabilità, costruisce legami, favorisce la partecipazione. La mancanza di relazioni, ciò che chiude, ciò che isola crea paura, rabbia e diffidenza, insicurezza e genera sul piano economico l’incapacità e l’indecisione nella condivisione delle risorse, degli spazi, sul piano sociale l’affidamento a legali la risoluzione di problematiche relazionali, e sul piano politico il rischio di affidare a poteri forti la propria vita. E’ interessante sempre quanto afferma P. Cucci in riferimento alla società statunitense e alla crisi del capitale sociale: “A partire dalla metà degli anni Sessanta, il capitale sociale si è progressivamente sbriciolato negli Stati Uniti, e il vuoto da esso lasciato ha contribuito a diffondere un generale senso di malessere e sospetto, incrementando la tendenza ad acquistare armi per la difesa personale, a spendere di più in assicurazioni e tecnologie per garantire la sicurezza (antifurti, videosorveglianza, porte blindate), tutto ciò ha innescato a sua volta una parallela crescita della violenza e della criminalità” (ivi p. 422). E’ una tendenza che rischia di arrivare anche nel nostro Paese, di segnare le nostre città e quartieri, indebolendo le reti sociali e alimentando l’individualismo, decostruendo la comunità.

La fiducia in banca: ingenuità o risorsa?

Nel caso della relazione tra un soggetto e una banca occorre dire che la fiducia chiede una rapporto stretto con la rete di relazioni territoriali, che monitorano un cammino di credito. L’esperienza ecclesiale di microcredito in molte situazioni – in occasione della ricostruzione post-terremoto, durante gli anni della crisi del 2008, con il prestito della speranza – mi hanno insegnato come può nascere una collaborazione stretta tra banca e reti territoriali non solo per implementare un capitale economico, ma anche per accompagnarlo con un capitale sociale che moltiplica il valore del capitale economico, perché sostiene le capacità e le opportunità, generando reciprocità e fiducia.
Le reti territoriali, tra Stato e Mercato, costituiscono la filiera di relazioni che da una parte preparano e accompagnano la politica perché sia sempre più realistica, ancorata ai bisogni delle persone, delle famiglie, delle imprese, della comunità in genere; dall’altra aiutano l’economia e la banca a uscire dal corporativismo, dalla crescita dei depositi e dal rischio della speculazione, per ritornare a ‘fidarsi’ e ad affidarsi al territorio, alla comunità. Con un valore aggiunto che viene dal territorio costituito dalle reti che accolgono, sostengono, accompagnano i passaggi esistenziali delle persone e delle famiglie, di chi parte e di chi arriva, i cambiamenti e i traumi sociali, le fragilità temporanee, evitando l’esclusione sociale ed anche economica, aiutando le persone a riconvertire la propria vita condizione indispensabile per riconvertire il proprio mutuo. Le reti territoriali sono sussidiarie all’azione dello Stato e del Mercato non perché sostituiscono una politica mancata o un credito insolubile, ma perché generano nuove opportunità, accompagnano i nuovi soggetti sociali, favoriscono l’integrazione sociale, creano benessere.
Mi auguro che anche la nostra città e il nostro territorio ferrarese viva e cresca su un forte tessuto di reti sociali, continuamente rinnovato, che crei sicurezza sociale e che costituisca per la banca una fonte fiduciaria di scambi sociali su cui creare scambi creditizi: scambi e relazioni fondamentali per lo sviluppo della città e del territorio.