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Maria, salute degli infermi

Messa di riapertura della cappella dell’ex-Ospedale s. Anna
(Ferrara, S.Anna, 9 febbraio 2019)
S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

09/02/2019

Onorevoli autorità, cari confratelli, cari fratelli e sorelle,
è bello ritrovarci in questo luogo così familiare a molti ferraresi, ai malati in particolare e alle loro famiglie per tanti anni, per riprendere un cammino di fede e di preghiera che era stato interrotto. Per questo sono grato ai Responsabili dell' Azienda Ospedaliero - Universitaria e dell' Azienda USL di Ferrara, in particolare al Direttore dell’Azienda USL di Ferrara, per aver dato la disponibilità a riaprire questa chiesa, Casa di preghiera, in questo luogo che è tornato ad essere in città una Casa della salute, e che vede ogni giorno il passaggio di molti cittadini. Una città, e il senso della cittadinanza si vedono da come si ha cura dei più deboli, dei malati: una cura che ha bisogno certamente di una professionalità sul piano medico, ma anche di altre relazioni volontarie che aiutano le persone a vivere una particolare stagione della loro vita e un particolare momento difficile dell’esistenza. La chiesa al centro della Casa della salute ‘Cittadella san Rocco’ indica un luogo particolare di relazione: con le persone malate, per gli operatori sanitari e i volontari che si fermano, chiedono un consiglio, ma anche nella fede e nella preghiera si affidano al Creatore e Signore della storia. Il senso religioso accompagna ancora molti nostri malati e credo sia un passo importante l’aver condiviso la necessità di aprire uno spazio dove questo senso religioso possa trovare una libera espressione.
La Parola di Dio di oggi, in un bellissimo componimento poetico chiamato ‘il canto del Servo’, ci ricorda che il Signore, “uomo dei dolori che ben conosce il patire” condivide la sofferenza dell’uomo, “si è caricato delle nostre sofferenze”: non solo delle sofferenze fisiche, ma anche delle sofferenze generate dal peccato, dal male. Dio non lascia mai solo l’uomo nella sofferenza e nel male, ma lo ricerca – come nel caso di Caino – lo guarisce – la piscina di Siloe e i miracoli di Gesù -, lo cura – come ci indica la parabola del Buon Samaritano. La figura del Servo di Javhè descritta dal profeta Isaia e che è immagine di Cristo Crocifisso ci rappresenta in maniera evidente questa condivisione della sofferenza umana da parte di Dio e che non si apre alla disperazione, perché anche la sofferenza ha un futuro (“vivrà a lungo”, “vedrà la luce”), una vita eterna.
La pagina evangelica ci presenta Maria che, dopo aver avuto l’annuncio dell’angelo non solo della sua maternità, ma anche della maternità di Elisabetta, decide subito e “in fretta” di andare in aiuto alla cugina che era al sesto mese di una gravidanza non facile. Maria non si chiude a vivere il mistero della suo maternità, ma la prima risposta al dono grande di essere madre è di aiutare un’altra madre. Maria diventa la donna che insegna il servizio alla vita. E la vita, come segno di benedizione, è al centro del bel dialogo tra Maria ed Elisabetta. E la vita che nasce diventa anche il motivo della preghiera, del ringraziamento a Dio, quale è il canto del Magnificat di Maria. Il Magnificat è pieno di parole di cura: Dio salva, guarda alla povertà, è misericordioso, esalta i piccoli e gli umili, soccorre. La preghiera, la relazione con Dio diventa un luogo di cura delle proprie debolezze, insicurezze per ritrovare in Dio il conforto, l’aiuto.
Bella è anche l’annotazione finale di Luca al racconto di questo incontro tra Maria ed Elisabetta: “Maria rimase con Lei circa tre mesi”. Quella di Maria alla cugina non è una semplice visita a una donna che aspetta un bambino: è una vera e propria esperienza di volontariato, che costruisce una relazione d’aiuto, una condivisione fino alla nascita del bambino. Questo accompagnamento di Elisabetta da parte di Maria ci ricorda l’importanza delle relazioni, dell’ascolto e del dialogo nei processi di cura: un’umanità che va salvaguardata nei luoghi di cura. A questo proposito, nel Messaggio per la XXVII Giornata Mondiale del malato, che si celebra l’11 febbraio, Papa Francesco ricorda che “la cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti di gratuità, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è ‘caro’ ”. Nel mondo sanitario il ‘dono’ più importante è forse questa relazione tenera e gratuita, tanto più quando si è soli e disperati nel vivere la sofferenza. Anche la chiesa riaperta diventa uno spazio di ascolto e di relazione per vivere la sofferenza in questo luogo nato come l’arcispedale di Sant’Anna, segno di acuta attenzione sociale, sanitaria e religiosa intesa dal beato Giovanni Tavelli da Tossignano, allora vescovo della città estense, e rinato oggi al servizio di una città per l’uomo.
Cari fratelli e sorelle, impariamo da Maria la capacità di curare chi vive un momento di sofferenza fisica, perché sappia ritrovare la vita o donare la vita. Per questo, Maria è invocata come “Salus infirmorum”, salute degli infermi. E anche questa chiesa, casa tra le case della salute, diventi un luogo familiare dove respirare la vicinanza di Dio e la vicinanza della Chiesa a chi vive un tempo, una stagione della vita segnata dalla sofferenza.