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Consacrati a Dio e al mondo: omelia

Solennità della Presentazione di Gesù al tempio - Cattedrale di Ferrara

02/02/2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

“Luce” e “gloria”: nelle parole pronunciate da Simeone, “uomo giusto e pio”, è racchiuso il significato di questa solennità odierna della Presentazione di Gesù al tempio. Il bambino Gesù che Maria e Giuseppe presentano a Dio nel tempio è anzitutto “luce” per tutte le genti. L’attesa del Messia di Simeone non ha un significato solo personale, ma universale. E questa attesa oggi si conclude perché in Gesù la salvezza entra nelle nostre case, nella città, nel mondo. Accogliere il Figlio di Dio come chi illumina il nostro percorso per il futuro, chiarisce il senso del nostro destino, oltre che il significato della creazione: è ciò che è richiesto a Simeone, ma anche a tutti noi. Simeone ha una risposta chiara e definitiva: “ora lascia che il tuo servo vada in pace”. L’incontro con il Signore porta l’intelligenza delle Scritture e la pace nel cuore. Come a Simeone a tutti noi è chiesto di accogliere nella nostra vita il Signore, come la luce. Il millenario rito della ‘Candelora’ indica questa volontà di far entrare il Signore Gesù nella nostra vita, nella vita della città, lasciandoci illuminare da Lui. La “gloria” indica che è Dio che entra nella nostra storia, che prende la nostra natura umana, facendoci riscoprire - per usare le parole di S. Ireneo – che “la gloria di Dio è l’uomo vivente”. L’uomo, l’umanità, la vita sono il luogo in cui Dio prende dimora, si manifesta, ricordandoci così che l’uomo, la sua tutela, il rispetto della sua dignità è ciò che deve muovere e ordinare la nostra vita. Maria e Giuseppe sono i testimoni, i custodi di questa luce e di questa gloria e la casa, la famiglia, la città di Nazareth il luogo dove Dio prende dimora e inizia il suo cammino di ‘liberazione’ dell’uomo – per usare le parole della lettera agli Ebrei – di “purificazione” dal peccato – per riprendere l’immagine del profeta Malachia - che è poi il cammino di scoperta da parte nostra dell’essere figli di Dio e fratelli.
La Solennità della Presentazione di Gesù al tempio è anche la Giornata della Vita consacrata e, per questo, salutiamo oggi la presenza numerosa di comunità di vita consacrata maschile e femminile presenti nella nostra Diocesi, alcuni da secoli e altri da alcuni anni. La loro presenza diventa l’occasione per dire grazie al Signore anzitutto per la grazia di una presenza di uomini e donne che hanno regalato la loro vita, in questa nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio, perché ‘la luce’ e ‘la gloria’ del Signore raggiunga ogni persona: attraverso opere di carità, luoghi educativi, un impegno pastorale, ma soprattutto attraverso il dono della loro vita. Purtroppo siamo pronti ad accorgerci e movimentarci per loro quando i religiosi e le religiose , con sofferenza e fatica, sono costretti a chiudere le loro opere e a lasciare la nostra Chiesa in città e nei paesi. Sarebbe altrettanto importante che durante la loro presenza e con la loro assenza c’impegnassimo in un’informazione e in una formazione dell’opinione pubblica, in un sostegno concreto e in una pastorale vocazionale che valorizzassero e promuovessero queste scelte vocazionali.
In questa Giornata della vita consacrata volevo fermarmi su un passaggio molto bello del documento finale del Sinodo dei giovani - da poco concluso e già oggetto di riflessione nella tre giorni del clero diocesano – dedicato alla vita consacrata, che credo possa guidare e aiutare la nostra riflessione di oggi. “Il dono della vita consacrata, nella sua forma sia contemplativa sia attiva, che lo Spirito suscita nella Chiesa – scrive il documento finale - ha un particolare valore profetico in quanto è testimonianza gioiosa della gratuità dell’amore. Quando le comunità religiose e le nuove fondazioni vivono autenticamente la fraternità esse diventano scuole di comunione, centri di preghiera e di contemplazione, luoghi di testimonianza di dialogo intergenerazionale e interculturale e spazi per l’evangelizzazione e la carità. La missione di molti consacrati e consacrate che si prendono cura degli ultimi nelle periferie del mondo manifesta concretamente la dedizione di una Chiesa in uscita. Se in alcune regioni sperimenta la riduzione numerica e la fatica dell’invecchiamento, la vita consacrata continua a essere feconda e creativa anche attraverso la corresponsabilità con tanti laici che condividono lo spirito e la missione dei diversi carismi. La Chiesa e il mondo non possono fare a meno di questo dono vocazionale, che costituisce una grande risorsa per il nostro tempo”. (Documento finale Sinodo dei giovani, 2018, n. 88).
La prima caratteristica sottolineata dal documento finale del Sinodo dei giovani è sulla ‘profezia della gratuità dell’amore”. I fondatori e le fondatrici dei vostri istituti e delle vostre congregazioni, in forma diversa, care religiose e cari religiosi, sono stati ‘profeti dell’amore’ non soltanto perché hanno costituito delle opere di carità per i ragazzi, i giovani, le donne, gli anziani, ma soprattutto perché hanno regalato alla Chiesa un ‘carisma’, cioè un dono che generato una storia d’amore nella Chiesa che continua fino ad oggi. Il carisma è fondato non soltanto sulla qualità dell’opera, ma soprattutto sulla qualità della testimonianza cristiana. Non genera amore chi divide, chi accumula per sé, chi sottrae tempo e cose per arricchire la propria realtà, chi scandalizza i più piccoli o i semplici. Ed è importante operare un attento discernimento nella vita consacrata, perché cammini la grazia e non noi stessi: è questa la prima forma di carità.
La seconda caratteristica che il documento sinodale ricorda alla vita consacrata riguarda la fraternità, invitando le comunità di vita consacrata ad essere “scuole di comunione”. Per tutti è difficile vivere insieme, al tempo stesso senza una vita insieme la nostra testimonianza di vita consacrata assume una dimensione individualistica, perdendo la forza di una testimonianza fraterna, cioè di Chiesa. La fraternità chiede – per usare il titolo della lettera pastorale di quest’anno - “esercizi comunione, corresponsabilità”, un cammino, uno sforzo comune per una testimonianza essenziale alla vita consacrata.
La terza caratteristica che il documento finale ricorda alla vita consacrata è di essere centri di preghiera e contemplazione. L’esempio evangelico di Marta e Maria, il motto benedettino ‘ora et labora’ ci ricordano che non si può assolutamente slegare una vita di apostolato attivo dalla preghiera, da una relazione intensa con il Signore. Fare delle nostre case – che tra l’altro hanno tutte anche la cappella – luoghi preghiera e contemplazione significa da una parte nutrire quotidianamente il nostro cammino di vita cristiana con l’amore a Dio, così che la nostra opera apostolica ‘rappresenti’ l’amore di Dio al prossimo.
La quarta caratteristica ricordata dal Documento sinodale finaleè che le comunità di vita consacrata siano “luoghi di testimonianza intergenerazionale e interculturale”. E’ vero che molte opere educative e di promozione umana hanno una particolare attenzione al dialogo intergenerazionale, perché favoriscono i compiti educativi dei genitori, ma soprattutto la relazione con i figli oggi particolarmente difficile, per la diversità dei linguaggi comunicativi, ma anche per la forza di altri luoghi testimoniali non sempre positivi. Ma è altrettanto importante che siano valorizzati, in un mondo in cambiamento, il dialogo, il confronto e lo scambio tra culture, religioni diverse che ormai abitano la nostra città e il nostro Paese. La parola ‘dialogo’ e non le parole ‘scontro’, ‘rifiuto’, ‘esclusione, deve essere al centro del nostro impegno educativo, di laici, presbiteri e consacrati - come ci hanno ricordato i Vescovi italiani nel documento di questo decennio 'Educare alla vita buona del Vangelo’ - ed è la parola chiave di una Chiesa che evangelizza come aveva ricordato Paolo VI nell’ enciclica “Ecclesiam suam” e ha ribadito Papa Francesco nell’esortazione apostolica "Evangelii Gaudium”.
Cari fratelli e sorelle, carissime comunità di vita consacrata, “la Chiesa e il mondo – ricorda Papa Francesco – non possono fare a meno della vita consacrata: anche la nostra Chiesa oggi testimonia il valore di un dono che impegna a pregare e a lavorare, perché crescano vocazioni buone, numerose e perseveranti alla vita consacrata, guardando a Maria, la Donna del sì, la Madonna delle Grazie.