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Esequie dell’ Avv. Rosaria Savastano, Presidente del Tribunale di Ferrara

Omelia

15/01/2019

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

“Le anime dei giusti sono nelle mani dei Dio”. La pagina della Sapienza che abbiamo ascoltato, cari fratelli e sorelle, ci ha ricordato questo destino di chi ama e tutela la giustizia. Nella Bibbia il termine “giustizia” appare in contesti diversi fra loro e con sfumature e significati diversi che diventano anche misura di riferimento della giustizia legale. La giustizia esprime il rapporto che lega l’uomo a Dio (Cfr Gen 15,6: “[Abramo] credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”). Ma indica pure il rapporto che lega l’uomo al suo prossimo (come leggiamo nei libri profetici). Riferito all’uomo, il termine “giustizia” indica il compimento della volontà di Dio, l’ascolto della sua Parola, come abbiamo ascoltato nei Vangeli natalizi, nei confronti di Giuseppe, lo sposo di Maria: «Giuseppe… era uomo giusto» (Mt 1,19). Riferita a Dio la “giustizia” indica il suo intervento sul mondo e sull’uomo, quando vengono calpestati i diritti dei più poveri e delle categorie più deboli. L’implorazione a Dio “giusto giudice” esprime il desiderio che sia “ristabilita la giustizia”, che l’uomo ha infranto con il suo peccato: «Alzati, giudice della terra, rendi ai superbi quello che si meritano!» (Sal 94,1-2). “Giustizia” è la parola che nella predicazione dei profeti (come Isaia, Amos, Michea) più significativamente esprime gli atteggiamenti dell’uomo chiamato alla solidarietà responsabile e alla condivisione fraterna verso chi, nella società di ogni tempo, è emarginato, debole, prigioniero, indifeso e straniero. Giustizia è «sciogliere le catene inique», «dividere il pane con l’affamato», «introdurre in casa i miseri, senza tetto» (Cfr Is 58,6-12; Mi 3,9-12 e anche Mt 25,31-46). È qui che trova il suo contesto la beatitudine che Gesù dichiara nei confronti di chi fa propri questi atteggiamenti: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6). La nostra sorella Rosaria, da Magistrato, ha cercato sempre la giustizia, nelle sue connotazioni più diverse, ma attenta a salvaguardare ogni persona, anche povero e indifeso o offeso, nei contesti familiari, a partire dalla definizione classica: “La giustizia è la ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli spetta di diritto" (Ulpiano, III secolo d.c.). Rosaria ha iniziato come giudice alla sezione civile e ha concluso come Presidente del Tribunale nella nostra città di Ferrara questo suo servizio “fermo e costante” alla giustizia e al bene comune, che ha sempre esercitato con il cuore e l’intelligenza napoletana, e così mi si è presentata immediatamente nei pochi incontri istituzionali. Oggi la immaginiamo accolta tra le braccia di un Padre che ama la giustizia, risplendere come “scintille nella stoppia”, dopo anche un prova difficile nel tempo della malattia, accompagnata con amore fedele dal marito Lucio, dal fratello Francesco, dai familiari e amici.
Rosaria ha dedicato la sua vita alla promozione della giustizia. Nel suo lavoro di Magistrato, maturato nella drammatica stagione del terrorismo italiano, vissuto nei tempi della crisi e delle riforme della giustizia negli ultimi quarant’anni, Ella ha mostrato sempre di tenere in ferma considerazione i principi costituzionali dell’amministrazione della Giustizia, in particolare l’art. 101, secondo il quale “la giustizia è amministrata in nome del popolo” dai giudici, con una libertà e un’indipendenza dai poteri, nel solo interesse della ricerca della verità e dell’ordine dei rapporti tra le persone, come insegna anche S. Tommaso: «compito proprio della giustizia, tra tutte le altre virtù, è di ordinare l'uomo nei rapporti verso gli altri”, e nella consapevolezza che la giustizia ha una forte dimensione sociale. Per Rosaria il Tribunale è diventata così la ‘casa’ della Giustizia, ma anche della Grazia: purtroppo un binomio oggi scisso nel Ministero di competenza, mentre Giustizia e Grazia sono le due facce della stessa medaglia che ha al centro la persona umana, la sua dignità, la tutela della sua vita, la rieducazione di chi compie un reato. E se “grazia e misericordia sono per i suoi eletti”, ricorda sempre la pagina della Sapienza, Rosaria ha vissuto in maniera equilibrata sempre questo binomio, meritando così di vivere oggi nella casa del Padre. Non è facile, infatti, talora, ricercare la Giustizia, tra pressioni, disorientamento, contraddizioni sociali e culturali, debolezze strutturali e limiti del personale che tutti conosciamo. Ma nonostante queste difficoltà e il lavoro del Giudice, Rosaria ce lo ha insegnato, possiamo e dobbiamo continuare a custodire il prezioso dono della giustizia nelle nostre mani. E chi è “perseguitato per la Giustizia”, perché ricerca la Giustizia, ci ha ricordato la pagina evangelica delle Beatitudini, sarà beato e sarà grande la sua ricompensa nei cieli. Rosaria ha custodito in tutta la sua lunga carriera, spezzata solo da un male più forte del suo coraggio e della sua determinazione, la Giustizia e la Grazia, esercitando con fedeltà un servizio alla nostra città in un luogo cardine - il Tribunale - e per questo oggi la fede e la speranza cristiana ci fanno credere che il Signore La chiama e le dice: "Vieni, benedetta del Padre mio, ricevi in eredità il Regno preparato per te”, accompagnata da Maria, Madonna del Rosario, che Le è stata vicina anche nel nome per tutta la sua vita.