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Il ricordo dell’Arcivescovo Filippo Franceschi, educatore straordinario: omelia

Cattedrale di Ferrara

30/12/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Cari fratelli e sorelle, questa domenica natalizia è dedicata alla Sacra Famiglia di Nazareth. La famiglia è il contesto in cui nasce il Signore, ma in cui nasce ogni figlio. La famiglia è il luogo ideale dove la vita nasce, cresce e muore, per questo sta a cuore alla Chiesa. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio che ci presenta due contesti familiari. Il primo è il contesto familiare dove ritroviamo Anna che partorisce per grazia di Dio, lei che era sterile, il figlio Samuele, e che, insieme al marito Elkanà, si reca al tempio a ringraziare il Signore. E’ interessante questo fatto che il brano biblico ci fa notare. Anna preferisce non andare al tempio dopo la nascita del figlio: la cura del bambino precede anche la preghiera al tempio. La vita è nelle mani di Dio da una parte, dice Anna, ma è anche consegnata alle nostre cure. Al tempo stesso, Anna, dopo lo svezzamento, si reca al tempio per ringraziare il Signore e a donare suo figlio per il servizio sacerdotale. Ogni dono di Dio, anche il dono di un figlio è sempre del Signore: i figli non sono una nostra proprietà. Nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia Papa Francesco scrive: “Il Vangelo ci ricorda anche che i figli non sono una proprietà della famiglia, ma hanno davanti il loro personale cammino di vita. Se è vero che Gesù si presenta come modello di obbedienza ai suoi genitori terreni, stando loro sottomesso (cfr Lc 2,51), è pure certo che Egli mostra che la scelta di vita del figlio e la sua stessa vocazione cristiana possono esigere un distacco per realizzare la propria dedizione al Regno di Dio (cfr Mt 10,34-37; Lc 9,59-62). Di più, Egli stesso, a dodici anni, risponde a Maria e a Giuseppe che ha una missione più alta da compiere al di là della sua famiglia storica (cfr Lc 2,48-50)” (n.18). L’episodio di Gesù dodicenne al tempio è quello ricordato oggi dalla pagina evangelica, che ci presenta il secondo contesto familiare, quello di Maria e Giuseppe con Gesù. Questo episodio dello smarrimento di Gesù, unitamente alle parole che accompagnano il suo ritrovamento, vogliono indicare da una parte come ogni figlio crescendo diventa libero, ma dall’altra come ogni figlio - e Gesù, Figlio di Dio in maniera particolare - ha una sua missione, una storia originale: “fare la volontà del Padre”. Sono le prime parole pronunciate da Gesù che indicano già, in sintesi, la sua missione. Compito di Maria e Giuseppe, come di ogni genitore è aiutare il figlio a crescere: “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”. E’ la parola stessa ‘figlio’ che in ebraico significa ‘crescere’, ‘edificare’: ai genitori tocca accompagnare questa crescita. Come fa Dio con l’uomo, ci ricorda la lettera di Giovanni: Dio è un Padre che ci prende per mano come suoi figli e ci insegna ad amare. I comandamenti sono le strade di questo amore, libero e intelligente, per camminare nella luce e nella giustizia. I genitori sono chiamati a testimoniare questo amore cristiano libero e intelligente che sappia aiutare i figli a ‘rimanere’ – come scrive l’apostolo Giovanni – nello stesso amore a Dio e al prossimo con tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente. Lo so che questo non è facile. Chi tra voi è un genitore ha sperimentato le fatiche non tanto di amare, ma di aiutare i figli a crescere nell’amore cristiano. Una fatica di crescere il figlio che si aggrava quando la madre è sola, quando il figlio è disabile, quando si è costretti a cambiare luogo di vita – come ricorda il Papa nell’Amoris laetitia – che chiede una prossimità della Chiesa a queste situazioni familiari. Una fatica che ci aiuta a comprendere , come scrive Papa Francesco sempre nell’Amoris laetitia, che “Il figlio chiede di nascere da un tale amore e non in qualsiasi modo, dal momento che egli non è qualcosa di dovuto ma un dono, che è il frutto dello specifico atto dell’amore coniugale dei suoi genitori” (n.21). Cari fratelli e sorelle, il ricordo odierno della famiglia di Nazareth diventa l’occasione per pregare per le nostre famiglie, per i genitori, ma anche per un impegno di tutta la nostra Chiesa per “educare alla vita buona del Vangelo”. L’arcivescovo Filippo Franceschi, che noi oggi ricordiamo a 30 anni dalla sua morte, che fu alla guida delle Chiese di Ferrara e di Comacchio dal 1976 al 1982, è stato un educatore straordinario. Toscano di Lucca, discepolo di Giuseppe Lazzati all’Università Cattolica, Assistente della FUCI e dell’Azione Cattolica di Lucca, nel 1964 fu a Roma come Assistete nazionale dei Giovani di Azione Cattolica, vivendo i momenti tormentati della contestazione e della fuga dall’associazionismo con pazienza e intelligenza. In un suo testo pubblicato da Vescovo di Ferrara, dal titolo “Vangelo, cultura e formazione” (Roma, AVE, 1980) Mons. Franceschi tra le tappe di ogni processo formativo (la coscienza di sé, il dominio di sé; il rapporto con gli altri, la coscienza critica, il senso della storia, la coscienza di Chiesa), indicava anche l’educazione ai valori e scriveva: “Un’attenzione particolare nel processo formativo deve essere rivolta all’educazione ai grandi valori che sono garanzia e sostegno di ogni società ben ordinata. Intendo i valori della libertà nei suoi contenuti autentici, della giustizia che non si esaurisce nel dare a ciascuno il suo, ma che riconosca e ricerchi sempre il rispetto per la dignità di ogni uomo… Educare inoltre alla ‘pace’ come valore che in sé molti altri ne assomma, se essa è, come deve essere, intesa non solo come tregua o assenza di conflitti, ma come bene primario dell’uomo, come condizione di vita… E non si tratta solo di richiamarli e proporli: occorre molto di più, occorre onorarli nella vita personale e nella società: occorre operare perché essi divengano reali”. Da qui l’attenzione dell’Arcivescovo Franceschi al tema della città, come luogo di incontro, di dialogo, di opportunità, di crescita, di partecipazione, di educazione, fino a parlare di una “teologia della città” o meglio di una “città teologale”, cioè di una città che esprimesse la fede, la speranza e la carità. “Proprio perché cittadino corresponsabile dell’edificazione di una città terrena, il cristiano deve anche partecipare – diceva ai genitori in occasione delle elezioni scolastiche del 1977 - in maniera piena, per la propria parte alla più grande responsabilità umana: la formazione delle nuove generazioni, il creare per loro un ambiente adatto… L’opera di formazione deve vederci tutti cointeressati, coinvolti e corresponsabili, sapendo che non si dà formazione umana solo con insegnamenti dottrinali, o attraverso la trasmissione di valori alti e nobili, che hanno una loro ricca tradizione, ma con la testimonianza della vita”. Questa educazione alla cittadinanza, alla corresponsabilità, accompagnata dalla testimonianza, rimane il nostro fondamentale impegno educativo di oggi, delle nostre famiglie in particolare, nella città e nella Chiesa.