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60° Anniversario di Confcooperative

Ferrara - Assemblea per i 60 anni di Confcooperative

07/12/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Ringrazio il Presidente, il Consiglio e il Direttore per l’invito a intervenire in questa Assemblea che celebra i 60 anni di Confcooperative (1958-2018) a Ferrara. Il tema scelto per questa Assemblea sottolinea due legami stretti del mondo cooperativo. Anzitutto il legame con il territorio, per il quale si ricorda in particolare il ruolo di ‘coesione’; dall’altro il legame a un sistema economico, in riferimento al quale si ricorda l’elemento della ‘competizione’.
Queste due sottolineature mi fanno dire anzitutto che la cooperazione, la cooperativa non è semplicemente un modello aziendale: è un modello culturale, un modello economico, uno stile di vita e di relazioni, che ha una grande valenza organizzativa, partecipativa, politica. E qui vedo un rischio nel mondo della cooperazione, quello di indebolire l’apporto del mondo cooperativo, schiacciandolo troppo in senso economico, lavoristico. Occorre intensificare il legame con il territorio da parte del mondo cooperativo, coniugando in maniera anche nuova questo termine che avete scelto: ‘ coesione’. Nell’art. 119 della Costituzione si legge: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri e le disuguaglianze economiche e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni”. L’articolo riconosce il valore della coesione e della solidarietà sociale da promuovere, di cui uno dei soggetti, come recita l’art. 45 sempre della Costituzione, è la stessa cooperazione: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”. Forse occorre riconoscere e rafforzare questo legame tra Cooperative e territorio: attraverso la partecipazione ai tavoli territoriali e ai piani di zona: tra i luoghi della cura e della salute e le istituzioni, tra le scuole e le famiglie, tra i luoghi aggregativi e i giovani, tra i luoghi del lavoro e i consumatori, con forme nuove di rappresentanza, con le famiglie e il bisogno della casa e la valorizzazione e sicurezza dei risparmi. Anche con le parrocchie, Chiesa tra le case e tra la gente, per diversi aspetti, può nascere questa azione comune di coesione: per la valorizzazione di spazi, l’aggregazione, l’inclusione, i percorsi di integrazione, la tutela e la cura, la promozione culturale e la promozione di stili di vita.
In questo senso, l’impegno per la coesione, chiede alle cooperative di non trascurare un’azione educativa e culturale - alimentata anche da un ricco Magistero sociale della Chiesa che accompagna la nascita e la vita del mondo cooperativo - che aiuta a maturare ‘interesse’ (l’I care di don Milani), ma anche a creare un’opinione pubblica informata sulle diverse problematiche sociali. Troppe volte l’opinione pubblica è falsata da stereotipi costruiti a tavolino e alimentati da alcuni mondi comunicativi, che generano divisione, contrapposizione e conflittualità sociale. L’esperienza cooperativa, con le relazioni che genera, le collaborazioni, la condivisione, soprattutto a partire dei più deboli non solo economicamente, ma anche sul piano della vita e della storia personale, alimenta mutualità, con il solo scopo di costruire pari opportunità e la partecipazione attiva dei diversi soggetti.
E qui mi permetto di sottolineare un terzo valore, sul piano della coesione, della cooperativa. La cooperativa è scuola e laboratorio di cittadinanza attiva. Il sistema, la modalità organizzativa premia anzitutto la partecipazione al lavoro, perché aiuta una valorizzazione delle competenze e delle capacità, ma non si limita ad esso, ma accompagna la persona, il lavoratore a fare della città il suo luogo di vita e di relazioni, attraverso la conoscenza del territorio, gli scambi relazionali, l’amicizia, la sicurezza sociale – di cui purtroppo si parla poco – la partecipazione attiva, guardando anche al mondo e favorendo la cooperazione allo sviluppo. Non è un caso che il prossimo anno festeggeremo insieme il centenario della nascita nel 1919 della Confederazione nazionale delle cooperative e la nascita del Partito popolare italiano, di cui il ferrarese Servo di Dio Giovanni Grosoli fu un protagonista. Impegno economico e impegno politico, nel movimento sociale cattolico italiano, si sono sempre accompagnati, per rendere ‘liberi e forti’ i cittadini e i lavoratori.
Una parola aggiungo sulla qualità competitiva delle cooperative, fermo restando che la forza e la capacità di coesione è anche un elemento competitivo, perché costruisce un tessuto sociale e fiduciale, senza il quale anche il sistema finanziario ed economico delle cooperative sarebbe assolutamente più debole e isolerebbe l’impresa rispetto al territorio – elemento sul quale anche il mondo dell’Università e delle imprese in generale sta conducendo una riflessione e una nuova strategia.
In un mondo economico di piccole imprese che rischiano di non avere futuro al di là del tempo di vita e di lavoro di chi l’ha creata, di povertà diffusa, di grave disoccupazione giovanile, di mobilità sociale, la cooperativa, fondata sulla mutualità per l’inserimento lavorativo prima che per il profitto, per la valorizzazione delle competenze di tutti, per la sussidiarietà tra retribuzione e gratuità, per la redistribuzione della ricchezza, con uno sguardo a cui ci ha abituati il Santo Paolo VI con l’enciclica Populorum progressio e cioè allo sviluppo dei popoli, sempre in vista della valorizzazione di ogni persona a partire dal lavoro, per l’alternativa che crea al disagio e abbandono sociale, per l’attenzione alla disabilità e ai giovani, per l’impegno nell’accoglienza, tutela, inclusione e integrazione dei migranti e delle loro famiglie, per il coraggio spesso non riconosciuto di servire anche le politiche deboli su bisogni reali, è il modello economico che meglio di ogni altro, anche attraverso lo startup, genera modelli nuovi, opportunità, accompagna al lavoro, crea nuove professionalità, avvia all’impresa.
Oggi si vive anche nel mondo della cooperazione una fatica, creata da una crisi economica subita non solo dalle famiglie, ma anche dalle cooperative. Le ragioni della fatica e della crisi sono diverse, ma alcune sono le stesse che ricordava Pio XI dopo la crisi economica del 1929, nell’enciclica sociale Quadragesimo Anno del 1931: “ Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro piacimento”. Auguro alle nostre cooperative un rinnovato cammino nelle nostre città e nelle nostre comunità ecclesiali, dove spesso sono nate, che possa anche rinnovare coesione e competizione, distribuzione della ricchezza e non concentrazione di essa, senza mai perdere la forza,la libertà e il coraggio delle origini.