NEWS

L’aldilà: omelia della prima Domenica di Avvento

Cattedrale di Ferrara

02/12/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, iniziamo oggi il tempo dell’Avvento, tempo dell’attesa, per ritornare a gustare la gioia dell’incontro con Dio che entra nella nostra storia, come il dono di un Figlio che nasce da Maria. In questo tempo faremo un cammino insieme di riflessione sulla Parola di Dio, per cogliere e approfondire alcuni aspetti specifici del mistero cristiano dell’Incarnazione. Oggi la Parola di Dio invita a guardare oltre, aldilà della quotidianità, delle cose, delle nostre attese. Questa parola “ aldilà” per noi cristiani, anche alla luce della Parola di Dio ha più di un significato. Immediatamente l’aldilà’ ci fa guardare oltre la storia, a dei luoghi (Paradiso, Inferno, Purgatorio) immaginati più in maniera dantesca, come li ha descritti poeticamente la ‘Divina Commedia, cioè come spazio del nostro destino. Il profeta Geremia e l’evangelista Luca ci fanno invece immaginare l’aldilà come il tempo, e non lo spazio, dell’incontro del Signore. L’aldilà più che un luogo è una relazione nuova, diversa, definitiva con Dio, dove “il Signore nostra giustizia” – per usare le parole di Geremia - aprirà i nostri occhi e ci renderà consapevoli della nostra vicinanza o distanza da Dio. L’aldilà è il tempo della liberazione - come ci ricorda Luca: dalla quotidianità (“dalle dissipazioni e dagli affanni della vita”, come ci ricorda sempre l’evangelista), dalle cose, dalle nostre paure, dalle divisioni, dalle pretese. Liberi davvero. Per questo siamo chiamati tutti ad incamminarci verso l’ “aldilà”. Come fare questo cammino verso l’incontro con il Signore? L’evangelista Luca ci ricorda la prima cosa importante: la preghiera. L’incontro finale con Dio sarà veramente familiare, paterno se il nostro Amore a Dio con tutta la mente e con tutto il cuore, con tutto noi stessi, è iniziato nella nostra vita di ogni giorno. Senza la preghiera si è schiavi dell’ “al di qua”, non si ha il coraggio di attraversare il fiume, di incontrare, di donare, di vivere nella libertà. La preghiera ha una grande valenza politica: aiuta a non esasperare il presente, a non disperare per ciò che capita attorno a noi, ma a guardare al futuro, con speranza. La preghiera non è mai ingenua, perché si affida al Creatore e Signore della storia, che non delude le nostre aspettative. San Paolo, parlando ai Tessalonicesi, che credevano che la fine del mondo fosse imminente, ricorda la seconda cosa importante per preparare l’incontro con il Signore: “crescere e sovrabbondare nell’amore”, “fra voi e verso tutti”, aggiunge San Paolo. L’amore è faticoso, perché non può avere esclusioni, semmai ha delle preferenze: i più poveri, i più soli, i più disperati, i più sofferenti. Anche l’amore prepara l’incontro con Dio Padre, con Gesù e tutti i suoi santi, ci ricorda ancora l’Apostolo Paolo. Un amore che cambia, progredisce, ha sempre nuovi esempi nei santi, nei beati riconosciuti nella vita della Chiesa. Oggi a prenderci per mano per educarci e prepararci a questo incontro con il Signore è un beato della casa d’Este, il Beato Carlo d’Asburgo-Este, di cui abbiamo avuto in dono una reliquia per questa nostra Cattedrale e altre due per il Monastero di S. Antonio in Polesine e per il santuario del Crocifisso di S. Luca, unitamente a un’icona realizzata e donata dalle monache benedettine. Ringrazio per questo dono delle reliquie Sua Altezza l’Arciduca Martino d’Asburgo-Este, nipote del beato Carlo, che oggi ci onora della Sua presenza, unitamente a Mons. Arnaldo Morandi, Assistente nazionale della Gebesliga, la Lega di preghiera per la pace e la fratellanza tra i popoli intitolata al Beato Carlo, presente da alcuni anni anche nella nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio. Il Beato Carlo d’Asburgo-Este e la moglie Zita, della quale pure è in corso il processo di beatificazione, sono state persone di preghiera: una famiglia che ha saputo pregare ed educare alla preghiera i suoi numerosi figli. In ogni giorno della sua vita, anche nella sofferenza, il beato Carlo, con il cuore e la mente si è affidato al Signore e si è fidato di Lui. Al tempo stesso, il beato Carlo ha seguito – per usare le parole dell’apostolo Paolo – “le regole di vita” date dal Signore. Da politico e capo di Stato, in un momento in cui l’Impero Austro-ungarico era entrato in guerra, in seguito dell’assassinio di suo cugino l’arciduca Ferdinando, la prima preoccupazione del Beato Carlo fu la stessa di papa Benedetto XV: il ritorno alla pace. Una pace cercata negli accordi diplomatici, che riportasse le fabbriche agli usi civili, che bloccasse ‘l’inutile strage’, che riportasse i mariti e i figli a casa, ricostruendo il contesto familiare, ridonasse in concreto la libertà e la serenità. Una ricerca della pace duratura, per questo supportata da Organismi internazionali – come la Società delle Nazioni, che aveva mosso i primi passi a Ginevra – e da un’unità di tutti i popoli europei, da un’Europa che liberasse dalle catene pericolose dei nazionalismi e diventasse veramente la nuova casa comune: unita da interessi economici e sociali e da esperienze culturali e religiose comuni, valorizzando anche le diversità, le minoranze. Non solo un sogno comune tra Papa Benedetto XV e il Beato Carlo, ma una realtà da costruire per garantire pace, libertà, bene comune, la giustizia e la crescita economica e sociale. Un sogno e una realtà infrante dai nazionalismi e da interessi corporativi che porteranno la continuazione della guerra e un’ecatombe conclusa solo nel 1919, lasciando nei Paesi europei più morti, più orfani, più vedove, meno giovani, meno risorse. Un sogno e una realtà infrante dai nuovi nazionalismi successivi – sotto i nomi di nazismo, fascismo, franchismo, bolscevismo – che genereranno una seconda strage mondiale, che finalmente aprirà gli occhi di nuovi politici come De Gasperi e Spinelli, Schuman e Adenauer che, sull’esempio del Beato Carlo, faranno del sogno Europa un progetto economico, politico, sociale, religioso e culturale da realizzare. Una realtà, l’Europa, oggi consegnata a noi, che chiede la nostra responsabilità, la nostra partecipazione. Un’Europa dei popoli, dove l’unità salva la diversità, le minoranze; un’Europa della libera circolazione delle merci e delle persone, degli scambi culturali tra Università, dove i giovani possono arricchire le loro lingue, la loro cultura. Un’Europa del dialogo ecumenico e religioso, che respira – come chiedeva il santo Giovanni Paolo II – a due polmoni, Oriente e Occidente. Un’Europa sempre meno armata e più attenta a costruire relazioni internazionali di pace. La reliquia del Beato Carlo da oggi nella nostra Cattedrale e nella nostra città costituisce un invito ad essere uomini e donne di preghiera, ma anche ad impegnarci nella costruzione di una nuova Europa, con responsabilità: un’Europa dei popoli e non dei nazionalismi; un’Europa, casa comune, dove condividere le cose migliori di ognuno e di ogni popolo; un’Europa aperta allo sviluppo dei popoli del mondo, con gli strumenti della pace, del dialogo, della tutela della vita e della dignità di ogni persona, della lotta alla povertà, della ricerca della giustizia, della libertà religiosa, della condivisione, della salvaguardia del creato. L’al di là, ci insegna anche l’esempio di santità del Beato Carlo d’Asburgo-Este, si prepara qui, oggi, da cristiani responsabili della città dell’uomo in cui viviamo. Così sia.