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La carità di San Leonardo abate: omelia

Parrocchia di Masi Torello

11/11/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Un cordiale saluto a tutti voi, cari fratelli e sorelle di Masi Torello e un sentimento di gratitudine al caro don Giuseppe per questo invito a celebrare la solennità del vostro patrono, l’ abate San Leonardo di Noblat. Il patrono è un santo che una comunità si sceglie come modello di fede e di testimonianza cristiana e, ogni anno, il suo ricordo diventa una provocazione a uno stile di vita cristiano autentico, al cammino verso la santità a cui tutti siamo chiamati.
Guardando a S. Leonardo, alla sua testimonianza di fede e di carità, sento oggi il desiderio con voi di contemplare la Parola per affrontare insieme le sfide di oggi, soprattutto la sfida della carità e della condivisione.
La Parola di Dio quest’oggi è dura, indica provocatoriamente che la qualità dell’amore al prossimo è fonte di salvezza. Ce lo insegna anzitutto la pagina del libro dei Re che ci ha ricordato l’incontro tra Elia e la vedova di Zarepta. La carità, la condivisione di pane e olio, moltiplica le cose. La carità non impoverisce, ma arricchisce. Anche la carità della vedova, povera ricordata dalla pagina evangelica di Marco, ci insegna che la misura della carità non è la quantità del dono, che per alcuni può essere il superfluo, ma dalla qualità del dono. E il dono delle due vedove nel dono di Cristo, ricordato dalla pagina della lettera agli Ebrei: Cristo : ha dato la sua vita in Croce per la salvezza di tutti.
In ogni discepolo del Signore noi incontriamo sempre amore e intelligenza, capacità di donare e discernimento camminare insieme. E’ lo stile dei santi. Anche in San Leonardo abate.
“Per quel vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri” – ricordato da Papa Francesco nell’esortazione Evangelii gaudium (n. 48) – ogni cristiano è invitato a non guardare altrove, a non passare oltre, a non chiudere la porta, ma come le vedove bibliche a lasciarsi toccare nel cuore dalle sofferenze dei poveri, ma anche il desiderio di una prossimità rinnovata. Come ricorda la costituzione conciliare sulla Liturgia, i fedeli sono chiamati a esercitare “tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato, attraverso le quali si renda manifesto che i seguaci di Cristo, pur non essendo di questo mondo, sono tuttavia la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini” (S.C. n. 9).
L’amore, la carità di Cristo genera una Chiesa capace di amare. Un amore che si rivolge all’interno e che fa della Chiesa una fraternità, un’agape, una comunione. Un amore e una carità di Cristo che dall’Eucaristia ‘formano’ un’esistenza nuova del credente, aiutandolo a rileggere i momenti e le scelte della vita alla luce di Cristo (sacramenti), a ripensare il proprio stile di vita alla luce di alcuni valori (gratuità, pace, riconciliazione), a valorizzare il senso del limite (dolore, sofferenza e morte), a camminare sulle strade del mondo come portatori di una speranza e di una civiltà nuova. Un amore e una carità che dall’Eucaristia rendono attenti i fedeli anche alle persone più deboli e in difficoltà. Gli infermi, le persone sole, gli anziani,, i migranti sono alcune categorie di persone alle quali guardare con una preferenza nelle nostre comunità anche a partire dal dono dell’Eucaristia (cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, nn. 58-60). L'unione con Cristo che si realizza nel Sacramento ci abilita anche ad una novità di rapporti sociali: “ la ‘mistica’ del Sacramento ha un carattere sociale “, ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica Sacramentum caritatis (n. 89).
Da qui l’impegno per la condivisione, come scelta di stile per un cristiano e per tutta una comunità cristiana. E’una scelta che impariamo anche da S. Leonardo Abate. “Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica, e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria...” (G.S. 4) . Queste parole del Concilio Vaticano II ripresentano l’attualità della condivisione. “La fame di pane nel mondo – scriverà Padre Pedro Arrupe – sarà saziata solo quando l’uomo imparerà a vivere non esclusivamente per sé, ma anche per gli altri, come ha fatto Cristo. Sarà saziata solo quando la legge interiore dell’amore, e non semplicemente l’interesse personale, la cupidigia e l’ambizione, governerà la nostra esistenza individuale e collettiva, ispirerà la nostra politica e regolerà le nostre strutture e istituzioni sociali. La fame di pane nel mondo sarà saziata solo quando l’uomo imparerà ad aver fame di Dio: del suo amore e della sua giustizia” (P. Arrupe, Eucaristia e fami del mondo, Roma, ADP, 2001). “Quando tanti popoli hanno fame – ribadirà Paolo VI nella Populorum progressio – quando tante famiglie soffrono la miseria, quando tanti uomini vivono immersi nella ignoranza, quando restano da costruire tante scuole, tanti ospedali, tante abitazioni degne di questo nome, ogni sperpero pubblico o privato, ogni spesa fatta per ostentazione nazionale o personale, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi” (n.53). Queste parole magisteriali sono sostenute anche dall’esempio di vita di S. Leonardo abate, che “da ricco che era si fece povero”, ma soprattutto visse tra i poveri.
Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore che anche il suono delle campane del campanile rinnovato risvegli la nostra vita cristiana e la apra alla carità, sull’esempio di S. Leonardo abate.