NEWS

Le donne migranti e il dramma dell'aborto

29/10/2018

+ S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Abate di Pomposa


Nel 1995, Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium vitae, guardando ai volti e alle storie delle persone più deboli e di cui tutelare la vita citava i migranti, partendo dalla domanda che ritroviamo in Genesi 4 e che Dio rivolge a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. Papa Francesco, arrivando a Lampedusa, l’isola nota per gli sbarchi di migranti in fuga, guardando a quei volti di uomini e donne ha ripetuto la stessa domanda: “Dov’è tuo fratello, dov’è tua sorella?”. Con questo interrogativo, forse possiamo meglio leggere oggi, la realtà, la sfida – come ricordano i Vescovi italiani nel documento programmatico di questo decennio, “Educare alla vita buona del Vangelo” -, delle migrazioni nel nostro Paese. L’immigrazione in Italia è una “sfida” anche per la tutela della vita. E’ vita quella di oltre 5 milioni di immigrati in Italia che vivono in più di due milioni di famiglie e di oltre 2 milioni e seicentomila donne immigrate in Italia. E’ vita quella di quasi 80.000 nuove nascite in una famiglia dove vive una donna migrante di 198 Paesi del mondo e di oltre un milione e duecentomila minorenni. E’ vita, quella delle giovani donne che sbarcano sulle nostre coste dopo un drammatico viaggio e che spesso portano in grembo un figlio. Un tesoro di vita, quello dell’immigrazione, che i Centri e i servizi di aiuto alla vita incontrano e conoscono. Come incontrano e conoscono i Centri e i servizi di aiuto alla vita il dramma dell’aborto di giovani donne, soprattutto madri, migranti. La relazione annuale del Ministero della Sanità, pubblicata il 7 dicembre 2016, a fronte di 87.639 aborti nel 2015 nel nostro Paese, segnala che 27.511, pari al 31% del totale riguardano donne immigrate. Rispetto al 2014, gli aborti sono calati complessivamente del 9,3% (erano 96.578) e, nello specifico, quelli delle donne immigrate sono solo calati del 2%. Se a ogni dieci bambini nati in Italia di cittadinanza italiana corrispondono due aborti, a poco più di due bambini nati in Italia di cittadinanza di un altro Paese corrisponde un aborto. Il maggior numero di aborti riguarda donne provenienti dai Paesi dell’Est (12.525), anche perché oltre 1 immigrato su cinque in Italia proviene dalla Romania, seguono le donne africane (5003), le donne dell’America del Sud (3423), in particolare peruviane ed ecuadoregne, e le donne di altri Paesi europei (1108). Il 13% degli aborti delle minorenni – 2521 nel 2015 – riguardano minorenni immigrate. Nelle donne immigrate c’è una tendenza 3 volte superiore alle italiane a ricorrere all’aborto. A ricorrere all’aborto sono soprattutto le donne straniere occupate (38,7%), seguono le disoccupate (28,2%), le casalinghe (27,5%), le studentesse (5,6%). La percentuale delle donne immigrate che ricorrono all’aborto è distribuita tra le diverse categorie, mentre per le donne italiane quasi la metà di coloro che ricorrono all’aborto sono lavoratrici. Le classi d’età delle donne immigrate più coinvolte nel dramma dell’aborto sono quelle tra i 20 e i 24 anni. Tra le donne italiane sono più numerose quelle che non hanno figli a ricorrere all’aborto, mentre nelle donne immigrate sono più le madri, chi ha già uno o più figli a ricorrere all’aborto. Percentualmente cresce il numero di donne migranti in fuga e richiedenti asilo che ricorrono all’aborto, sia perché sono state oggetto di violenza durante il viaggio o perché vittime di tratta.
Una prima considerazione su questo mondo di donne immigrate che ricorrono all’aborto è che spesso, nei diversi Centri e servizi di aiuto alla vita, sono loro, rispetto invece alle donne italiane, che maggiormente chiedono un aiuto e sentono il bisogno di condividere la fatica di una maternità. Si tratta, pertanto, di intercettare e accompagnare questo desiderio di maternità, perché giunga fino alla fine del suo naturale percorso. Questo chiede, oltre che una sempre più diffusa rete di Centri di aiuto alla vita, che interessi e accompagni la vita delle nostre parrocchie, degli ospedali, anche una rinnovata rete di relazioni, soprattutto nei quartieri periferici delle nostre città, dove si concentrano spesso il maggior numero di famiglie migranti. A tale scopo diventa importante un lavoro di rete tra Consultori familiari, Centri di aiuto alla vita e parrocchie per un lavoro comune che passi dalla prevenzione, all’accoglienza, alla tutela e alla promozione. Una seconda considerazione importante riguarda l’alto tasso delle casalinghe immigrate che ricorrono all’aborto: è un dato che fa pensare che sia importante un’educazione alla procreazione responsabile, ma anche una serie di misure economiche e sociali che aiuti a superare non solo la precarietà lavorativa – fortemente presente nel mondo delle lavoratrici e dei lavoratori migranti - ma anche la precarietà abitativa e la precarietà di residenza (che riguarda il 40,5% dei migranti). Una terza considerazione riguarda l’attenzione, nelle parrocchie, nei Consultori e nei Centri e servizi di aiuto alla vita a un approccio interculturale alla tutela della vita, che coinvolga anche le sempre più numerose associazioni e comunità etniche presenti nel nostro Paese. Una quarta considerazione riguarda la necessità di lavorare con i Comuni italiani, soprattutto in riferimento all’accoglienza di donne migranti sbarcate sulle nostre coste e per le donne vittime di tratta, perché si possa prevedere da subito un progetto SPRAR specifico, in collaborazione con il Ministero dell’Interno e con la Commissione Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, perché si possa da subito in Commissione territoriale prevedere un permesso di protezione sociale che porti le donne che vivono una gravidanza o sono vittime di tratta in un contesto familiare e di protezione. Un’attenzione specifica, nella preparazione deal matrimonio religioso, ma anche al matrimonio civile, dovrebbe essere riservata ai matrimoni misti (17.600 nel 2015) o tra stranieri (6.000 nel 2015) dove alcune indagini riscontrano una maggiore debolezza nella tutela della vita nascente, oltre che nella stessa tenuta dell’unione coniugale.
Un’ultima considerazione. La tutela della vita oggi nelle donne e nelle famiglie migranti passa anche attraverso l’applicazione e l’estensione dei titoli di soggiorni, con uno sguardo alle donne migranti, alla maternità e alla paternità, alle vittime di tratta. La legislazione italiana stabilisce l’inespellibilità della donna migrante sei mesi prima della gravidanza e sei mesi dopo la nascita del figlio (Testo unico sulla legge dell’immigrazione, art. 19, c.2). Il divieto è stato esteso nel 2000 dalla Corte Costituzionale anche al padre del bambino e al marito della donna in stato di gravidanza o al partner di un’unione registrata. Per questo ogni espulsione prefettizia o in via giurisdizionale, come ogni respingimento è illegale. Un titolo di soggiorno regolare in Italia è, pertanto, un diritto di una futura madre e di un futuro padre, che siamo chiamati a tutelare nei Centri e nei servizi di aiuto alla vita. Tanto più se si tratta di donne in fuga e vittime di tratta, che portano in grembo talora il frutto di una o più violenze.
Il mondo dell’immigrazione è una realtà fondamentale per la vita e il futuro del nostro Paese. E come Chiesa che vive in città non possiamo dimenticare i volti e le storie, i drammi e le sofferenze di donne, di famiglie, di persone in cammino. Il Vangelo della vita ha loro, oggi, come riferimento particolare.