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VEGLIA MISSIONARIA

Parrocchia S. Agostino - Ferrara

20/10/2018

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, la Giornata mondiale missionaria è un’occasione importante di riflessione e di testimonianza in ogni Chiesa per non dimenticare come la missione, l’andare è l’essenza della Chiesa e lo stile di ogni cristiano nella Chiesa. Può diventare facile, infatti, pensare o organizzare la vita ecclesiale sulla celebrazione, sulla condivisione, sull’ascolto, in realtà questi momenti ecclesiali importanti e anche fondanti la vita di una comunità rischiano di diventare autoreferenziali se non ci si mette in cammino, se non si guarda fuori, lontano, ad altri, se non si crea uno scambio, un confronto nell’incontro. Per questo Gesù è sempre in cammino: il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Sull’esempio di Cristo e della prima comunità apostolica, infatti, Papa Francesco nel primo capitolo dell’Evangelii Gaudium ci invita a condividere una “trasformazione missionaria della Chiesa”, a costruire una “Chiesa in uscita”. E’ la vera riforma che chiede Papa Francesco. E il Papa lo chiede, quest’anno, nel suo messaggio per la Giornata mondiale missionaria, soprattutto ai giovani, in sintonia con un Sinodo dei Vescovi con al centro il tema e l’esperienza dei giovani.
La prospettiva della Chiesa in uscita è quello della maternità della Chiesa (n.46), una prospettiva conciliare. L’oggetto che la Chiesa porta con sé in uscita è la vita di Gesù Cristo. Lo stile di questa Chiesa in uscita è il cammino, come impariamo dalla S. Scrittura, dalla storia esodiaca, ma anche dalla storia di Gesù e della prima comunità cristiana (E. G. 20). I destinatari di questa Chiesa in uscita sono ‘tutti’, tutto il popolo, tutti i popoli: la Chiesa in uscita non è una Chiesa esclusiva, ma inclusiva, missionaria. Anche la Chiesa in Italia, ci ha ricordato Papa Francesco nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Firenze, è chiamata ad essere una Chiesa in uscita: “Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.
Cosa significa essere una ‘Chiesa in uscita” con i giovani?
1. E’ una Chiesa che incontra e non seleziona le persone come un circolo chiuso. “La cultura dell’incontro guida e struttura l’esistenza ecclesiale in uscita. E’ una Chiesa che apre le porte e condivide le sue risorse di preghiera, di ascolto della Parola, di carità, “dove tutti possono sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo” (E. G. 114).
2. E’ una Chiesa che accoglie chi è in cammino, affiancandosi ad essi, abitando la stessa casa, come nel cammino dei discepoli di Emmaus, nello spirito del Concilio Vaticano II, cioè di una Chiesa che è formata da “coloro che camminano sulla terra” (L. G. 10) e “che cammina insieme con l’umanità tutta” (G. S. 40). Un luogo significativo dell’umanità in uscita che incontra oggi la Chiesa in uscita è data dalle pratiche (forse meglio dai gesti e dai luoghi, dai segni) di accoglienza delle persone provenienti da inedite frontiere di dramma, come quella dell’esodo di popoli. L’arrivo di queste persone, fisicamente e forzatamente «in uscita» dalle loro terre, mette alla prova la nostra autentica disponibilità a non trasformare il riferimento alla via dell’uscire un puro esercizio retorico, in quanto ci spinge a passare da progetti puramente assistenziali a progetti di “inclusione e integrazione sociale e comunitaria”, come il Papa ha ricordato nel discorso alla città e alla Chiesa di Prato.
3. E’ una Chiesa della Pentecoste, una Chiesa gioiosa, che si sente accompagnata dal Risorto e per questo anche rispettosa, non arrogante, che sa generare speranza in tutti e in ogni luogo; che non ha paura della diversità, ma assume la diversità come ricchezza, non paura di subire violenze, ma assume la non violenza, non ha paura di allontanarsi, ma ricerca i lontani.
4. E’ una Chiesa libera, non vincolata alle stesse abitudini, alle stesse persone, agli stessi riti, agli stessi paesi. “La pastorale in chiave missionaria – scrive papa Francesco – esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del ‘si è sempre fatto così’ ” (E.G. 33). L’invito del Papa è ad essere audaci e creativi. E’ una Chiesa che cerca, che ha ‘interesse’ (don Milani), passione per le ‘cose nuove’.
5. E’ una Chiesa che ama il mondo – che vuole ‘migliore’ (E.G. 183) - , che si fa accompagnare dalle persone, uomini e donne, che vivono la laicità per conoscere il mondo: del lavoro, della cultura, della famiglia, della pace, dell’economia, della politica. E’ una Chiesa finalmente più laica, quella in uscita, dove il ruolo della donna ritorna ad essere importante (E.G. 103).
6. E’ una Chiesa che evita l’autoreferenzialità, di piangersi addosso, di rimpiangere, che si libera da una visione solo pessimistica e negativa del mondo e della storia. Nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Firenze (9-13 novembre 2015) Papa Francesco ha ribadito: “l’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale”.
7. E’ una Chiesa povera (E.G. 198), che sceglie il bagaglio, le valigie da portare nel cammino: l’essenziale sul piano dottrinale e morale, liberandosi da ciò che è inutile retorica. E’ una Chiesa che ha una casa, una chiesa, ma che ama le strade, le piazze, le città, “qualsiasi città” (E. G. 75). E’ una Chiesa che ascolta, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, specialmente dei poveri. L’ascolto è una delle qualità essenziali della nuova evangelizzazione per chi è in cammino, in strada.
8. E’ una Chiesa che invita le persone a casa, come i servi della parabola evangelica che escono a invitare al banchetto, ma anche che si fa invitare a casa (come ricorda l’episodio dell’incontro di Gesù con Zaccheo).
9. E’ una Chiesa che cambia il linguaggio, impara altre lingue per comprendere e farsi comprendere (E. G. 154). E’ una Chiesa imprevedibile chiamata “a vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza in qualsiasi cultura, in qualsiasi città” (E.G. 75).
10. E’ una Chiesa della carità, che si fa serva, una “chiesa del grembiule”, come amava dire don Tonino Bello, che condivide, promuove fraternità, sposa un’economia di comunione per superare capitalismo e comunismo, le economie che uccidono; che chiede giustizia, cerca la pace, custodisce il creato come un dono e non una proprietà, in particolare i beni comuni. Una Chiesa che accoglie l’invito rinnovato di Gesù: “date voi stessi da mangiare” (Mc 6,37).
Una Chiesa in uscita, una Chiesa missionaria, deve diventare il volto di una Chiesa del quotidiano, che “mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente del popolo” (E. G. 24).
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, servite questa Chiesa con amore, uniti a Cristo, come il tralcio alla vite. La trasmissione della fede, “cuore della missione della Chiesa - scrive il Papa nel Messaggio per la Giornata mondiale di quest’anno, indirizzato soprattutto ai giovani - cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr. Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari”. Insieme facciamo pulsare questo cuore della Chiesa.