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FESTA DI S. FRANCESCO: OMELIA

Chiesa di S. Francesco - Ferrara

04/10/2018

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Ringrazio la comunità dei conventuali francescani per l’invito a celebrare la festa di S. Francesco, patrono d’Italia. I legami tra i francescani e Ferrara, cari fratelli e sorelle, si sono costruiti e rafforzati in quasi 800 anni di storia: già l’anno dopo la morte di S. Francesco, nel 1227, infatti, un gruppo di suoi discepoli arrivò a Ferrara, e nel 1228 soggiornò S. Antonio di Padova, costruendo poi nel 1232 una prima chiesa dedicata al Santo di Assisi, sostituita dalla nuova, attuale chiesa nel 1494, opera dell’architetto Biagio Rossetti, segnata dal terremoto, ma oggi in corso di un restauro, che speriamo ci regali presto una chiesa rinnovata. La Chiesa di Ferrara è stata poi arricchita dalla presenza di fratelli di altri due rami della famiglia francescana, i minori e i cappuccini, oltre che, a partire dal 1251, da quattro conventi di clarisse, uno dei quali, il convento del Corpus Domini, fondato nel 1432, è ancora oggi un dono per la nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio, unitamente alle due comunità – di Comacchio e di Ferrara - dei Francescani dell’Immacolata.
Il ricordo di San Francesco è accompagnato oggi dalla Parola di Dio, che ispira la vita del Santo e, al tempo stesso, offre elementi per riconoscerne la santità. La pagina del Siracide ci ricorda il valore del tempio, della chiesa in una città. San Francesco iniziò il suo cammino di fede e di testimonianza cristiana da una piccola chiesa semidistrutta e abbandonata, e la sua ricostruzione concreta è stato il primo passo verso la ricostruzione, la riforma spirituale della Chiesa grazie a un movimento di persone che faranno la scelta di povertà e raggiungeranno ogni angolo della terra e aiuteranno la Chiesa a uscire dalle pastoie di un conflitto tra Chiesa e Impero fondato sull’autorità e sul possesso dei beni. Un movimento che ha fatto del tempio, della chiesa il punto di partenza dell’evangelizzazione, trasformandola con la Bibbia dei poveri, così che tutti potessero conoscere visivamente, perché per lo più analfabeti, storia di Gesù, l’Antico e il Nuovo testamento, la vita di Maria; accostassero il mistero dell’Incarnazione, Dio fatto uomo, nel presepe. Riscoprire la chiesa, ogni nostra chiesa come luogo per incontrare l’umanità di Cristo, presente nell’Eucaristia e nella Parola è certamente un aspetto che impariamo da S. Francesco ancora oggi.
La pagina di S. Paolo ai Galati ci ricorda come la Croce e il Crocifisso sono i segni che richiamano ancora una volta l’umanità di Cristo, ma al tempo stesso, la strada della sequela di Cristo. S. Francesco non solo ha ammirato il Crocifisso, dopo averlo restaurato, ma lo ha anche seguito nelle sue parole e nei suoi gesti, tanto da ricevere le stigmate, sul monte della Verna nella Quaresima del 1224, come segno di questa compartecipazione stretta della passione e morte di Gesù. E i suoi fratelli, a Ferrara soprattutto S. Leonardo da Porto S. Maurizio, accanto al mistero dell’Incarnazione, con il Presepe, hanno diffuso nel popolo di Dio anche il racconto e il mistero della passione e morte del Figlio di Dio, attraverso le stazioni della via crucis. Un dono che ancora oggi nelle nostre chiese ci aiuta a vivere la Quaresima, il tempo della preparazione alla Pasqua di morte e risurrezione.
E seguire Cristo, il Crocifisso ci rende – ricorda Paolo – creature nuove. Come per S. Francesco, la cui fede trasformerà la sua vita e la vita di coloro che lo incontreranno, tanto da poter dire – come Gesù nella preghiera al Padre ricordata dalla pagina evangelica – che il Signore ha fatto attraverso di lui, piccolo, minore, grandi cose. La minorità francescana sarà uno strumento di pace e di giustizia, rendere capaci i francescani di arrivare dappertutto, subendo anche il martirio – come in Asia, in Terra santa – ma anche regalando il Vangelo della gioia e della pace a tutti. Francesco e i francescani hanno insegnato a coniugare la fede con la vita: un impegno a cui anche tutti noi, cari fratelli e sorelle, siamo chiamati, in fedeltà a quanto scrive Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta inti¬mità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta? Essi non potrebbero accettarlo. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra” (E.G.). E’ l’amore alla terra, a cui ci richiama Papa Francesco, lo stesso amore che S. Francesco ci ha trasmesso nel Cantico delle Creature: “Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità” (E.G. 183). Amare la terra è anche amare questa nostra città, questa nostra Chiesa, come “umili lavoratori nella vigna del Signore”. Chiediamo al Signore, cari fratelli e sorelle, di amore la sua umanità come ha saputo fare S. Francesco, riconoscendolo nei poveri e nei piccoli, ma anche rendendoci poveri e piccoli, così da lasciare più spazio al Signore nella nostra vita: “Piccoli ma forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo” (E.G. 216). Sono le parole di Papa Francesco sempre nell’Evangelii gaudium, che in questa Festa di S. Francesco risuonano come un impegno per tutti noi.