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SOLENNITÀ BEATA VERGINE ASSUNTA

Abbazia di Pomposa

15/08/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi il mistero di Maria Assunta in cielo o , nella tradizione bizantina e orientale, la Dormizione della Madre di Dio. Come Maria nella sua nascita è stata preservata dal peccato originale, nella sua morte è preservata dalla “corruzione del sepolcro”. L’ascolto della Parola di Dio, ma anche il ciclo di affreschi che avvolge quest’aula eucaristica ci aiutano a contemplare questo mistero mariano. E forse per abituarci alla contemplazione che la Chiesa ha posto al centro dell’estate questa solennità. L’estate, infatti, ci può regalare un tempo maggiore per la preghiera e l’ascolto della Parola e arricchire così le ragioni di una fede spesso messa alla prova dalle molte, troppe parole che confondono, illudono, disorientano. La contemplazione ci aiuta a sognare – come il Papa ha invitato i giovani a fare nell’incontro meraviglioso dei giorni scorsi – a non ridurre la nostra vita solo ai tempi del lavoro, dello studio, ma anche appoggiare e allargare la nostra vita nelle braccia del Padre, camminare nella carità, per addormentarci alla fine nel mistero del suo amore. Come ha fatto Maria. Fin dall’Annunciazione, dove il suo sì al Signore ha cambiato la sua vita rendendola non solo capace di accettare una maternità, ma di vedere anche la maternità di chi le era prossima, Elisabetta. Il racconto evangelico di Luca che abbiamo ascoltato non trascrive semplicemente l’esperienza di un legame parentale tra Maria e Elisabetta, ma aiuta a leggere in Maria ed Elisabetta il mistero della vita, dono di Dio. Sembra risentire anche in questo episodio le stesse parole dell’Annunciazione: “nulla è impossibile a Dio”. Ancora di più. Nell’episodio della Visitazione leggiamo la beatitudine, la santità di Maria e ci ritornano nella mente le parole di Papa Francesco nell’esortazione Gaudete et Exultate: ““La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine” (G. E. 64). Le parole del Magnificat confermano questo. Maria, Serva del Signore, è beata per la sua umiltà, per la sua carità, per essersi affidata alla misericordia di Dio. Il Magnificat è il canto dell’Assunta, di una donna che si addormenta e si risveglia nella casa del Padre e del Figlio e che racconta, attraverso l’evangelista Luca che aveva ascoltato e amato la Madre di Dio, le meraviglie che il Signore ha fatto in Lei. Il Magnificat è il canto della Madre della Chiesa che indica a ciascuno di noi di non perdere il valore della preghiera, della contemplazione, ma anche di non perdere l’umiltà e la carità. Troppe volte la nostra fede si stacca dalla vita e non sa giudicare gli eventi, i drammi delle persone di oggi, con gli occhi della fede, ma rischia di guardare con gli occhi dell’egoismo, dell’interesse personale, della paura. Anche Giovanni, l’altro discepolo che ha ascoltato e amato Maria, racconta nella pagina dell’Apocalisse, di cui abbiamo anche un’ immagine artistica nel ciclo dell’Apocalisse di questa basilica, il mistero dell’Assunta. E’ la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e la corona delle dodici stelle, che non perde nella sua Assunzione la sua storia di generazione del Figlio di Dio, nella sua più profonda umanità della sofferenza, del grido, del travaglio. Al tempo stesso la donna dell’Apocalisse difende suo figlio dal male, anche fuggendo nel deserto, che diventa il suo rifugio. Il deserto nell’Apocalisse è il luogo per fuggire dal male, grazie alla protezione di Dio. Lo sarà anche per Gesù che nel deserto abbandona e vince le tentazioni. Oggi, purtroppo, siamo abituati a vedere e a denunciare immagini di un deserto, tappa di un cammino, di una fuga dalla morte da parte di donne e uomini, che diventa luogo della tratta degli esseri umani, della violenza e degli stupri: non rifugio, ma tomba. E purtroppo rischiamo di non vedere questo deserto, di essere distratti da interessi che la politica orienta altrove: sulla propria, illusoria sicurezza, sul proprio egoismo, sulla propria nazione, sulla propria città. Il deserto oggi non è luogo di protezione, ma di offesa, di disprezzo. Il deserto è il luogo dove vorremmo che altri si fermassero. Per la donna dell’Apocalisse, invece, il deserto è il luogo per fuggire dal male, per salvare la vita propria e di suo figlio: è il luogo della salvezza.
Infine Paolo, che parla nel grande porto di Corinto, ci ricorda che l’Assunta è sinonimo di risurrezione, di vita, di pace. Chi ha fede in Gesù e si affida a Lui risorgerà, la sua vita avrà una fine nell’abbraccio con il Padre. Se queste parole dal porto di Corinto arrivassero nei nostri porti, dove morte e vita si affrontano, chiuderemmo o spalancheremmo i nostri porti. Se per ogni persona il destino è la risurrezione e la vita come credenti potremmo accettare di abbandonare alla morte tanti nostri fratelli e sorelle? Il porto non è il luogo da cui guardare la città, ma è il luogo da cui si guarda il mare e chi arriva dal mare.
Cari fratelli e sorelle, in questo giorno, almeno in questo giorno lasciamoci guidare dalla straordinaria figura della Figlia di Sion, nostra Madre per contemplare il Signore. Lasciamoci guidare dalla fede di Maria per pregare con Lei l’Onnipotente e Santo, che solo può fare grandi cose e soprattutto abbattere i potenti e innalzare gli umili. La misericordia di Dio vinca sul nostro peccato, perché anche noi risorgiamo in Cristo e con noi i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come è stato per Maria.