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OMELIA SOLENNITÀ DI SAN DOMENICO

Bologna, Basilica di S. Domenico

04/08/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

E’ un’emozione per me, cari padri domenicani, celebrare l’Eucaristia nella solennità di S. Domenico, vostro Fondatore, in questo luogo che ha visto la formazione della regola domenicana, nei due Capitoli generali del 1220 e del 1221, con al centro in maniera originale lo studio, fonte per la predicazione e la missione, ma anche per la povertà e la vita fraterna, e dove San Domenico riposa nella pace dei Santi. Vengo da una città, Cremona, dove la presenza domenicana è stata, a partire dal 1230, di oltre sei secoli, interrotta dall’anticlericalismo ateo post-unitario, che ha voluto la distruzione della chiesa e del convento, da cui uscirono alcune delle prime personalità dell’Ordine, come Rolando da Cremona e Moneta da Cremona, con la sua Summa contro i catari e gli albigesi. Sono Vescovo a Ferrara, dove pure la presenza domenicana, iniziata nel 1233 è stata ininterrotta per oltre 7 secoli, e la bella Chiesa di S. Domenico è chiusa per i danni del terremoto del 2012. E come non ricordare la nota e discussa figura di Girolamo Savonarola, la cui spiritualità centrata sulla croce e sulla carità ha influenzato profondamente la spiritualità della Chiesa di Ferrara? S. Domenico visse in un tempo, tra il XII secolo e il XIII secolo, segnato da eresie, divisioni, tentazioni che chiedevano una “riforma” della Chiesa. Il Concilio Lateranense III, sarà l’occasione di un cammino di riforma per vincere la tentazione catara o albigese – di contrapporre anima e corpo, Antico e Nuovo Testamento, oltre che negare la verginità e la maternità di Maria – o la tentazione valdese, di opporre tra loro popolo e gerarchia. E il tema della ‘riforma della Chiesa’ che ha animato i tempi di S. Domenico anima anche questo nuovo Millennio e ritorna in molte parole e scelte di Papa Francesco. Oggi, come ai tempi di S. Domenico, sembra vero quanto preannunciato dall’apostolo Paolo, nella lettera a Timoteo: gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole”. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, che nasce in questo cambiamento d’epoca e di nuova evangelizzazione, simile alla stagione in cui ha vissuto e operato S. Domenico, Papa Francesco invita le nostre comunità, tutti noi a raccogliere tre sfide e vincere tre tentazioni.
La prima sfida per la nostra comunità, che nasce anche dalla testimonianza di S. Domenico, è quella di costruire una ‘cultura dell’incontro’, del dialogo, di nuove relazioni. E’ la sfida missionaria, una sfida accentuata dalla mobilità, dalle facili comunicazioni, che chiede uomini e donne capaci di studio, mediazione, di azioni concrete e condivise di scambio e confronto, di dialogo sociale. Papa Francesco scrive nell’Evangelii Gaudium: “Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro” (E.G. 210). L’Università, l’Ospedale, la Cattedrale sono state nel Medioevo i laboratori di una nuova testimonianza cristiana. Ancora di più oggi, nelle nostre comunità, in misura diversa, valgono le parole che nell’enciclica Ecclesiam suam Paolo VI scriveva: “La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio” (n.38). Paolo VI presentava anche i caratteri di questo ‘colloquio’, di questo ‘dialogo’, che sembrano non dover essere trascurati nelle nostre comunità: 1) la chiarezza, cioè il dialogo esige comprensibilità, un linguaggio chiaro; 2) la mitezza, cioè il dialogo non può essere orgoglioso e offensivo, non impone nulla; 3) la fiducia, cioè il dialogo produce rapporti fiduciali e amicizia; 4) la prudenza, cioè il dialogo non nasce dalla superficialità delle relazioni, né dimentica la gradualità con cui si presentano le verità (cfr. n. 47). La tentazione corrispondente è quella della chiusura, del ritenere l’incontro e il confronto un rischio per la perdita della propria identità, della propria sicurezza. Si è tentati di fare della tradizione non un tesoro da condividere, ma una mazza con cui colpire.
Di fronte al cambiamento di un’epoca, come ripete spesso Papa Francesco, la seconda sfida per le nostre comunità è quella della cura della formazione cristiana: una formazione permanente, legata alle diverse età della vita, perché la fede è vita, nutrita dall’ascolto della Parola, dai Sacramenti, dalla testimonianza della carità e della misericordia. A questa seconda sfida corrisponde la seconda tentazione, ricordata da Papa Francesco nella Evangelii gaudium (nn.93-94), ripresa nel discorso alla Chiesa italiana riunita a Firenze (10.11.2015) e richiamata nella lettera della Congregazione della dottrina della fede, Placuit Deo: la tentazione pelagiana, di dare troppo valore alle strutture, alle cose, al denaro, rischiando di essere materialisti; o quella opposta, la tentazione gnostica, di far scadere la vita cristiana in un idealismo o in un rinnovato spiritualismo, separando la fede dalla vita. Come cristiani siamo chiamati a ripensare le nostre opere non come segno di un potere, ma come segno e strumento di servizio alle persone. S. Domenico, con la scelta dello studio unito alla povertà e alla vita fraterna, ha saputo fugare questa tentazione, favorendo uno stile di vita cristiana e di consacrazione legato al realismo e alla concretezza della fede nel confronto con il quotidiano
La terza sfida per le nostre comunità è quella della prossimità, dell’accoglienza che è rispetto reciproco, con un’attenzione preferenziale per i poveri. A questa preferenza per i poveri Papa Francesco dedica pagine intense nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, vedendo in essa la risposta alla sfida della condivisione e della fraternità. È la sfida ad “amare di più chi ha bisogno di essere amato di più e non lasciar fuori questi o quelli dalla porta del nostro amore” – scriveva il sacerdote cremonese don Primo Mazzolari. La terza tentazione è quella dell’egoismo, dell’individualismo, di una cultura che tradisca e offenda la vita in tutte le sue espressioni, soprattutto quando è debole, malata, anziana, straniera.
L’evangelizzazione oggi nelle nostre comunità deve cogliere queste tre sfide, questi ‘segni dei tempi’ e superare queste tre tentazioni. Il ricordo di San Domenico, che è vissuto in queste terre facendo del bene, come un Buon Pastore, “tutto uomo di Dio e veramente Dominicus (cioè uomo del Signore)”, e “tutto della santa Chiesa” – come scriveva Benedetto XV nella lettera Fausto Aspetente Die, a settecento anni dalla morte (1921)- diventi per noi, oggi, motivo per affidarci a testimoni e maestri sicuri: per una nuova evangelizzazione, da persona a persona, con coraggio. Insieme: “sale della terra” e “luce del mondo”.