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LA CHIESA: UNA PORTA APERTA

Omelia per i 40 anni dell’Associazione "Porta aperta" di Modena

18/07/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

“Ti rendo lode, o Padre”. Le parole della preghiera di Gesù che la pagina del Vangelo di Matteo oggi ci ricorda diventano anche le nostre parole per pregare e lodare il Signore del dono di un “servizio segno”, di un’esperienza di prossimità con “i piccoli”, quale è stata “Porta aperta” in questi quarant’anni di vita della città e, in essa, della Chiesa di Modena. Un’esperienza spirituale quella di “Porta Aperta”, perché un’esperienza cha ha tradotto e continuato la storia del Buon Samaritano:“L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo” ( PAOLO VI, Discorso conclusivo al Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965).
L’ immagine del Buon Samaritano che Paolo VI presentava alla Chiesa al termine del Concilio Vaticano II come modello di un’ecclesiologia conciliare, penso aiuti a rileggere una delle esperienze più originali della Chiesa e della città di Modena, Porta Aperta, a quarant’anni dalla sua nascita. Una storia che dimostra come da sempre il cammino e le scelte della Chiesa incrocia i cammini dell’uomo e i tornanti della storia, offrendo ragioni e strumenti nella logica del dono, come ha ricordato anche Benedetto XVI nell’ enciclica Caritas in veritate, e una casa per costruire l’incontro, come esperienza e come cultura, ricorda Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. La categoria di prossimità è quella che meglio può definire un’esperienza di amore, di fraternità, di condivisione, di libertà e di gratuità, quale è stata Porta Aperta in questi quarant’anni, coinvolgendo nella sua storia pastori e fedeli di questa Chiesa. Attraverso questa storia, siamo invitati a rileggere una delle sfide della Chiesa del Concilio e della società italiana di oggi, quella dell’incontro con l’altro, della prossimità con persone differenti, soprattutto povere e ultime.

1. La prossimità come esperienza educativa di Dio
Dio cammina con l’uomo nella storia. Non lo lascia solo. E questo perché sa il valore della famiglia, della relazione. Trinità, infatti, è il nome del Dio cristiano. Non solo. Trinità è il modo di agire di Dio. Ma prima ancora la prossimità è il modo di essere di Dio. Dio ama vicino, non da lontano: Deus caritas est, ci ha ricordato nella sua prima enciclica Benedetto XVI. E cercare e non solo aspettare l’uomo, sempre, sono modi del suo amare. Un modo di amare vicino che è presente fin dalla creazione, ma raggiunge l’uomo nella relazione cristologia, ma permane nell’uomo ‘segnato’ dal dono dello Spirito. La prossimità di Dio all’uomo aiuta l’uomo a riconoscere se stesso, la sua origine e il suo destino, la sua vocazione: l’amore. Il Dio amore, relazione, vicino è a fondamento del comandamento dell’amore: l’amore al prossimo è copia, espressione dell’amore di Dio e trova la sua verità in un duplice riferimento: all’amore di Dio e all’amore per se stessi. Il comandamento dell’amore chiama in causa tre persone: Dio, io, l’altro. Su queste tre persone si struttura la vita sociale del cristiano.

2. La prossimità come esperienza della creatività umana
Dio aspetta dalla libertà dell’uomo forme originali, creative dell’amore al prossimo. Come ricordavano già il card. Martini e Don Tonino Bello negli anni ‘80, sia la parabola del buon samaritano come anche le descrizioni paoline della carità – come perdono, tenerezza, pazienza, sopportazione, speranza…- manifestano che la carità non è scontata, stereotipata, formalizzata, ma è aperta a una continua novità. Il dono sente la necessità del cambiamento, dell’originalità. Per questo parliamo di “volontariato e di volontariati”,mediando questo binomio da un testo magnifico del sociologo Achille Ardigò, uno dei padri del volontariato italiano con Tavazza e don Nervo.

3. La prossimità come ‘cammino insieme’
Il card. Pellegrino, nella famosa lettera pastorale dal titolo ‘Camminare insieme’, frutto dell’ecclesiologia conciliare, ha connesso strettamente la prossimità con la vocazione della Chiesa ad essere sacramento “dell’unità di tutti i cristiani, ma anche di tutto il genere umano” (G.S. 1). Il camminare vicino alla gente non è un elemento aggiuntivo, ma costitutivo dell’essere Chiesa radunata nell’ascolto della Parola, nella celebrazione eucaristica, nella condivisione:
“La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre” (E.G. 47), ricorda Papa Francesco. E Il cammino insieme precede la differenza dei ruoli e dei compiti.

4. La prossimità che ha una preferenza: gli ultimi
Ripartire dagli ultimi’ è un tema che ha accompagnato la Chiesa italiana dagli anni ’80 e ha ispirato il lavoro di Porta Aperta. La prossimità cristiana ha una preferenza per i poveri, ricerca gli ultimi, siede vicino ai soli, ospita i forestieri, visita i sofferenti. Nessuno escluso. Una prossimità vissuta da tutto il popolo di Dio, in particolare dal mondo laicale.

5. Prossimità come dono
Nella Chiesa delle origini l’esperienza della colletta ha il valore della condivisione, ma anche indica l’ esperienza dell’essere Chiesa ‘cattolica’ , universale. La colletta, la decima monastica prima e parrocchiale poi, le questue, le raccolte, fino alla cassa rurale, al fondo di oggi sono segni che indicano la permanenza del valore della condivisione e di una economia di comunione, ricordata anche da Benedetto XVI nell’enciclica ‘Caritas in veritate’. Al tempo stesso dicono il limite del denaro, che ha valore solo se in relazione al bene personale, familiare e comune. ‘Porta Aperta’ è stata una storia straordinaria di condivisione di risorse, di dono.

6. La prossimità come non dimenticanza dei poveri
L’esperienza diaconale che accompagna in maniera continuativa i primi sei secoli della storia della comunità cristiana in Occidente e continua in Oriente fino ad oggi racconta la prossimità per gli ultimi come vocazione speciale nella Chiesa, grado dell’Ordine sacro. Stefano e Filippo sono prossimi alle vedove e all’eunuco, due figure di emarginati della storia, come Lorenzo, Vincenzo e la lunga schiera di diaconi santi. Il tradimento di questa vocazione alla prossimità, per il potere, il denaro, ma anche per una scelta elitaria farà morire un dono, una vocazione nella Chiesa, che tenterà di rifiorire con la Riforma Cattolica (S. Carlo Borromeo e S. Roberto Bellarmino), genererà storie magnifiche di vicinanza ai poveri nel movimento sociale cattolico laicale e religioso nel ‘900, con un’esplosione di opere, tra cui, nel 1978, Porta Aperta. La scelta preferenziale per i poveri ritroverà il suo posto nella Chiesa al Concilio Vaticano II (L. G. 8, G.S.1) e oggi viene vista da Papa Francesco come una delle ‘immagini di Chiesa’.

7. La prossimità come sintesi di una fede personale
Le opere di misericordia corporali e spirituali diventano la sintesi di una fede non solo pensata, ma vissuta nel quotidiano, nell’attenzione a ciò che conta della vita delle persone, perché non siano escluse. Il laicato medioevale, illuminato da Paolo e Agostino, con una figura straordinaria di laico come il cremonese S. Omobono, scelto da Modena come suo patrono, tradurrà l’amore a Dio e al prossimo in queste opere. La qualità della fede si esprime anche nella qualità delle opere, ma soprattutto dalla qualità di una prossimità che si pone in cammino, esce di casa, dalla città murata, scopre il mondo (Francesco, Domenico). Da centro della morale personale, con la Rerum Novarum di Leone XIII (1891) la carità diventerà anche il centro della morale sociale. Porta Aperta è stata una scuola importante di carità, di inclusione sociale.

8. La prossimità come ‘perfetta carità’
L’esperienza della Riforma cattolica ripropone il valore di una prossimità che non è gesto o opera, ma cammino di vita spirituale, vocazione di speciale consacrazione, donazione di sé più che di cose. Le nuove Congregazioni religiose che – aspetto interessante – scelgono la laicità consacrata (‘fratelli’) prima e più che l’ordine sacro. E’ la valorizzazione di un laicato chiamato ad essere protagonista di una ‘riforma della Chiesa’ – per usare un’espressione di Papa Francesco - non solo sul piano liturgico e catechistico, ma anche caritativo. Il ‘mondo’ – anche con le nuove scoperte, i viaggi – diventerà il nuovo luogo di prossimità (Francesco Saverio, Matteo Ricci). Porta Aperta è stato luogo di incontro con le novità, i nuovi e anche di scoperta di nuove storie vocazionali al sacerdozio, alla vita religiosa, al laicato.

9. La prossimità come ricerca della felicità
La carità cristiana illuminista o illuminata – si veda il trattato ‘Della carità cristiana’ del modenese Ludovico Antonio Muratori – scopre il valore di una prossimità non legata a un gesto a un’opera, ma a un progetto di felicità per l’uomo, fondato anche su una ‘polis’ nuova. La carità da gesto diventa compito istituzionale, che accompagna l’educazione cristiana (S. Alfonso Maria de’ Liguori) e la promozione dei diritti e doveri dell’uomo (Spedalieri, Agnesi). Porta Aperta ha aiutato a ripensare la città, la comunità, non indipendentemente dagli altri e dai più poveri.

10. La prossimità come ricerca del bene comune
La politica e la democrazia moderne nascono su un concetto di bene comune che rilegge in maniera nuova non solo la città, ma anche la prossimità. Don Murri, Don Sturzo, De Gasperi, La Pira, il genovese Pico Boggiano, Don Mazzolari, Don Milani fondano la politica sulle attese della povera gente, aprendo con intelligenza la politica a una mutualità europea e mondiale (Piano Marshall). Allargare i confini, gli interessi non significa perdere l’identità e la felicità, ma acquisire le ricchezze della mutualità e della prossimità. Porta Aperta, sepur indirettamente, è stata una scuola di formazione all’impegno sociale e politico come ‘la più alta forma di carità’ (Pio XII, Paolo VI). L’esperienza allargata e giovanile del volontariato apre una nuova stagione della prossimità. Il ’68 cattolico, cinquant’anni fa, ha generato il volontariato. E’ il frutto più maturo di una doppia rivoluzione: ecclesiale e sociale o di costume. E’ un volontariato aperto al mondo, internazionale (pensiamo a Emmaus, a Mani tese), ecumenico (pensiamo a Taizè, ma anche ai Focolarini, alla comunità di S. Egidio, , a Capodarco, ), educativo (Gioventù studentesca poi Comunione e liberazione.), attento alle nuove povertà (Gruppo Abele, Comunità Incontro, Papa Giovanni XXIII), ma anche alla giustizia sociale e alla legalità; laico cioè aperto a tutti, cooperativo e di rete (CNCA). La prossimità è diventata un’esperienza di condivisione, ma anche condivisa in tante forme. E’ cresciuto il numero dei volontari (fino a 6 milioni oggi) e delle associazioni (35.000 ), ma anche dei gruppi informali (più di 10.000). Sono cresciuti i giovani, anche sulla scorta di una straordinaria esperienza nata tra gli anni 60 e 70, riconosciuta finalmente: il servizio civile. Porta Aperta è figlia della ‘rivoluzione del volontariato’ ed è stata e continua ad essere a Modena una scuola di cittadinanza e di volontariato.

Conclusione: la sfida del nuovo
La globalizzazione della prossimità è la sfida del nuovo volontariato, anche di Porta Aperta, che si apre a una prossimità integrale o personale, attenta a tutte le dimensioni della vita della persona. E’ la prossimità proposta dall’ enciclica Caritas in veritatedi Benedetto XVI e da papa Francesco in numerosi interventi, che sembra riprendere una suggestione già espressa negli anni ’70 dal filosofo Garaudy: il lontano è il nuovo volto del prossimo. La prossimità integrale chiede un forte investimento educativo: alla mondialità, all’intercultura, alla cittadinanza responsabile, al bene comune. Chiede di mettersi ancora in cammino alla ricerca, come Chiesa, di un mondo nascosto, tradito, trafitto, emarginato, sfruttato: per una nuova advocacy, per nuova mutualità, per una conversione sociale di strutture di peccato, per nuovi stili di vita,per una nuova città globale. Porta Aperta è chiamata oggi a inserire il dono e la gratuità dentro un mondo che è diventato villaggio globale. La prossimità oggi chiede di aprire la porta al mondo, di incontrare. La storia di Abramo e Sara, la storia di Ninive ci ricorda che il futuro di una persona, di una famiglia, di una città non è di costruire muri, ma di aprire le case. L’accoglienza è il segno di un’identità, quella cristiana, che sempre nella storia (Leone Magno, Gregorio Magno) ha saputo andare incontro: creare luoghi e occasioni di prossimità, di ascolto, di conforto e di confronto, di dialogo, di accompagnamento, di sfida, di denuncia, di progetto: di speranza: valorizzando - come ricorda la G.S. e anche lo statuto di Bachelet dell’Azione Cattolica, ‘i mezzi poveri’, più che grandi opere e sistemi, nella logica educativa e partecipativa. E se c’è una parola che oggi si coniuga con il volontariato, dentro le nostre comunità, è speranza. Sperare contro la paura dell’altro; sperare contro la diffidenza dell’altro; sperare contro l’uso degli altri; sperare contro la povertà e il limite degli altri. Si riparte dalla speranza. Si riparte con uomini, fedeli laici, testimoni di speranza. Porta Aperta è chiamata ad essere luogo educativo all’accoglienza, contro forme di paura, di divisione e di conflittualità, contro ogni azione esclusiva. La “responsabilità dell’altro” è ciò che ancora oggi insegna la storia del Buon Samaritano. Sulle strade di oggi.
(Modena, 18.7.2018)