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Addio a Franco Farina: ricordi e aneddoti

06/06/2018

Abbiamo raccolto diverse testimonianze, ricordi e aneddoti legati alla persona di Franco Farina, storico Direttore delle Gallerie di Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, scomparso lo scorso 28 maggio a 90 anni.
(Li potete trovare sia qui sotto sia nel file allegato in alto a sinistra, leggibile cliccando sulla foto)

Ho lavorato con Franco Farina - superato il primo timor reverenziale - tra il 1980 e il 1983, presso i musei civici da lui diretti. Da lui ho imparato parecchio, dal come posizionare i quadri in mostra alla correzione delle bozze del catalogo. La sua didattica si esprimeva in modi strani quanti efficaci, alternando la sferzante ironia ai paradossi tranchant... ma giungeva a buoni esiti...
Poi, forse a causa dei nostri caratteri un po' difficili, non abbiamo avuto per oltre un lustro alcun rapporto professionale e neppure amichevole.
Negli ultimi tre anni della sua direzione sono quindi riuscito a stampare per lui alcuni cataloghi con i tipi della Liberty house, la casa editrice che avevo aperto nel frattempo: e ci siamo riappacificati, per così dire.
Andato in pensione, Franco era diventato tra le altre cose il responsabile culturale del Circolo dei Negozianti: e mi chiese di tenere a Palazzo Roverella conferenze su artisti ferraresi, da Previati a Mentessi, da Funi a Brindisi. Volle che nella sala fosse presente sempre un originale di questi artisti...e superammo ogni difficoltà con beata e divertita incoscienza perché le opere non erano mai assicurare, prestate da amici compiacenti.
Quando poi curai una mostra su Andy Warhol a Ferrara (nel 2008 alla Galleria Benini) pubblicai in catalogo una divertente intervista a Farina, il quale volle rievocare il soggiorno ferrarese del maestro della Pop Art in modo quasi spregiudicato.
Mi parlò allora dell'idea di lasciare la ricca biblioteca di arte che teneva in un deposito al grattacielo, nonché la sua collezione di quadri sculture e grafiche, al Comune di Ferrara, che aveva servito per tanti anni.
Auguriamoci quindi che negli spazi rinnovati del civico museo di arte moderna a Palazzo Massari trovi spazio una “Galleria Farina”.
“Ciao, bel signore!”, come diceva Farina incontrando gli amici nelle vie attorno al Castello anche negli ultimi anni...muovendo il bastone con aria un po’ british.
Lucio Scardino

Conobbi Franco Farina alla fine del corso biennale d’intaglio e restauro del legno, organizzato dalla Regione. Era il 1980, avevo 25 anni. Un esame pro forma per concludere quella esperienza formativa che avevo con grande passione vissuto, che si svolgeva presentando alla commissione, di cui lui era presidente, qualche lavoro uscito da quella insolita officina. Non ricordo cosa portai, né cosa mi disse. Non ho dimenticato però un momento divertente: quando vide un oggetto finto antico, creato da un altro allievo (cornice, forse?), sentenziò, in dialetto: “Mi, a quei ac fa chi ninul lì, al di d’inquó, agh taiarìa il man!” L’arte contemporanea era ben lungi da ciò che ci era stato insegnato…
Poi però fece fare, ad una delle ragazze con cui aprii poco dopo la bottega Cose di legno, diverse appliqués scolpite, dorate e antichizzate, che appese nelle sale del museo Boldini, nel Palazzo Massari. Luogo a cui seppe, con stretegica ed intelligente intuizione, dare un’aria ammaliante, tra i ricchi arredi e le stoffe damascate (che sole meriterebbero un racconto), per enfatizzare le magnificenti opere di Boldini. In questo modo sapendo ben distinguere, con la lungimiranza che gli era propria, dove e come collocare la contemporaneità e il passato.
Flavia Franceschini

Franco era oltre le "cose belle", leggeva oltre le pagine dei libri e della vita: ha aperto con le sue coraggiose scelte artistiche le porte di un nobile Palazzo di una dormiente città al mondo, se Ferrara è nel mondo lo si deve a Franco Farina. Perché ho scritto "oltre"? Non amo parlare del mio essere nell'Arte, ma tutti qui riconoscimenti che via via mi sono arrivati portano la sua firma, poiché mi ha sempre sostenuto laddove un provinciale pregiudizio muoveva riserve, la mia vera scuola dell'arte è stata quella dove Franco sempre mi invitava a sedere su quella poltrona a destra aprendo la porta del suo ufficio e con mio stupore mai mi allontanava quando si parlava sulle arti con altri insigni personaggi, critici, galleristi, curatori...mi teneva lì e con la voce del sapiente che fingeva di poco sapere mi intimava con il dialetto che usava nel suo essere affettivo: “sta lì e tasi!!”. Io tacevo ma soprattutto imparavo.
Poi, quella ricchezza che mi ha donato nel tenermi amico è un tesoro infinito!
Giorgio Cattani

L'ho incontrato con una certa assiduità solamente negli ultimi quindici anni, prima lo salutavo ma per me era un mostro sacro, era “il Maestro Farina”.
In questi anni ci siamo molto affezionati. Tra i motivi, varie occasioni d'incontro. Prima di tutto la sua presenza molto discreta alla Galleria del Carbone, con le sue brevi frasi, essenziali e sincere, sempre utili alla riflessione, per chi come me e Lucia si stava avventurando in un territorio per noi nuovo, anche se amato fin da ragazzi.
Paolo Volta

Come molti della mia generazione (e non solo) che ti conoscevano per fama o per motivi di collaborazione professionale, al corrente delle tue condizioni di salute, sapevamo che purtroppo la notizia della tua partenza sarebbe arrivata.
Eppure in un certo senso l’ho avvertita come una liberazione per te e per quelli che pensano che la vita vada vissuta se il gioco vale la candela, considerando anche che la tua lunga vita ti ha riservato grandi momenti di successo, che di riflesso hanno dato luce internazionale alla nostra città, troppo spesso immersa nell’oblio delle sue pianure dormienti.
Grazie per quello che hai fatto per la cultura e per tutti noi che attraverso la tua intuitiva lungimiranza abbiamo potuto essere i primi fruitori di fenomeni artistici appena nascenti.
Sergio Zanni

Il maestro Farina, il dott. Farina, ci ha lasciati. E tutti quelli che si interessano di cultura gli debbono molto. Tutta la città gli deve molto per aver contribuito, attore principale, a fare di Ferrara, una Città d’Arte e di cultura. Di questo molto si è detto e non se ne dirà mai abbastanza ma, non volendo ripetere ciò che in questi giorni tutti i giornali hanno scritto, preferisco ricordarlo anche per altri motivi, più personali. Andando indietro nel tempo, una nostalgia, forse, che rimarca il dolore di questa assenza: e mi rivedo, insieme a Maurizio, Paola e Lola, stipati sulla Balilla 3 marce del Maestro, veleggiare verso i lidi, negli anni Sessanta , quando erano una landa deserta, unico segno di civiltà, la Vela d’Oro. Io, Farina, l’ho conosciuto quando era ancora assistente del prof. Medri, allora mio insegnante di Italiano e Storia dell’Arte al Dosso Dossi, e direttore dei Civici Musei e al quale Farina subentrò, dando inizio a una fase storica, per la città, irripetibile: da allora una serie innumerevole di mostre indimenticabili che hanno fatto di Ferrara un riferimento mondiale per l’Arte e la cultura. Nei primi anni il Maestro appendeva personalmente i quadri alle pareti e noi, gli amici, lo aiutavamo formando una équipe improvvisata ma non improbabile, eravamo del settore! Poi si andava tutti a mangiare alla Provvidenza, quando era ancora “trattoria” e si chiamava così perché costava poche lire. E lì discussioni a non finire: sull’arte, sulla sua funzione, sull’astratto e il figurativo, e, tra un bicchiere e l’altro, si facevano le ore piccole - bei tempi - e si alzava pure la voce, e Farina - come lo ha sempre chiamato la moglie Lola - come un fratello maggiore, aveva sempre l’ultima parola. I ricordi sono tanti e tante le provocazioni che il Maestro, come il cavallo di Troia, ha introdotto in questa città sonnolenta, dandole una scossa e portandola ai vertici della cultura internazionale. Forse pochi ricorderanno - siamo di memoria corta - una mostra, per allora, dirompente, di Curt Stenvert, autore riproposto solo recentemente, nel 2017, a Milano dalla Fondazione Prada. Farina l’ha portata a Palazzo dei Diamanti nel 1969! Vorrà pur dire qualcosa!…Col Maestro, già da tempo, purtroppo è finita un’epoca illuminata.
Ciao Franco, grazie! Non ci rivedremo più…
Gianfranco Goberti

Franco Farina non ha bisogno di menzioni particolari; ha promosso l’Arte contemporanea con la “A” maiuscola in un periodo dove la provincia ancora non contava, come Milano o Roma. Ma con il suo ostinato convincimento promosse l’attività di Palazzo dei Diamanti, portando quella realtà ferrarese all’attenzione di una critica nazionale ed internazionale. Credo senza nessuna smentita che oltre ai grandi artisti, abbia fatto conoscere molti pittori e scultori emergenti, poi diventati maestri. Soleva dire e ripetere che gli artisti si dividono in tre categorie: Protagonisti, Maestri e del Mare Magnum. Dei primi diceva: sono quelli che fanno la storia dell’Arte; i secondi, sono rappresentanti degni di una storia dell’Arte, però minore, e i terzi, di dilettanti ne è pieno il mondo. Era molto selettivo con chi chiedeva di poter essere invitato nei suoi spazi; tanto che è stato detto: esporre ai “Diamanti” era come un cantante esibirsi alla Scala di Milano. Riceveva tantissime chiamate per eventuali appuntamenti, ne ero testimone nei tanti incontri presso il suo ufficio; per tagliar corto essendo ironico rispondeva: “pronto, qui ufficio del cimitero… “. Di Franco Farina ho ricordi e un patrimonio di tantissime collaborazioni sia come commissario o curatore ed estimatore della nostra “Biennale Aldo Roncaglia” che si realizzavano negli spazi della Rocca Estense di San Felice, il cui monumento porta la firma di Bartolino da Novara, lo stesso architetto del Castello di Ferrara, per cui soleva dire: “in questo maniero mi sento a casa mia”.
Domenico Difilippo

L’ultima volta in cui ho trascorso un po’ di tempo con lui, oltre un anno fa, Franco era nel suo studio, circondato da libri e opere d’arte davanti alle quali scoppiettavano i racconti di una vita trascorsa con gli artisti. Gli avevo chiesto di incontrarlo, perché dovevo scrivere un testo sulla sua attività di direttore delle Gallerie Civiche d’Arte Moderna di Palazzo dei Diamanti e, di fronte alle oltre novecento mostre di cui avevo trovato documentazione, mi sentivo perduta in un compito difficilissimo. Lui, attivo, lucido e un po’ pungente come sempre, non mi aiutò molto, anzi si sottraeva con ironia, facendomi capire che ormai quel percorso era affidato alla storia e che adesso spettava a noi rileggerlo, valutarlo, comprenderlo. Era consapevole che presto sarebbe stato così, che tutti noi avremmo desiderato raccontare la nostra esperienza di quegli anni.
Quando arriva il momento del congedo, le persone che hanno lasciato un segno escono dal tempo ed entrano nel mito. E il mito, soprattutto se costruito intorno al carisma di un personaggio come Franco Farina, è certamente un’affabulazione. Ma, al di là dell’enfasi narrativa, oggi sappiamo bene che c’è più di un motivo se il lungo periodo segnato dalla sua regia culturale – dal 1963 al 1993 – ci appare ancora l’age d’or di Ferrara.
Per chi lo ricorda tra le belle mura del Palazzo dei Diamanti, lui resterà per sempre “il maestro”, il direttore d’orchestra di una stagione intensa, eterogenea e polifonica. Lo chiamavano così, “il maestro”, per la sua formazione e, soprattutto, per il ruolo carismatico che ha saputo esercitare. E maestro Farina lo è stato davvero, grazie a quella sua attenzione al ruolo del museo come spazio capace di educare accompagnando sui percorsi dell’arte diverse generazioni di artisti, critici, collezionisti, galleristi, studiosi, pubblico, curiosi. Un intero sistema di produzione e fruizione, una rete partecipata che ha generato iniziative, pensiero, socialità, condivisione e anche tanta discussione, senso critico, indotto economico ma soprattutto opportunità, passioni, divertimento, flussi di energia, nuove chiavi di lettura, modelli operativi. E tutto lungo l’itinerario magico del Quadrivio degli Angeli, dove con Lola Bonora aveva creato una costellazione formidabile di spazi espositivi.
Gli anni dal 1963 al 1993 a Ferrara resteranno, dunque, l’era di Farina, una sorta di epopea, che nessuno immagina di poter indicare in un altro modo, non solo per l’eccezionale continuità del suo incarico di direttore ma anche per la particolare impronta, innovativa e inclusiva, che egli ha saputo dare a quella lunga stagione, spingendo una città raffinata e defilata a mettersi in gioco, affacciandola alla ribalta del mondo.
Quando, alla fine di quel nostro ultimo incontro, gli ho chiesto come era riuscito a fare tutto questo, con il sorriso un po’ sghembo e divertito che gli abbiamo visto tante volte, mi ha risposto “sono stato fortunato”. Siamo stati fortunati anche noi, maestro, ad averti avuto qui.
Valeria Tassinari

Tra le tante cose che Franco Farina ci lascia in eredità – e in cui continuerà a vivere – c'è il brillante esempio della sua forza d'animo. Una forza d'animo che l'ha portato a tagliare traguardi impensabili.
Alacrità, apertura mentale, inappagamento sono le caratteristiche che emergevano con una chiarezza quasi spiazzante dai suoi ricordi. Per fargli raccontare gli inizi della sua carriera era necessario insistere un po' – “effacé, caro mio, cancellato tutto”, diceva – ma quando poi si concedeva era impossibile non provare un sentimento di entusiasmo e ammirazione nel ricostruire i passi di un maestro elementare che decide di costruirsi, mattone dopo mattone, la sua idea di galleria d'arte pubblica. Informare i cittadini, dare loro “forma”, questa la missione che ne ha guidato la carriera. Ed evitando sempre di voltarsi indietro, anzi scommettendo ogni volta sul futuro con proposte in anticipo sui tempi, perché quello è l'unico territorio dove i giochi sono davvero aperti.
Massimo Marchetti

Franco Farina aveva un'ironia spiazzante, era di una sagacia e di un’astuzia fulminanti. Ti guardava con quei suoi occhi penetranti e poi esordiva con il suo intercalare preferito: "E cioè...".
Fu tra i primi a organizzare in Europa una mostra di Andy Warhol, sul tema dei neri americani e dei "travestiti”: ogni arcata d'ingresso alle sale del Palazzo dei Diamanti venne chiusa dai manifesti della mostra in formato gigante, così per inaugurarla occorse "penetrarli", a evocare in senso concettuale il tema della mostra.
Di Giorgio de Chirico raccontava che era succube della moglie, così per farsi dare le opere per le esposizioni a Palazzo dei Diamanti doveva sorbirsi dei terribili pranzi nella loro casa di Piazza di Spagna e poi di nascosto dalla moglie serviva a Giorgio qualche bicchiere di Punt e Mes di cui lui era ghiotto...
Per due mostre che ho realizzato in galleria, mi ha prestato il bozzetto inedito de “Le Muse Inquietanti” di de Chirico, e poi un magnifico disegno astratto di Morandi, che la sorella gli fece scegliere tra tre diversi disegni. Una volta scelto quello preferito, Franco trovò sotto un biglietto con scritto: “Sapevo che avrebbe scelto questo”. La qual cosa in parte gli dispiacque, perché significava che era stato prevedibile.
“Le carabattole nei suoi quadri non sono più carabattole, sono delle basiliche, hanno un potenziale che trascende l’oggetto. La carabattola è il pretesto”, raccontava.
Ricordo bene in casa sua il Fontana con sei tagli, opere di de Chirico, Sebastian Matta, Boldini, De Pisis...Tra i libri, possedeva anche una collezione di civette. “Mentre si lavorava a Palazzo Bellini – mi rivelò Franco – un caposquadra del Comune mi chiede se facessi collezione di qualcosa. Io gli rispondo che mi sono simpatiche le civette, e che ogni tanto gli amici me ne portano qualcuna particolare. Questo signore un giorno arriva con un cartone: dentro ci sono tre civette vive. Lo ringrazio molto, gli dico che gli offrirò il pranzo, ma che il regalo più bello che può farmi è di riportarle dove le ha trovate”.
Lui e Lola Bonora sono stati dei precursori assoluti: a New York tra gli anni Settanta e gli anni Novanta tutti sapevano chi fosse questa coppia di ferraresi, che amava incontrasi da “Giori” per il rito dell'aperitivo, a mezzogiorno, in un tavolino baciato dal sole: Spritz e patatine. Del resto a chi lo andava a trovare negli anni d’oro nel suo studio a Palazzo dei Diamanti, lui, vestito con una tunica e con un pappagallo che gli faceva compagnia, offriva sempre un bicchiere di champagne. Diceva, ricordando i tempi in cui era lui ad “avere il mestolo dalla parte del manico”: “A me è venuto un dubbio: sono stato bravo io o è stata una nevrosi? Perché effettivamente, in 30 anni, per mettere assieme 900 e più mostre occorre solo un nevrotico, che forse però ha aiutato questa città”.
Maria Livia Brunelli
Occasioni di frequentazione, con Franco ne abbiamo avute, l'ultima qui nel nostro studio, nel 2014, quando organizzammo un incontro tra l'antropologo Pietro Bellasi, che dovendo passare da noi (argomento manichini, ovvio) e chiedendoci di Franco, espresse il desiderio di rivederlo ,dopo tanti anni dalla loro ultima collaborazione. Fu occasione felice per noi per poter assistere alla loro conversazione colta e divertente.
Ma la cosa forse meno conosciuta e più simpatica è la versione di un giovane Franco Farina,
come accompagnatore-responsabile (per conto del Comune) di un gruppo di studenti ancora più giovani, in viaggio verso Lione, in treno. Si era alla metà degli anni Sessanta, destinazione finale Saint-Étienne gemellata con Ferrara, per una vacanza scambio di 15 giorni. Claudio era tra loro, studente all'Istituto d'Arte Dosso Dossi, e ha sempre ricordato - anche a Franco - quella prima veste giovanile del Maestro.
Linda Mazzoni e Claudio Gualandi


Ho conosciuto personalmente Farina negli anni ‘80, sono andato nel suo studio con un paio di cartelle contenenti miei lavori. Anche se era molto gentile, con lui mi sentivo piccolo…Mi disse: “Lei è uno di quelli che quel che pensa di notte, il giorno lo fa, per cui ha bisogno di un critico severo”. E’ un consiglio che ho sempre seguito.
Vito Tumiati

L'insuperabile ex direttore del Palazzo dei Diamanti, sfidando tutte le convenzioni, rischiando sempre del proprio, riuscì a fare veri "miracoli", pur di portare la cultura a Ferrara che gli deve tantissimo.
Arrivò a far conoscere la città al mondo, e portò il mondo a Ferrara, portando artisti internazionali al Palazzo con mostre a volte mai eguagliate o ripetute nel loro splendore e grandezza.
Come Dalì, Picasso, Warhol De Chirico e molti altri.
Quasi mille mostre in soli trent'anni.
Riuscì nella più grande opera di pop art del mondo, portando persone inarrivabili e famose a tutti, fino a farli diventare quasi "di casa".
L'istrione per eccellenza che era Farina, riusciva dove altri fallivano, con la sua classe ed il suo modo di fare sempre preciso ed inattaccabile.
Gli piaceva parlare e ascoltare, e in questo modo capiva le persone tanto da riuscire poi ad avere da loro il massimo che potevano dare.
Fu, per me, una persona incredibile sia dall'aspetto umano che dall'aspetto lavorativo.
Grazie a lui ebbi modo di conoscere personalmente artisti che non avrei mai potuto pensare nemmeno di riuscire ad avvicinare.
Vidi più volte nei suoi occhi quasi imperscrutabili la gioia di vedere che fin da piccolo avevo accolto l'arte dentro di me, dando sfogo alla mia creatività in vari modi, mai soffocati dai miei genitori che contrariamente ad altri mi hanno sempre appoggiato.
Era il 1976 quando venne fatto un concorso in quello che allora era il Centro Attività Visive, dove bisognava disegnare un animale su fogli di cartoncino di un metro per un metro con un pennarello di quelli super tossici (allora non si pensava certo a certe cose). Io chiesi ben 4 fogli e consumai due pennarelli grandi più o meno come tre uniposka, nel disegnare una balena blue/viola di 4 metri. Vinsi il concorso che consisteva in un sacchetto di caramelle e l'esposizione per un mese nella galleria. Il Maestro mi cercò e mi disse: "continua così e un giorno tornerai ad esporre qui i tuoi lavori!"
Oggi posso dire di aver anch'io "esposto" al Palazzo dei Diamanti.
Maurizio Ganzaroli

Io ho conosciuto il direttore Farina nel 1986, a Palazzo dei Diamanti in occasione di una mostra da lui organizzata che ruotava attorno all'astrattismo geometrico. Nella mia galleria, possedevo alcune opere di Mauro Reggiani ed Eugenio Carmi, mi chiamò al telefono, si complimentò con me per le opere che trattavo "con grande coraggio" (così disse), e mi invitò all'inaugurazione della mostra. Lo incontrai una seconda volta, sempre per lavoro, pochi mesi dopo, a proposito di una tela di Andy Warhol raffigurante una Jacqueline Kennedy, che mi era stata affidata da un cliente per la vendita. Sapendo che Farina era in rapporti con Warhol per avergli organizzato una mostra circa 10 anni prima, mi rivolsi a lui per farla autenticare dal Maestro. Ricordo ancora, eravamo nel suo ufficio, gli si illuminarono gli occhi e rimanemmo a chiacchierare per un po', mi avrebbe fornito tutti i recapiti nel giro di breve tempo. Purtroppo dopo pochi mesi Warhol morì e io non feci in tempo a fargliela autenticare, quindi restituii l'opera al cliente. Da quel momento ho incontrato Franco Farina solo sporadicamente, in alcune occasioni casuali, anche se l'ho sentito diverse volte al telefono. Mi rimane il ricordo di una persona estremamente cortese, gentile, con un amore ed una adorazione per l'arte rari.
Alfredo Pini