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Omelia Card. Gualtiero Bassetti per il Corpus Domini e il 500esimo della Basilica di S. Maria in Vado

Cattedrale di Ferrara - 31 maggio 2018

31/05/2018

Carissimi fratelli e sorelle,
con viva emozione celebro la divina liturgia in questa insigne cattedrale, cuore religioso e civile della nobile città di Ferrara. «Città privilegiata, che, in epoca particolarmente ricca di splendore – come ebbe a dire san Giovanni Paolo II, qui in visita nel lontano 1990 – si è distinta come uno dei centri [italiani] più attivi e prestigiosi di cultura umanistica: una cultura, peraltro, aperta ai valori trascendenti e saldamente ancorata alle fonti della vera sapienza» (22 settembre 1990).
Ringrazio di vero cuore il fratello arcivescovo mons. Gian Carlo Perego per l’invito che mi ha rivolto a presiedere questa concelebrazione eucaristica. Saluto e ringrazio tutti i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e i consacrati presenti. Un deferente saluto rivolgo alle autorità civili e militari.
Carissimi, ci colpisce che in tutte e tre le letture della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo, che oggi celebriamo con tanta solennità, emerga il tema dell’alleanza.
Se nella pagina del Libro dell’Esodo e poi in quella del Vangelo secondo Marco, come anche nel brano della Lettera agli Ebrei, si parla di un patto – un’alleanza, appunto – tra Dio e l’umanità, stretto con il popolo di Israele e poi rinnovato in Gesù, noi dal canto nostro non possiamo astrarci dalla realtà in cui viviamo e dalla storia di cui facciamo parte. Fare un patto, stringere un’alleanza, significa infatti cercare un accordo, trovare dei punti in comune su cui impegnarsi, anche tra parti che siano distanti, differenti, come lo sono il cielo e la terra.
A guardar bene, la prima alleanza di cui si parla nella Sacra Scrittura è proprio quella stipulata attraverso un simbolo, l’arcobaleno, lanciato fra cielo e terra: da una parte la volontà di Dio, dopo il diluvio, di “deporre le armi”, cioè quell’arco che in antico serviva per ferire o uccidere; dall’altra parte, l’uomo che alza lo sguardo verso il cielo, verso questo ponte fra realtà distinte ma che, da allora, sono anche visibilmente collegate. Mi piace ricordare, in questa città dove si trova un museo dedicato alla storia del popolo ebraico (il Museo nazionale dell’ebraismo italiano), una bella tradizione, secondo la quale, ogni volta che si vede un arcobaleno, si pronuncia una berakah, una benedizione a Dio: «Benedetto sei Tu, Signore, Re dell’universo, che sei fedele alla tua alleanza, e ti ricordi dell’alleanza» (cf. Talmud, Ber 6,5).
Se Dio si è ricordato dell’alleanza, tanto da impegnare suo Figlio che l’ha rinnovata nel proprio sangue (come è scritto nel brano della Lettera agli Ebrei appena ascoltato) anche noi siamo chiamati a stringere alleanze per colmare le distanze e cercare il bene di tutti. Come qualcuno avrà letto, proprio ieri dalle colonne del quotidiano Avvenire mi sono sentito obbligato a chiedere a tutti, credenti e non credenti, a ogni persona di buona volontà, di rinnovare il proprio impegno per il bene comune.
Gesù ci dà un esempio. Anch’egli ha abitato una città, Cafarnao, sul Lago di Galilea, e, come si legge negli Atti degli Apostoli, attraversava quello spazio pubblico «beneficando e risanando tutti (coloro che stavano sotto il potere del diavolo)» (cf. At 10,38). Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, Gesù, poi, entra di nuovo in una città, Gerusalemme, per la quale aveva sofferto e pianto, e di cui prevedeva anche la rovina, perché non aveva compreso «quello che porta alla pace» (Lc 19,42).
Il Signore Gesù non è rimasto immobile davanti ai mali che vedeva, e ad un certo punto ha assunto anche la sofferenza e la morte nella propria missione: ha pagato un prezzo altissimo, che viene espresso attraverso l’immagine del suo Sangue benedetto, versato per tutti gli uomini. Il «sangue dell’alleanza» è il modo in cui Dio ci dice che ci vuole bene, che vuole il bene di tutti, e che è disposto ad impegnarsi fino in fondo per noi.
Carissimi fratelli e sorelle, il miracolo che viene attestato in questa solennità e in questo luogo riguarda il miracolo vero dell’amore di Dio per noi. Da questo amore, che tutti siamo chiamati ad accogliere liberamente, derivano un impegno e una possibilità. Se Gesù ci ha dato l’esempio, anche noi siamo chiamati a chinarci sul nostro prossimo con lo sguardo e il cuore del samaritano: tutti dobbiamo fare la nostra parte, come nel racconto dell’ultima cena di Gesù, dove c’è chi porta la brocca d’acqua e segnala dove si celebrerà la cena, c’è chi preparerà il banchetto e chi dovrà svolgere altri compiti. Soprattutto, dal fatto di partecipare al mistero del Corpo e Sangue del Signore deriva per noi la possibilità di un bene che da soli non riusciamo a darci. Accogliere il corpo e il sangue di Gesù significa per noi, ammettere di avere bisogno di un nutrimento che non è solo il cibo che perisce.
Abbiamo detto che l’alleanza copre le distanze, e così a noi rimane l’impegno di percorrere la strada verso l’altro, come Dio ha fatto con noi. Lo ha fatto anzitutto costruendo un ponte tra cielo e terra – la prima alleanza – e poi lasciandoci un segno ancora più grande, un “sacramento”, per ricordarci ogni giorno che Dio non è solo lassù in Cielo, ma vuole abitare tra noi. Gesù infatti vuole proprio stare a tavola con noi, come spesso si trovava a tavola coi suoi discepoli o coi peccatori: lo fa anche oggi, ora, con il pane e il vino – il suo Corpo e il suo Sangue – che rendono il nostro stare insieme una festa. La cena del Signore ripresenta il sacrificio della croce, ma è anche Pasqua, festa, gioia!
Nel mistero della Santissima Eucaristia si cela poi una comunione ancora più grande, che abbraccia i presenti e tutti quelli che ci hanno preceduto con il segno della fede e ora vivono in Cristo Signore. La mensa del Corpo e Sangue del Signore Gesù ci rende fratelli: nessuno è considerato ospite, ma partecipe attivo di una moltitudine di figli. La mensa eucaristica ci offre un’immagine del banchetto del Cielo e riverbera quaggiù, su questa terra, lo splendore della vita eterna. È una mensa imbandita per tutti gli uomini e le donne che cercano il Suo volto. Una mensa aperta ai fratelli nel bisogno, ai più poveri e abbandonati. Papa Francesco ci insegna che gli invisibili, i poveri e i migranti stanno al centro del cuore della Chiesa, alimentata e vivificata dall’Eucarestia.
Attraverso la Santa Eucaristia, nostro sostanzioso nutrimento spirituale, il Signore Gesù si fa nostro compagno di viaggio lungo il cammino della vita, per condurci all’alleanza piena con il Padre, quando noi lo vedremo così come Egli è.
Carissimi, nel corso di questa storia sacra, la città di Ferrara è stata anche luogo privilegiato di un amore particolare del Signore. Proprio in questo anno 2018 cade il 500° anniversario della Consacrazione dell’altare della Basilica di Santa Maria in Vado, ove ci recheremo al termine della messa in processione. Un luogo che conserva la “volticina” irrorata dal preziosissimo Sangue del Miracolo Eucaristico, avvenuto nel giorno di Pasqua del 1171. Questa particolare ricorrenza ci invita stasera con più slancio all’adorazione dell’Eucaristia, segno visibile del Cristo risorto e sempre presente in mezzo al suo popolo.
Desidero far mie le parole del vescovo Don Tonino Bello, quando, con l’ardore che lo animava, chiedeva con poetica invocazione al Signore: «Aiutaci a riconoscere il tuo Corpo nei tabernacoli scomodi della miseria e del bisogno, della sofferenza e della solitudine. Rendici frammenti eucaristici, come tante particole che il vento dello Spirito, soffiando sull’altare, dissemina lontano, dilatando il tuo “tabernacolo”». Rendici, Signore, strumenti del tuo amore. Amen!