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OMELIA S. MESSA PER IL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI S. E. MONS. LUIGI MAVERNA

Cattedrale di Ferrara - 1 giugno 2018

01/06/2018

(1 Pt.4,7-13; Sal 96; Mc. 11, 11-26)

"La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera." (1 Pt. 4,7).
Nel portare a tutti i presenti il saluto di S.E. l'Arcivescovo Mons. Gian Carlo Perego, credo che queste parole dell'Apostolo Pietro siano provvidenzialmente una chiave di lettura dell'odierna celebrazione nel ventesimo anniversario della nascita al Cielo del Vescovo Luigi Maverna, le cui spoglie riposano in questa Cattedrale.
"Provvidenziali" poiché ogni liturgia e ogni parola di Dio in essa pronunciata non è frutto del caso, ma ci indica un percorso preciso. Per Mons. Maverna la dimensione della provvisorietà e dell'attesa dell'Eterno che, in ogni tempo, oltre ogni struttura e lettura umana della storia, deve tornare ad essere al centro della coscienza del cristiano e del Pastore, è stato un motivo costante e dominante. Il suo motto "Sufficientia nostra ex Deo" dice la radicale dipendenza della creatura dal suo Creatore e rivela chiaramente il desiderio del distacco continuo - come principio della vita spirituale - da tutto ciò che può frapporsi tra l'anima e il suo Signore.
Nel testamento spirituale, già nel 1972, il Vescovo Maverna non nascondeva questa lettura del suo rapporto con Dio, con la Chiesa e con il mondo: "Di fronte alle meraviglie di questo tuo Amore, o Dio...cosa ho fatto durante tutta la mia esistenza di cristiano, di sacerdote, di Vescovo?...O Dio, Tu il mare, ed io un'infima goccia! Perdimi in Te, e riempimi di Te, e, con me, perdi in Te e riempi di Te quanti sono nascosti in questa goccia d'amore". Il desiderio di Dio soltanto, oltre ogni mediazione, diventa ancora più chiaro nella postilla aggiunta al testamento nel 1984: "Riconosco che nelle varie tappe della mia vita, Dio tutto ha permesso e tutto ha disposto per strapparmi al mondo e alle creature e attirarmi solo a sè".
Infine nel settembre del 1986 la chiave dell'Eternità, come misura e criterio di valutazione delle tappe dell'esistenza terrena, si esplicita definitivamente: "Cosa sono le comunità, le aggregazioni, le strutture del potere pastorale - (cosa sono) direbbe San Gregorio Magno -, se non necessarie, anche sacramentali, esteriorità che devono condurre, assurdamente forse, all'attaccamento dell'"unum necessarium", di Gesù Cristo?. Tutte queste cose compiono la loro vera funzione quando ci staccano dagli uomini, salvo sempre il vincolo profondo della carità, e, mediante le critiche, le difficoltà, le avversità, ci rivolgono e conducono all'abbraccio amoroso con Cristo e il suo Spirito".
"La fine di tutte le cose è vicina" fu per Mons. Maverna la chiave per leggere la storia non con spirito apocalittico, ma come espressione della volontà di raggiungere al più presto la meta e di viverne le tappe di avvicinamento con un animo colmo di gratitudine e di amore "Grazie, Signore (scrive Maverna nelle ultime righe del testamento) dell'itinerario a Te, da Te inventato dall'Eternità, attraverso le tappe che mi hai fatto percorrere. Ho cercato di percorrerle come un desiderio di Amore, come un atto di puro Amore, ...avrei voluto la mia vita una lode, un canto a Te, Gesù, con lo Spirito e con il Padre". Come non pensare alle parole di Santa Elisabetta della Trinità nella sua Elevazione, scritta nel segreto il 21 novembre 1904, al fine di rinnovare i propri voti?
Anche Maverna viveva nel desiderio bruciante, quasi nostalgico, di quell'incontro finale con la Trinità. Come nella Lettera di Pietro che abbiamo ascoltato, anche per Luigi Maverna gli impegni del suo ministero erano scanditi da moderazione e sobrietà al fine di dedicare alla preghiera e alla Liturgia la centralità assoluta. Tutto viene da Dio e tutto serve per glorificarlo in Gesù Cristo, nella Sua Chiesa che, prima di tutto "non è nelle grandi cose...ma dove sono i cuori umilmente aperti, accoglienti, concordi con Cristo". Nell'omelia funebre Mons. Caffarra dirà di lui: "Credo in queste parole di Mons. Maverna 'occorre essere contemplativi nell'azione, attivi nella contemplazione' troviamo la spiegazione ultima del ministero episcopale del vescovo Luigi, durato 33 anni" .
In tal modo Mons. Maverna ha vissuto la sua vocazione al sacerdozio, la preparazione teologico-biblica, gli anni del Rettorato, l'Ordinazione Episcopale, la partecipazione all'ultima sessione del Concilio, la guida della Diocesi di Chiavari, l'obbedienza al successore di Pietro che lo pose nel delicatissimo ruolo di traghettatore dell'Azione Cattolica ad una rinnovata presenza evangelizzatrice nella Chiesa e nella società nei difficili anni della contestazione dentro e fuori la Chiesa stessa, e ancora, Segretario Generale della CEI dove svolse un'incessante attività di tessitore di rapporti, fin dal primo Convegno Ecclesiale del 1976: "Evangelizzazione e promozione umana".
All'inizio degli anni Ottanta, in un clima di attese, disagi e tensioni perseguì con passione l'accentuazione della dimensione comunitaria e comunionale del Ministero della Chiesa, con la coraggiosa proposta dell'impegno nella vita sociale da parte dei credenti e delle comunità.
Quanto lavoro! per quest'uomo che lui stesso definiva "sanctorum minimo", il più piccolo tra i cristiani, consapevole di tutte le sue fragilità e anche delle sue contraddizioni. Così apparentemente indecifrabile e corrucciato nella sua immagine pubblica, ma altrettanto caldo e appassionato in quella privata. Questa dimensione contraddittoria fu per lui causa di molte sofferenze, e forse incomprensioni, ma non ne condizionò il ministero e i risultati.
Ho potuto condividere con l'Arcivescovo Maverna quasi l'intero arco della sua vita diocesana. Come seminarista a Roma fui tra i primi ad incontrarlo, dopo la nomina ad Arcivescovo di Ferrara e di Comacchio, nel 1982, insieme a don Daniele Libanori attuale Ausiliare di Roma. Di quel pranzo ricordo la sua insistenza a farmi mangiare fette su fette di una specialità pavese, la torta Paradiso, e ad ogni fetta una risata. Mi disse: "è la torta dell'Eternità"!
Gli anni a seguire altrettanto intensi, improntati al dialogo e alla sinodalità. Le due Diocesi dovevano compiere ancora molto cammino nell'ambito della comunione tra sacerdoti, laici, realtà associative e questo accentuava ancor più gli aspetti negativi della crisi sociale in atto nei primi anni Ottanta.
Grande cura per le realtà giovanili e la sua Azione Cattolica, senza mai trascurare ogni espressione di vita aggregativa ma sempre orientandola alla comunione nella chiesa diocesana.
Quel piccolo uomo fragile ha saputo prendere sulle spalle una pesante eredità e, come aveva sempre fatto, portarla con dedizione e fiducia anche nei giorni più duri. Ricordo brevemente i convegni che affrontavano problemi sociali ed ecclesiali, in particolare "Chiesa e comunità degli uomini:quale società?" (1986) per una comunità cristiana più solidale con gli ultimi e impegnata a risolvere i problemi del mondo del lavoro e delle giovani generazioni; le due Visite Pastorali purtroppo non completate, lo straordinario evento del Sinodo Diocesano che occupò, tra preparazione, realizzazione e pubblicazione dei documenti (compreso il Direttorio), ben 10 anni di vita pastorale: una Chiesa sinodale per eccellenza.
E in questi anni il sorgere della nuova Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio nel 1986 e la chiusura del processo diocesano di Canonizzazione del Beato Tavelli da Tossignano sono state occasione di costante richiamo alla necessità di rinnovamento, di confronto, di dialogo autentico, di approfondimento per rimettere costantemente al centro Parola - Sacramento - Carità ed essere Chiesa Missionaria. Ne sono testimonianza le omelie e le Lettere Pastorali raccolte in cinque volumi editi dall'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, a cura di Cesare Zanirato.
Nodo fondamentale di questo periodo la visita di Giovanni Paolo II nel 1990, che Maverna comprese come un invito a proseguire il cammino sinodale.
E in ultimo la sofferenza.
La Via Crucis, la sequela dell'Uomo dei Dolori che ben conosce il patire e lo offre, fino a quel 1 giugno del 1998.
Mons. Caffarra osserverà, nell'omelia funebre del 3 giugno, che pure nell'agonia, Mons. Maverna si era perfettamente conformato al mistero pasquale di Cristo: subì l'ultimo intervento chirurgico il giovedì santo, fu unto sacramentalmente il venerdì santo, rese l'anima a Dio "non appena tramontato il cinquantesimo giorno, il giorno di Pentecoste. Morto con Cristo, crediamo che anche vivrà sempre con Lui".
Lo zelo per la Casa del Signore lo aveva consumato ma, sulle orme del suo Maestro, la morte non si è trasformata nella vittoria dei suoi avversari, bensì in un'occasione di dono e di sacrificio per la salvezza di coloro che gli erano stati affidati.
Don Massimo Manservigi