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OMELIA DI S. E. MONS. DANIELE LIBANORI A S. MARIA IN VADO

Celebrazione Eucaristica per i 500 anni dalla Consacrazione dell'altare e dedicazione della Basilica di Santa Maria in Vado

06/05/2018

Introduzione del Vicario Generale Mons. Massimo Manservigi
Eccellenze Rev.me, cari confratelli e fedeli tutti,
in questo 6 maggio 2018, con il Solenne Pontificale presieduto da S.E. Mons. Daniele Libanori, celebriamo una grande festa per tutta la Chiesa particolare di Ferrara-Comacchio: 500 anni dalla consacrazione dell’altare e dalla dedicazione della Basilica di Santa Maria in Vado. In tempi antichissimi, proprio nel luogo dove ora sorge questo splendido tempio, c’era un capitello su cui già dal V secolo era collocata un’immagine della Vergine di San Luca. Intorno all’anno 457, in Suo onore, sarebbe stata edificata una piccola chiesa provvista di fonte battesimale di cui resta attualmente solo la volticina irrorata dal Preziosissimo Sangue del Miracolo Eucaristico che qui avvenne il giorno di Pasqua del 1171, esattamente il 28 marzo, sotto la reggenza dei canonici regolari portuensi di Ravenna. Fu per volere del duca Ercole I d’Este, nel Quattrocento, che la chiesetta venne trasformata in Basilica. Nella fabbrica del rinascimento ferrarese lavorarono dal 1495 Biagio Rossetti, Bartolomeo Tristano e il pittore Ercole De Roberti. Il 26 marzo 1501, l’antichissima volticina intrisa del Sangue sgorgato dall’Ostia, venne prelevata dalla parete originaria e ricollocata all’interno della nuova basilica inaugurata, in assenza del Card. Ippolito d’Este, da Desiderio Vescovo di Umbriatico nel 1518 e dedicata all’Annunciazione di Maria Vergine. Da quel giorno sono trascorsi 500 anni di una storia che lega a doppio filo Ferrara e il suo Miracolo Eucaristico.
Quale momento più adatto per avere tra noi S. E. Mons. Daniele Libanori, che per la prima volta celebra nella sua diocesi di origine dopo essere stato Ordinato Vescovo Ausiliare di Roma il 13 gennaio scorso. E’ di questi giorni anche la notizia che il Santo Padre lo ha nominato Membro della Congregazione delle Cause dei Santi e di questo ci congratuliamo ulteriormente, e ringraziamo la divina Provvidenza che ha voluto così onorare la nostra chiesa per un altro suo figlio elevato all’ordine episcopale.
Infine, ulteriore motivo di profonda gioia e occasione di festa grande, è ricordare che il 6 maggio dell’anno 2017 il nostro Arcivescovo S.E. Mons. Gian Carlo Perego ha ricevuto l’ordinazione episcopale nella Cattedrale di Cremona. Questo primo anniversario renda la nostra celebrazione motivo di ringraziamento al Signore e al Santo Padre, Papa Francesco, per il dono del Pastore alla sua Chiesa che è in Ferrara-Comacchio

Omelia del Vescovo S. E. Mons. Daniele Libanori
Inutile dire che sono molto contento di essere qui oggi: ritorno in una veste che non avrei immaginato, dopo 27 anni che ho lasciato questa chiesa fisicamente ma mai con il ricordo e col cuore. E mi fa particolarmente piacere pensare con voi che, in 41 anni che sono prete, non ho mai avuto occasione di celebrare la messa in questa basilica. Questo è uno dei luoghi, forse il solo, in cui è conservato il fonte battesimale, insieme alla cattedrale e c’era la tradizione che chi veniva battezzato qui, era esente dalla scrofola, un male che oggi non c’è più.
Siamo qui per celebrare il miracolo eucaristico avvenuto il giorno di Pasqua nel 1171; il 28 marzo nella piccola chiesa di Santa Maria in Vado celebrava Pietro da Verona. La tradizione lega questo evento al dubbio del celebrante circa la reale presenza di Cristo nelle specie eucaristiche. Il sangue è uscito prodigiosamente dall’ostia consacrata e veniva a confermare la fede sua e soprattutto dei fedeli. A distanza di secoli il ricordo di un fatto così singolare forse non ha più lo stesso impatto che si ebbe per i contemporanei. La cultura attuale non è incline a credere a quello che sfugge ai criteri scientifici; la fede della Chiesa, del resto, benché in essi trovi conforto e stimolo per la sua missione, non si fonda sui prodigi ma sulla Scrittura e sulla Tradizione ininterrotta che la interpreta autenticamente.
Il fatto che oggi celebriamo ci riporta all’Eucarestia che rappresenta, come dice il Vaticano secondo, la fonte ed il culmine della vita e della missione della Chiesa. E’ qui che la comunità cristiana trova la sua unità e si riconosce come popolo di Dio impegnato nell’azione di Cristo. Nella celebrazione eucaristica che inizia nel rito ma continua nella vita quotidiana, ognuno è invitato a maturare l’esperienza di Dio: questa si comunica attraverso l’ascolto della Parola che illumina il cuore e la mente e che per opera della Grazia educa ad un modo diverso di pensare e di comprendere Dio stesso e poi le cose ed il tessuto della Storia. E qui vorrei fare una piccola sottolineatura: noi, forse anche per l’educazione che abbiamo ricevuto, siamo inclini a ritenere che la santità per i cristiani consista alla fine nell’acquisire le virtù, una fatica a volte tanto pesante quanto povera di risultati. Ciò che il Signore è venuto a chiedere ai suoi discepoli e continua a chiedere a tutti, è piuttosto un cambio di mentalità: il Signore chiede di acquisire una mentalità diversa della vita, del mondo, della storia. Non si arriva a Gesù per stimolare ed acquisire virtù (i farisei erano in questo dei campioni incontrastati!). A noi viene chiesto altro, che sembra in apparenza tanto più rilassato, ma in realtà incide nella profondità dell’anima ed esige un impegno non di rado scarnificante.
Abbiamo ascoltato il brano del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, noto per la parabola della vite e dei tralci; in particolare Gesù si rivolge ai discepoli che ben presto saranno tentati dai fatti tragici della passione del Signore. Come loro, i credenti di ogni tempo si trovano confrontati con l’apparente insufficienza del Vangelo, con il pericolo di venire sopraffatti ed annientati da un mondo che si mostra coriaceo e non di rado ostile e spesso anche manipolatore. Allora ecco che la speranza comincia ad indebolirsi con la conseguente disponibilità a trattare con il “sano realismo” , con la mentalità di questo mondo che offre solidarietà e mezzi a chi vuole fare del bene purché sia disposto a riconoscere il suo potere e ad inchinarsi. Il risultato in questi casi lo si vede con frequenza anche presso le comunità cristiane sinceramente generose, ma il rischio è di costruire una comunità senza Cristo, un appiattirsi in una antropologia che non ha più il suo modello in Cristo, figlio di Dio e di Maria, vero Dio e vero uomo, unico salvatore del mondo: l’uomo allora si consuma nei suoi bisogni, senza nessuna prospettiva che non sia la qualità della vita intesa su un orizzonte puramente storico. Qui Gesù mette in guardia e lo fa in una maniera accorata; dice agli apostoli:“Rimante nel mio amore; se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore”.
Potremo forse rendere questo invito in un altro modo: non entrate, dice Gesù, nella logica di una religiosità fatta di norme e di piccole virtù, ma state saldi in quell’amore tenace e fedele che resiste alle lusinghe dell’interesse ed alle suggestioni del male e si spinge ad abbracciare anche i nemici, anzi è disposto perfino a dare la vita per coloro che in ogni caso riconosce come fratelli. Resta nel cuore dunque chi, nonostante la smentita della Storia, continua a credere che l’amore fraterno è capace di cambiare i destini dell’umanità. Allora la partecipazione all’Eucarestia, che ogni domenica si rinnova, non è solamente un rito destinato a perpetuare nel tempo atti avvenuti in un passato che sfuma fino a diventare inconsistente per la nostra sensibilità. Nella simbologia del rito ci si ritrova nella medesima casa per attingere alla sapienza del Signore, alla sapienza della sua Pasqua che è composta dal mistero della sua morte e della sua resurrezione. Questa è la chiave che dischiude la comprensione del senso ultimo della Storia così come del tempo presente. Nella Eucarestia si divide lo stesso pane, un gesto che rende corale ed anzi amico anche lo sconosciuto e l’estraneo. Ci si scopre una volta di più come un popolo, un piccolo popolo radunato dal Signore con lo scopo di aprire a tutti una via della speranza che comincia con il guardare alla vita in un modo diverso, creativo, pieno di fiducia. Partecipare all’Eucarestia è (e dobbiamo esserne sempre più consapevoli) una reale assunzione di responsabilità. Chi si ciba delle specie eucaristiche che sono il Corpo ed il Sangue del Signore, fa vera comunione con Lui fino a condividerne, questo almeno nel desiderio, la vita e la sorte. E’ la responsabilità della buona notizia da testimoniare ed annunciare al tempo presente facendo proprie le scelte del Signore Gesù, scegliendo volontariamente, consapevolmente, la debolezza e la stoltezza della croce e professando che in essa abita la sapienza e la potenza di Dio.
La Chiesa sta attraversando una stagione nella quale quello che un tempo (se mai ci fu realmente e non ci fu illusione) era potenza e privilegio, ora è finito e di questo dobbiamo ringraziare ogni giorno il Signore. Della Chiesa, anche molti cristiani e a volte anche noi, preferiamo vedere le rughe ed il peccato anziché la vitalità, ma proprio questa è la via per la quale la freschezza del Vangelo appare ad ognuno nella sua formidabile vivacità. I piccoli, i poveri, gli umili, quelli la sanno vedere! Ma chi continua a misurare il presente con il metro del passato, non potrà mai capire nulla del mistero del Signore che con la stessa generosità di sempre continua a vivere in mezzo al suo popolo. Ci è chiesto di presentare il Vangelo soprattutto quella capacità di comprendere Dio, la vita e le relazioni in un modo nuovo grazie alla libertà che viene dall’aver gustato nella pratica quotidiana l’intensa verità della parola del Signore.
La sfida per i cristiani si gioca precisamente in questo: credere che la vera, unica grazia capace di cambiare la storia è fidarsi di Dio e continuare ad aver fiducia nell’uomo. Questo è il senso della consegna di Gesù: “Rimanete nel mio amore”; nel mio amore trovate la sicurezza di cui avete bisogno, non in altre cose, neppure nelle norme più ferree, quelle che sono state create per gli uomini, proprio per renderli più sicuri.
Ricordando il dono ricevuto il 28 marzo 1171, la Chiesa particolare che è in questa terra è invitata a levare il capo e a trovare la fiducia perché il Signore qui ha posto la sua dimora ed ha lasciato un segno che è in comunione con il suo Vescovo che proprio oggi ricorda l’anniversario della sua consacrazione. In comunione con il suo Vescovo, questa Chiesa è invitata ad accettare l’impegno per una missione che oggi appare più che mai urgente; e questa missione è di far riconoscere nell’umiltà, la proposta della fedeltà di Dio, fondamento della nostra speranza. Il fatto singolare che oggi ricordiamo si situa nel tempo della costruzione della cattedrale della nostra città, una costruzione tra le più imponenti non solo nel suo tempo, tra le più ardite, tra le più originali. Era iniziata appena trentasei anni prima di questi fatti. In questa prospettiva allora l’evento di Santa Maria in Vado viene ad assumere una sorta di significato fondativo al quale dobbiamo attingere in continuazione e al quale dobbiamo continuamente ritornare per trovare forze nuove. Alla sapienza di questo mondo può sembrare un racconto puerile che la sapienza umana suggerirebbe di abbandonare per non urtare le intelligenze esigenti di chi non è disposto ad accordare il proprio assenso a ciò che non è debitamente documentato e comunque non comprovato da esami scientifici rigorosi. Per di più si tratta di un evento che si colloca nel Medioevo che alcuni continuano a guardare con sospetto, dimenticando che fu il tempo delle grandi cattedrali, delle università, delle summe, del grande sviluppo di quello che diventerà la borghesia. Ma allora come oggi, il Signore non intende convincere le intelligenze, quanto piuttosto parlare al cuore di Gerusalemme, per consolare un popolo sconfortato, ma che dovrebbe imparare a credere più a se stesso perché in questo popolo abita la presenza del Signore. Resta allora da aggiungere un ultimo aspetto, anche questo appena accennato, riguardo la fede e la via attraverso la quale l’uomo può accedervi se gli è concesso dall’alto. Dobbiamo essere molto attenti per non cadere nello gnosticismo che è sempre in agguato: ebbene questa via è quella dalla quale istintivamente ognuno di noi rifugge, ma alla quale la vita continuamente rimanda: è la percezione del limite in ogni sua forma, un limite che quantomeno percepiamo con l’avanzare dell’età, che ci fa sentire più deboli e vulnerabili. Là dove l’uomo vede la soglia della sua impotenza, della sua incapacità radicale, laddove si sente irrimediabilmente perduto, ebbene là è il confine al quale Dio lo attende, perché Dio abita alle soglie dell’invisibile; laddove il grido della creatura si fa più sincero, più cogente, riesce a portarlo nel cuore e si perde nel mistero non perchè resti perduto, ma per essere raccolto da Dio e dia vita ad una vita nuova. Dove ogni sforzo più generoso si perde nella notte, Dio restituisce vita ma qui cessa la possibilità della parola e apre lo spazio all’esperienza di fede, quella per la quale cerchiamo conforto nella celebrazione dell’Eucarestia che ci trova oggi qui riuniti.
(Testo non rivisto dall’autore)