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OMELIA SOLENNITA' DI S. MAURELIO

Ferrara, Basilica arcipretale di San Giorgio martire fuori le mura

09/05/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, ricordiamo oggi solennemente il nostro santo Vescovo e martire Maurelio, sepolto in questa basilica, copatrono della città di Ferrara. La tradizione vuole che Maurelio, vissuto tra la fine del VI e la prima metà del VII secolo, nobile e sovrano dei territori della Mesopotamia, con Edessa capitale, rinunciasse al trono e sotto la guida del vescovo di Smirne diventasse presbitero. Inviato a Roma, mentre è nella Città santa, il Papa lo nomina vescovo di Voghenza. Uno degli impegni pastorali che più occuperanno il ministero del Vescovo Maurelio, nell’allora sede episcopale di Voghenza, sarà la difesa dell’ortodossia della fede contro l’apostasia: un impegno che gli procurerà sofferenze, fino al martirio per decapitazione, martirio rappresentato in uno dei quattro bellissimi arazzi fiamminghi cinquecenteschi della Cattedrale di Ferrara sulla vita di S. Maurelio. L’epoca di S. Maurelio, infatti, è un’epoca di cambiamenti, che vede in Italia la nuova presenza longobarda e alcune terre sotto l’influenza bizantina cedere all’influenza mussulmana. E in un’epoca di cambiamenti, ieri come oggi, la fede, che è sempre legata alla vita, alla storia – come ricordava Papa Benedetto XVI nella Deus caritas est e come ripete papa Francesco nell’ Evangelii Gaudium – ha sempre bisogno di un annuncio chiaro e fedele, rinnovato, di “predicare il Vangelo” – come ci ha ricordato l’apostolo Paolo – contro i rischi di deviazione dalla verità o di rinuncia alla verità. La pagina dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato, ci ricorda che dobbiamo sempre avere gli orecchi aperti, per ascoltare “ciò che lo Spirito dice alle Chiese”, per non temere alcun male “in una valle oscura”, così da avere “felicità e grazia”, come ci ha ricordato il salmo.
E oggi i rischi di debolezza dell’annuncio della gioia del Vangelo vengono da nuove deviazioni dalla verità che papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, al Convegno di Firenze della Chiesa Italiana, nel 2015, e nell’esortazione Gaudete et esultate, identifica in “due sottili nemici della santità”: lo gnosticismo attuale e il pelagianesimo attuale. Lo gnosticismo vive “una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza” (E.G. 94), dove contano solo i propri sentimenti, i propri interessi, i propri ragionamenti. È un’eresia che scardina il valore della comunità, l’importanza della carità, delle relazioni e dell’autorità, persino del Magistero. Tutto serve a se stesso, per lo gnostico, contrariamente a quanto anche la pagina evangelica di oggi ci ricorda, cioè il valore del servizio, della ministerialità. “In definitiva – scrive Papa Francesco – si tratta di una vanitosa superficialità” che “tuttavia, riesce a soggiogare alcuni con un fascino ingannevole, perché l’equilibrio gnostico è formale e presume di essere asettico, e può assumere l’aspetto di una certa armonia o di un ordine che ingloba tutto” (G.E. 38). Lo gnostico cade anche nell’ingenuità di “una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature” (E.G. 43). In realtà – scrive papa Francesco – “la dottrina, o meglio, la nostra comprensione ed espressione di essa, non è un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi, e le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni” (G.E. 44) hanno un valore che non possiamo ignorare. L’altro pericolo per la fede oggi è il pelagianesimo. Pelagiani sono coloro che “fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli a un certo stile cattolico” (E.G. 94), ricorda Papa Francesco. Il rischio è dimenticare la grazia, che ci educa, ci fa crescere anche nell’errore, in maniera progressiva. Il rischio è il legalismo, la conta delle opere e la perdita della consapevole che “tutto è grazia”, tutto è dono di Dio, accolto dalla nostra libertà e accresciuto dalla nostra carità.
Cari fratelli e sorelle, accompagnati dal Magistero del Papa e dei Vescovi, sull’esempio del Vescovo e martire S. Maurelio, chiediamo al Signore di fare tutto per il Vangelo, come ci ricorda l’apostolo Paolo, vincendo i nuovi pericoli del fidarsi solo di noi stessi, dell’individualismo e dell’egoismo disincarnato. “Le forme proprie della religiosità popolare – ricorda papa Francesco nell’Evangelii Gaudium – sono incarnate, perché sono sgorgate dall’incar¬nazione della fede cristiana in una cultura popo¬lare. Per ciò stesso esse includono una relazione personale, non con energie armonizzanti ma con Dio, con Gesù Cristo, con Maria, con un san¬to. Hanno carne, hanno volti. Sono adatte per alimentare potenzialità relazionali e non tanto fughe individualiste” (E.G. 90). Il ricordo orante di S. Maurelio ci renda capaci di alimentare nuove relazioni, secondo la prospettiva della vita buona del Vangelo, di cui il nostro Vescovo e patrono è stato testimone fino a dare la sua vita.