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OMELIA FESTA S. GUIDO ABATE

Ferrara, Monastero S. Antonio in Polesine

04/05/2018

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Ritorna come ogni anno la memoria di San Guido, che da ricco che era si è fatto povero e pellegrino a Roma, con il desiderio di raggiungere la Terrasanta, ma arrivando poi nel monastero di Pomposa, qui si fermerà e ne diventerà abate all’inizio del secondo millennio. San Guido abate sarà tra i protagonisti di una riforma ecclesiale e monastica, unitamente a San Pier Damiani, che scriverà a Pomposa la sua opera su “la perfezione dei monaci”, conciliando vita cenobitica e vita eremita secondo il modello di San Romualdo. Morto a Borgo S. Donnino, nel 1046, sepolto prima nella Cattedrale di san Zeno a Verona, la sua salma, poi, fu traslata a Spira. La vita di San Guido è quella di colui che si è abbeverato “alla fonte della vita”, per usare le parole dell’Apocalisse, diventando un testimone del Vangelo che trasforma, riforma una vita segnata da abbandoni, fatiche. La storia benedettina nella nostra terra è stata anzitutto storia di vita, di vitalità, nella preghiera e nel lavoro, nella gioia e nel dolore, nella fatiche e nel riposo. E al centro della vita e della regola benedettina è la carità, che aiuta a leggere il potere come servizio, l’autorità come paternità, sposando le sorprese della quotidianità, condividendo con la decima i frutti della terra. In San Guido troviamo realizzati i volti della carità: la pazienza, la bontà, l’umiltà, il rispetto, il rifiuto della vendetta e della rabbia, la giustizia, la verità. La riforma benedettina, elemento essenziale che innescherà la riforma gregoriana, che vede i suo inizio proprio nell’anno della morte di San Guido, è fortemente innervata su questi volti della carità, che Paolo apostolo ci ha ricordato nella pagina ai Corinzi. Una riforma, quella benedettina, che accompagnerà la riforma generale della Chiesa, con la consapevolezza anche delle diverse stagioni della vita e dell’unico percorso di vita e santità cristiana, fondato – come sempre ci ha ricordato San Paolo – sulla fede, sulla speranza e sulla carità.
San Guido è un santo monaco, che ha ricevuto il centuplo quaggiù e l’eternità, perché la sua azione, insieme a quella dell’Ordine benedettino, non solo ha trasformato la terra, ricavandone e moltiplicandone i frutti, ma ha guadagnato il Paradiso, la vita eterna. L’economia di comunione, per usare un termine moderno ripreso da papa Benedetto nell’enciclica Caritas in veritate e da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, un’economia che va oltre il semplice profitto per favorire una condivisione e uno scambio di beni e servizi, che valorizza la gratuità, che rispetta il creato di cui si sente custode, trova nell’esperienza benedettina, anche nella nostra abbazia di Pomposa, una interessante anticipazione e una testimonianza coerente e concreta. Il lavoro, insieme alla preghiera, esprimono l’umanità di Cristo, le sue parole e i suoi gesti che costituiscono centro anche della spiritualità di S. Guido, che aiuta a valorizzare, ma non esasperare le arti e le scienze, ma a piegarle al servizio della preghiera – come la musica – e del lavoro umano. Un’umanità di Gesù che trova anche in questo monastero ancora delle immagini straordinarie: nel Cristo che sale da solo in croce, nel bacio di Giuda, nell’annunciazione come nel dolore davanti al Cristo morto.
Chiediamo al Signore di avere la stessa virtù e di assumere gli stessi volti della carità di San Guido, la “perfetta carità che guida – secondo il Concilio Vaticano II la vita consacrata e somiglia alla “simplicitas” che San Pier Damiani riconosceva come la virtù dei monaci, perché la nostra vita di preghiera e di lavoro, di festa e di riposo guardi al bene comune e allo sviluppo integrale delle persone, in comunione con i santi e in attesa dell’eternità.