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OMELIA PRIMO MAGGIO

Cattedrale di Ferrara

01/05/2018

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi la festa dei lavoratori. La celebriamo ricordando che Gesù, nella sua umanità, è riconosciuto come “il figlio del falegname”, di S. Giuseppe, del lavoratore di Nazareth.
In occasione del 1 maggio, i Vescovi italiani hanno voluto, come è tradizione, inviare un messaggio alle comunità cristiane, consapevoli anche della difficile situazione economica e sociale del Paese: per la crisi nel mondo del lavoro, con la disoccupazione giovanile, un mondo di giovani che né studiano né lavorano, la perdita del lavoro di quarantenni e cinquantenni, l’insicurezza sul lavoro, la mobilità lavorativa e aziendale.
Anche il nostro territorio diocesano è colpito da questi nuovi fattori strutturali che generano meno lavoro, meno occupazione, meno risparmio, più ingiustizie, più precarietà. Se è vero che mediamente i lavoratori in mobilità sono dimezzati sul territorio ferrarese, i disoccupati sono diminuiti tra il 2014 e il 2016, ma tra il 2015 e il 2016 sono tornati ad aumentare (33.000 nel 2014, 29.850 nel 2015, 30.700 nel 2016), di cui oltre il 55% sono over 40, mentre il 15% tra i 18-25 anni.
Tutto questo ha portato i Vescovi italiani a scrivere, nel messaggio del 1 maggio di quest’anno, che “La quantità, qualità e dignità del lavoro è la grande sfida dei prossimi anni per la nostra società nello scenario di un sistema economico che mette al centro consumi e profitto e finisce per schiacciare le esigenze del lavoro”.
La quantità. Occorre pensare il lavoro dentro la vita e non tutta la vita. Questo ha portato già Leone XIII, nel 1891, con la Rerum Novarum, a proporre un giusto orario di lavoro, un giusto salario, che possono ulteriormente essere rivisti sulla base delle esigenze della vita: lo studio, la maternità, la salute, il riposo. Proposte che gli altri documenti sociali fino alla Caritas in veritate di Benedetto XVI hanno sempre riproposto e attualizzato.
La qualità. Nella Evangelii Gaudium Papa Francesco ha parlato di un lavoro che oggi deve essere “libero, creativo, partecipativo e solidale” (E.G. 192) e alla Settimana sociale si è approfondito questo tema. Libero significa dire no a forme nuove di precariato, di lavoro nero, di sfruttamento; creativo significa che il lavoro nasce dall’intelligenza e dalla fatica dell’uomo, non è un fatto semplicemente ripetitivo, consegnato alla manualità; il lavoro cambia con l’età, le situazioni della vita; partecipativo significa che occorre superare la semplice dinamica datore di lavoro e operaio o salariato, ma occorre parlare di un’impresa comunitaria, dove l’utile è condiviso anche tra i lavoratori, oltre che essere investito per migliorare la qualità e la quantità del lavoro, e non può l’utile essere oggetto di speculazioni di ogni tipo; occorre pensare a forme nuove di cooperazione sociale nel senso della responsabilità di tutti i lavoratori nella costruzione dell’ impresa e nel lavoro; occorre pensare a forme nuove di economia di comunione – come ricordava papa Benedetto e oggi Papa Francesco; solidale, cioè il lavoro e il suo frutto può essere condiviso, non può non aprirsi ai più deboli o diversamente abili, non può non trovare forme di tutela del lavoratore (cassa comune, previdenza, sicurezza, maternità). “Abbiamo bisogno sempre più di forme di sussidiarietà circolare di solidarietà - scrivono i Vescovi nel Messaggio del 1 maggio - che vedano nuove configurazioni di collaborazione fra tutti i soggetti, senza particolarismi o primogeniture, ma come fondamento e fine del convivere responsabilmente insieme per un futuro di speranza a partire dal lavoro 'centro di ogni patto sociale' ”.
La dignità del lavoro. Nella Laborem exercens, enciclica dedicata al lavoro dell’uomo, ai nn. 4-10, San Giovanni Paolo II aveva insistito sulla distinzione sul lavoro in senso oggettivo e il lavoro in senso soggettivo, sottolineando la priorità dell’attenzione sulla persona del lavoratore rispetto ai modi e alle strutture del lavoro. Il lavoro non è la semplice aspirazione, ma il frutto della responsabilità del soggetto in un preciso contesto strutturale, non in senso individualistico, ma in correlazione stretta con la famiglia, la città, il Paese. Al tempo stesso, realisticamente, si crea lavoro lavorando, insieme – e la dimensione relazionale è fondamentale – per generare poi possibilità nuove, trasformare le professioni, crearne di nuove.
Come cristiani, soprattutto i laici cristiani, siamo chiamati a “cercare il regno di Dio trattando le realtà temporali – tra cui il lavoro -, e ordinandole secondo Dio” – ricorda il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium (n-31). Questo chiede un impegno etico e sociale nuovo proprio a partire dal lavoro dell’uomo. “Dà fastidio – scrive Papa Francesco nella Evangelii Gaudium - che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige giustizia. Altre volte – continua il Papa – accade che queste parole diventino oggetto di una manipolazione opportunista che le disonora. La comoda indifferenza di fronte a queste questioni svuota la nostra vita e le nostre parole di ogni significato” E conclude Papa Francesco: “l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi” (E.G. 203-204). Sono parole di un Magistero che ci impegna, soprattutto oggi, 1 maggio, memoria di S. Giuseppe lavoratore e festa dei lavoratori. “La porta della fede”, per usare le parole degli Atti degli Apostoli, si apre per chi non crede, come è avvenuto nella storia del movimento sociale cattolico, anche quando diamo testimonianza di un dialogo sociale e di un lavoro libero, creativo, solidale e partecipativo.