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MESSA DEL CRISMA - OMELIA DI S.E. MONS. GIAN CARLO PEREGO

Cattedrale di Ferrara

29/03/2018

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Cari confratelli,
è un’emozione presiedere, per la prima volta, questa nostro presbiterio, questa nostra familiare celebrazione della Messa del Crisma, in questa nostra casa di Dio, la Cattedrale. E’ quasi un anno che sono con voi, “ministri del nostro Dio” - ricorda Isaia - , “sacerdoti per il suo Dio e Padre” – ricorda la pagina dell’Apocalisse - come Vescovo e Pastore di questa Chiesa di Dio che è in Ferrara-Comacchio. La prima cosa che desidero esprimervi, evangelicamente, è la mia gioia di stare tra voi, di celebrare con voi. In questi mesi ho incontrato in 112 parrocchie 118 di voi ed entro giugno terminerò questa mia prima visita. E’ stato un incontro fraterno, ma soprattutto ho trovato l’incontro con voi esemplare: per l’accoglienza, la familiarità, ma soprattutto per la passione con cui vivete il ministero e la dedizione nei confronti della comunità a voi affidata. Non ci nascondiamo le fatiche di questo ministero a noi affidato, ma neanche le grazie con cui il Signore fa crescere continuamente la sua Chiesa. Assistiamo a un calo di fedeli all’Eucaristia domenicale, e nella nostra Bassa anche lo spopolamento di questi anni, ma anche la partecipazione attiva dei fedeli. Sentiamo il peso di strutture che ci preoccupano, ma anche il dovere di valorizzarle al meglio. Dalla visita tra voi avverto forte, anzitutto, un’esigenza, che Papa Francesco ha sottolineato nell’esortazione Evangelii Gaudium e ha ripetuto anche incontrando i giovani, la vigilia della Domenica di passione: “La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità” (E.G. 33). Una Chiesa missionaria è quella che siamo chiamati a costruire insieme, a partire dalle nostre parrocchie. Cosa significa assumere questa dimensione missionaria? Come concretamente camminare insieme per rendere la nostra Chiesa più missionaria?
Anzitutto il Papa ci dice di “ripensare gli obiettivi”. Lo abbiamo cercato di fare insieme quest’anno riflettendo sulle immagini di Chiesa. Dobbiamo cercare di rendere la parrocchia più casa: di custodire e valorizzare le testimonianze di fede e di santità, non mortificarle; di farci più vicini, prossimi alle persone, soprattutto a chi è più in difficoltà, perché malato, perché ferito nella sua storia matrimoniale, perché senza lavoro, perché incapace di educare da solo un figlio; di lasciarsi consigliare e non decidere da soli il cammino e le scelte di una parrocchia; di curare la Liturgia, come il culmine e la fonte della vita cristiana, rinnovata nel Concilio Vaticano II nel suo Messale e nella celebrazione dei sacramenti, rendendo l’Anno liturgico la struttura fondamentale della nostra preghiera personale e comunitaria; di curare la catechesi dell’iniziazione cristiana dei ragazzi, ma anche dei genitori che hanno un bambino o i ragazzi del post-cresima, attraverso giovani e adulti che rileggono con noi i fondamenti dell’esperienza di fede e ripensano come vivere la fede nelle diverse circostanze della vita; di condividere ciò che abbiamo, come comunità, con chi è più in difficoltà, custodi di beni da tutelare, ma anche custodi di beni da condividere con i più poveri, aperti agli ultimi della parrocchia, ma anche della diocesi e del mondo: cattolici. La duplice dimensione personale e comunitaria della fede deve trovare nella parrocchia, chiesa tra le case, il primo luogo ancora fondamentale.
Il Papa, poi, ci invita a “ripensare le strutture”. Proprio guardando alla parrocchia oggi sentiamo il bisogno di rafforzare la sua dimensione missionaria attraverso il cammino e la sperimentazione di unità pastorali. La debolezza liturgica, catechistica e caritativa di molte nostre parrocchie, ulteriormente anche segnata dalle difficoltà economiche e strutturali, la valorizzazione dei ministeri e del diaconato, la salvaguardia anche di un patrimonio storico-culturale di fede, la valorizzazione delle diverse esperienze ed età della vita ministeriale, l’insufficiente efficacia missionaria dei Vicariati, l’incapacità di gestire strumenti e luoghi educativi e culturali, solo per citare alcuni aspetti, rendono necessaria una riorganizzazione della vita diocesana che guardi alle unità pastorali come strumenti utili. Approfondiremo questo tema nella tre giorni del clero di giugno, oltre che nella giornata del laicato di settembre, ma già con il prossimo Anno pastorale inizieremo alcune sperimentazioni in città e nel resto della nostra Diocesi. Giustamente Papa Francesco ammonisce che “una individuazio-ne dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradur¬si in mera fantasia” (E.G. 33).
Ancora il Papa ricorda di “ripensare lo stile dell’evangelizzazione”. La partecipazione di tutti i fedeli alla vita della comunità, con tempi e modi diversi, attraverso anche la valorizzazione dei Consigli pastorali, dei Consigli degli affari economici; lo stile sinodale, non significa solo camminare insieme, ma con gli stessi obiettivi, le stesse mete, gli stessi strumenti, e favorisce il superamento dell’improvvisazione, dell’individualismo e un “saggio e realistico discernimento pastorale” (E.G. 33). In questo cammino insieme non sono esclusi movimenti, associazioni e gruppi ecclesiali, che spesso offrono nuovi modelli ed esperienze di evangelizzazione. Le stesse Associazioni, penso all’Azione Cattolica e all’Agesci in particolare, hanno già gruppi ed esperienze interparrocchiali. Anche le comunità di vita consacrata presenti nella nostra Diocesi, più che sul piano della responsabilità pastorale, debbono essere valorizzate come esperienze originali di fede e di vita cristiana, luoghi di ascolto, di silenzio, di accompagnamento e formazione spirituale, di preghiera, votati alla ‘perfetta carità’. Come preti dobbiamo fare nostro questo stile partecipativo, anche con la valorizzazione delle riunioni vicariali e del Consiglio presbiterale. Forse, lo stile di evangelizzazione indicato da Gesù ai discepoli e ricordato dall’evangelista Luca -“Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» Lc 10, 1-11) – chiede ai presbiteri di pensare nuove esperienze di fraternità nella vita pastorale e anche di valorizzare esperienze familiari di evangelizzazione. Lo stile di Gesù chiede di guardare all’essenziale nella vita cristiana, come anche indica Papa Francesco: “Tutte le verità rivelate procedono dalla stes¬sa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto” (E.G. 36). E’ sul contenuto della Pasqua, che stiamo per vivere, che va costruita la Liturgia, la catechesi e la carità in parrocchia. Ogni formalismo, tradizionalismo, ogni esperienza eccentrica in parrocchia, frutto più di scelte individualiste e talora comode, tradisce il messaggio centrale della Pasqua, rischia di indebolire l’annuncio cristiano, disorienta spesso i fedeli: di questo ne siamo responsabili di fronte al Signore.
Infine il Papa chiede di “ripensare i metodi dell’evangelizzazione”. Il metodo indicato da Papa Francesco è quello “da persona a persona”, centrato sulle relazioni e i legami e facendo in modo che le strutture non indeboliscano i legami e le relazioni diffuse e non le chiudano in piccoli gruppi, elitari. Il metodo deve curare la sobrietà e la semplicità, non trasformare le nostre parrocchie in circoli ricreativi, in sale da pranzo, in agenzie pellegrinaggi e viaggi, in centri culturali. Ogni esperienza anche di incontro, di condivisione, di gioco, di turismo o di pellegrinaggio, di cultura deve essere inserita in un cammino comunitario di Liturgia, di catechesi e di carità per avere sempre uno spirito ecclesiale e missionario. Le strade della parrocchia devono essere familiari per noi: perché visitiamo le famiglie, gli ammalati, incontriamo situazioni di disagio, segnaliamo a ogni realtà, anche attraverso gli strumenti della comunicazione sociale – che è necessario ripensare insieme – idee e progetti condivisi, prospettive educative. I luoghi istituzionali sono anche importanti per la nostra comunità, perché spesso sono i luoghi con i quali condividere, nella reciproca autonomia, percorsi di costruzione del bene comune, esperienze di sussidiarietà, solidarietà e giustizia.
L’incontro con voi in questi mesi, cari fratelli presbiteri, la vostra dedizione, intelligenza, la concretezza unita a un sano umorismo con cui affrontare i problemi senza esasperarli, ma soprattutto la fede che ho respirato nelle vostre case o uffici parrocchiali, mi rendono fiducioso di un cammino insieme, perché la gioia del Vangelo trasformi il volto di questa nostra cara terra.