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Giorno della memoria delle foibe e dell’esodo dal confine orientale: omelia

Cattedrale di Ferrara

11/02/2018

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Cari fratelli e sorelle,
celebriamo oggi una memoria, la memoria delle foibe, di un massacro costruito e vissuto nel silenzio dal 1943 al 1946 nella regione carsica istriano-triestina; un massacro figlio di un nazionalismo ideologico e di dittature. Vogliamo fare memoria di morti per l’odio e la violenza umana, ma anche di un Esodo, di una fuga di almeno 300.000 persone e famiglie dal confine orientale del nostro Paese, da Istria, Fiume e Dalmazia, accolti in diverse città italiane, tra cui Ferrara, tra il 1945 e il 1949 . La memoria è accompagnata certamente dal dolore che si rinnova, ma anche dalla consapevolezza di un impegno per non dimenticare la violenza, il disagio, le paure che hanno accompagnato i nostri fratelli e le nostre sorelle in quegli anni e che possono ritornare oggi per altri nostri fratelli e sorelle nei 37 Paesi del mondo dove c’è ancora la guerra e da dove si fugge, per un nuovo esodo.
In questa memoria ci accompagna la Parola di Dio. Il brano del Levitico ricorda la cura dell’attenzione del lebbroso fuori dalla città. I 109 campi profughi nati in Italia per accogliere i profughi nascevano dall’idea certamente di cura e ospitalità, dentro uno spazio specifico, chiuso, ma fuori dalla città, per i dubbi, le paure create dalla politica ideologica. Al profugo di ieri come al richiedente asilo di oggi non sempre è aperta la porta della città e troppo spesso sono dimenticate le sofferenze, le paure, la morte, come nel caso delle foibe.
La pagina di storia delle foibe, delle deportazioni e dell’esodo dei profughi dalmati, istriani e fiumani è uno scandalo che dice l’irrazionalità della violenza umana. E’ di fronte a questo scandalo che ritornano come profetiche le parole di Paolo alla comunità di Corinto, che invita non scandalizzare nessuno, di nessun paese, ma a curare il bene, l’interesse comune. La guerra e la dittatura di ieri come quelle di oggi e di ogni tempo sono sempre uno scandalo, perché alimentate dalle armi, e perchè generano non la cura per il bene comune, ma la violenza, la morte, il disprezzo di tanti.
La pagina evangelica ritorna ad avere protagonista il lebbroso. Di fronte a lui Gesù, contrariamente al Levitico, non invita le persone a lasciare il lebbroso fuori dalla città, ma a liberarlo, purificarlo. E’ interessante che questa guarigione e purificazione rigenera la persona, che diventa testimone della bontà del Signore. La logica di Dio è quella di una cittadinanza comune, dove chi è più in difficoltà deve vedere attorno a sè maggiormente l’interesse dei cittadini. Il superamento delle dittature e dei nazionalismi che hanno generato guerra, violenza e morte nel Novecento è venuto dalla Democrazia, dall’attenzione alla verità, dal bene comune, dalla tutela delle minoranze e dei più deboli, dall’allargamento della cittadinanza, dall’Europa. Non possiamo correre il rischio che nuovamente ritornino forme di nazionalismo fanatico e violento, poggiato sull’odio e la violenza, alimentato da chiusure: sarebbe come affidare ancora una volta le nostre città, il nostro Paese a un destino di morte. In ogni periodo della storia, l’egoismo, l’individualismo e il particolarismo rischia di generare “il sonno della ragione” – come ricordavano Igino Giordani e Piero Calamandrei in altre difficili tornanti della nostra storia – che produce solo distruzione e morte.
Cari fratelli e sorelle, chi oggi ricorda, fa memoria di tanta violenza e sofferenza nelle foibe, nell’esodo, nei campi profughi deve diventare testimone credibile dell’importanza dell’accoglienza, della pace, della giustizia, della libertà, della democrazia. Come la Chiesa ieri è stata vicina a chi era ucciso, perseguitato – ne è testimonianza anche la morte di 39 sacerdoti - , a chi fu costretto a lasciare la propria casa, perché profugo – migliaia le persone accolte nelle parrocchie - la Chiesa oggi continua ad essere prossima a coloro che sono perseguitati e profughi, con quella “carità che è sempre un po’ eccessiva” (Don Primo Mazzolari), ma che sa vedere in loro il volto di Cristo. E così sia.