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GIORNO DI NATALE - OMELIA DI S.E. MONS. GIAN CARLO PEREGO

Cattedrale di Ferrara e Concattedrale di Comacchio

25/12/2017

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, buon Natale. Come dicevo anche nella Messa di questa notte, è il primo Natale con voi, nella Chiesa di Ferrara-Comacchio, Dio, che oggi ritorna a nascere e si ripresenta come Figlio di Dio, ha posto voi, questa comunità cristiana, sul mio cammino di vita cristiana. Questa Chiesa per me è come il bambino che nasce a Natale: una grazia, un dono, una speranza. E con la Chiesa questa città, ogni paese della diocesi che sono il luogo della vita, della quotidianità del cristiano sono un dono, una grazia, una speranza. E’ il giorno della gioia per “tutte le nazioni, tutti i confini della terra”, ci ricorda il profeta Isaia. Il Natale non è un giorno esclusivo, per noi, ma un giorno per tutti. Forse per questo si moltiplicano anche nelle nostre città e paesi iniziative di solidarietà, di incontro, di familiarità. “La Parola di Dio insegna – scrive papa Francesco nell’Evangelii Gaudium - che nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25,40)” (E. G. 180). Il Natale è un giorno di pace, che ci ricorda il dono della pace per noi, un dono che manca in 37 Paesi del mondo, dove sotto le bombe non solo state distrutte case, scuole, luoghi di culto, ma hanno perso la vita 100.000 persone e sono stati costretti a lasciare il loro paese 8 milioni di persone. “Un cristiano – scriveva don Primo Mazzolari – non deve dimenticare che il più forte è sempre colui che è venuto sulla terra senza forza” (P. Mazzolari, Il Natale, Vicenza, La Locusta, 1978, p.7). Il Natale richiama fortemente l’obiezione di coscienza alle armi: per la pace, per la vita. Non possiamo essere complici della scelta di morte e di violenza di Erode, che ritorna a tentarci con la sua proposta in ogni tornante della storia.
A Natale Dio parla ancora, come “molte volte e in diversi tempi antichi”, ci ricorda la lettera agli Ebrei. Non parla in un roveto, da una nube, per bocca dei profeti, ma in un Figlio, che è Dio fatto uomo (“irradiazione della sua gloria”), l’impronta del Padre, il liberatore dei nostri peccati. Oggi nasce nella semplicità un bambino che provoca e rinnova la nostra fede, con una luce e una vita nuova, ci ricorda il Vangelo di Giovanni. “Il Natale ci ricorda – come aveva scritto papa Benedetto XVI - che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili”. Contemplare il Natale significa ritrovare il senso e la ragione della nostra fede: Dio che accompagna realmente la nostra vita. Senza il Natale, senza un Figlio la nostra vita sarebbe diversa, forse più affannata a ricercare altro, a pensare ad altro: forse le cose avrebbero il sopravvento sulle persone. A Natale siamo chiamati a dare ‘buone notizie’, come il messaggero ricordato dal profeta Isaia: a non sposare continuamente la sottolineatura del male, i pregiudizi, ma a considerare la vita realisticamente, anche nei suoi drammi come nelle sue gioie, come un dono. A Natale, in altre parole, siamo chiamati a fare nostro un criterio che papa Francesco ci ricorda nell’Evangelii Gaudium, che cioè “la realtà è superiore all’idea” (E.G. 233). E’ questo, infatti, il criterio dell’Incarnazione della Parola: Dio non ci regala nuove parole, ma ci inserisce in una storia nuova di salvezza. E per questo, continua papa Francesco, “non farebbe giustizia alla logica dell’Incarnazione pensare a un cristianesimo monoculturale e monocorde” (E.G. 117), come pensare a un cristianesimo “intimistico e individualista” (E.G. 262), aggiungerei tradizionalista. “L’autentica fede nel Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri” (E.G. 88), conclude Papa Francesco. Buon Natale. Tanti Auguri di pace e di vita, di speranza.