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LA CITTA' OSPITALE

Accoglienza: ’segno dei tempi’. Omelia di S. E. Mons. Gian Carlo Perego a conclusione della settimana Mariana

08/10/2017

OMELIA CONCLUSIVA DELLA SETTIMANA MARIANA
S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

E’ tradizione che, chiudendosi la Settimana mariana, voluta dall’ultimo Sinodo diocesana, l’Arcivescovo faccia un discorso alla città, segnalando gioie e speranze tristezze e angosce che segnano la vita di una Chiesa in città. Ho pensato di condividere con voi un aspetto del cambiamento della vita delle nostre città e proporre un cammino per una ‘città ospitale’, sia perché è un tema dibattuto, ma anche perché è un tema in linea con il Magistero di Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, che abbiamo preso a guida pastorale in questo triennio pastorale. Papa Francesco scrive: “Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro” (E.G. 210).

1. Accoglienza, “segno dei tempi”

La mobilità delle persone che diventa occasione d’incontro tra persone e popoli, è senza dubbio uno dei fenomeni più importanti in ogni epoca e anche nella nostra storia. Oggi, infatti, 254 milioni di persone, tra cui anche sempre di più giovani e famiglie italiane, si muovono alla ricerca di sicurezza o di un benessere per sè e per la propria famiglia, perché incapaci di trovare un lavoro o di mettere a frutto la propria professionalità, per completare un percorso di studi; o perché perseguitate o affamate o sfruttate,. La mobilità sta modificando anche profondamente le nostre città e i nostri quartieri, i nostri paesi, tanto da poter parlare di ‘cittàmobili’.
Come leggere cristianamente questo ‘fenomeno’ così esteso e così complesso, quale si presenta la mobilità?
La mobilità e l’incontro tra popoli, la ‘diaspora’ di molte persone e famiglie è certamente un ‘segno dei tempi’ – come hanno ricordato nel loro Magistero Giovanni Paolo II, Benedetto XVI nel messaggio della 92° Giornata del Migrante e del Rifugiato del 2005 e ripetuto più volte Papa Francesco - , perché genera l’incontro tra persone e popoli, il confronto, lo scambio culturale, il dialogo religioso. Un confronto, uno scambio, un dialogo e un incontro non solo teorico, ma pratico, costruito su nuove relazioni, su nuove prassi.
In questo senso, l’immigrazione diventa un “luogo teologico” per un rinnovato cammino di Chiesa: un ‘fatto’, un ‘avvenimento’ attraverso il quale ripensare l’identità cristiana, con la fantasia di proposte e scelte nuove che orientino il pensiero e l’agire dei cristiani e delle comunità; un ‘fatto’ attraverso il quale si sottolinea non solo la ‘differenza’ tra persone e culture e religioni diverse, ma anche l’uguale dignità umana. Differenza e uguaglianza che, per la fede cristiana, portano a costruire un cammino di ricerca e di dialogo dentro il mistero dell’unica salvezza e dell’Unico Salvatore, per una Chiesa, tra l’altro, chiamata ad essere ‘sacramento di salvezza’.

2. Il volto dell’immigrazione in Italia

2.1 A partire dalla metà degli anni ‘70 la popolazione immigrata è raddoppiata ogni dieci anni. Al 31 dicembre del 1991 gli immigrati registrati erano circa 650.000; nel 2005 gli immigrati hanno superato i 3.000.000; nel 2016 il numero complessivo di immigrati ha superato ormai i 5.000.000 di persone, pari al 8,3 % della popolazione residente. L’immigrazione in Italia ha avuto una frenata pesante, mentre sta crescendo il numero di giovani e famiglie che ritornano ad emigrare, dal Nord e dal Sud del nostro Paese. Ai 5.000.000 di cittadini immigrati in Italia da altri Paesi corrispondono ormai quasi 5 milioni di cittadini italiani all’estero.

2.2 Se andiamo a leggere più regionalmente il volto dell’immigrazione italiana rileviamo questi dati: su 10 immigrati 6 sono al Nord, 3 risiedono nel Centro, 1 al Sud e nelle Isole. Roma e provincia, con i suoi 377.000 immigrati, è la città con più stranieri d’Italia; più di Milano, dove soggiornano 289.000 immigrati. A Ferrara sono 12.656, pari al 9,6% della popolazione residente e in provincia 29.931, pari all’8,6%: con notevoli differenze: si va dall’ 1,6% della popolazione straniera di Goro, al 4,4% di Voghiera, al 5,2% di Comacchio, al 6,8% di Codigoro, all’8,5% di Berra, al 10,5% di Bondeno. Il fenomeno immigratorio non riguarda ormai solo le città, ma si è esteso anche nei piccoli centri della nostra Penisola e della nostra Diocesi. Possiamo dire che, in misura diversa, sta diventando un fenomeno ‘parrocchiale’.
2.3 Chi sono gli immigrati in Italia?
L’Italia è uno degli esempi di policentrismo migratorio. Infatti nel nostro Paese sono rappresentati tutti i continenti del mondo e 200 Paesi, con gruppi abbastanza omogenei di persone immigrate giunte in Italia sulla base di ‘reti migratorie’. Su dieci presenze straniere in Italia 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. Le nazioni più rappresentate dal fenomeno migratorio in Italia sono: la Romania, il Marocco, , l’Albania, l’Ucraina e la Cina.
2.4 Un aspetto importante, anche sul piano educativo, dell’immigrazione straniera in Italia, riguarda i minori. Come la popolazione immigrata è raddoppiata nel corso di dieci anni, come anche il numero dei minori: nel 1996 i minori stranieri nel nostro Paese erano 126.000, mentre alla fine del 2001 hanno superato i 300.000; nel 2006 sono arrivati a 500.000 e oggi sono quasi 1 milione e duecentomila. I bambini immigrati nelle nostre scuole, nell’anno scolastico in corso hanno raggiunto il numero di 814.000 presenze.
2.5 Più della metà degli immigrati è costituita da cristiani, di cui il 30% ortodossi; al secondo posto, con circa 1 milione mezzo vengono i musulmani, in calo negli ultimi anni; seguono le religioni orientali con il 6,4%.
2.6 A questo mondo di migranti arrivati in questi 25 anni si distinguono 196.000 migranti rimasti in Italia dei 600.000 sbarcati sulle nostre coste e, nella stragrande maggioranza, migranti in fuga da situazioni drammatiche di guerra, miseria, disastri ambientali, persecuzione politica e religiosa, vittime di tratta.

3. L’accoglienza degli immigrati

3.1 Dentro un quadro legislativo di riferimento, a cui si chiede di leggere e interpretare correttamente il fenomeno migratorio, l’accoglienza e l’ospitalità verso lo straniero - come ha ricordato anche Papa Francesco nella sua recente visita a Bologna - identificano il cristiano e caratterizzano una Chiesa fedele al Vangelo. Sull’accoglienza e il senso dell’ ospitalità sono nati i molteplici servizi agli immigrati e con gli immigrati promossi dalle oltre 200 Caritas diocesane e dalle centinaia di caritas parrocchiali, in collaborazione con associazioni e gruppi di volontariato. Sono nati così i centri di ascolto e le comunità di pronto intervento e di prima accoglienza; i corsi di alfabetizzazione e l’accompagnamento scolastico dei bambini e dei giovani studenti; l’accompagnamento all’inserimento lavorativo e il sostegno ai ricongiungimenti familiari, le attività di socializzazione e di integrazione sociale e culturale, le borse di studio e l’esperienza del servizio civile: dall’accoglienza si è iniziato un cammino di tutela, promozione e integrazione.
3.2 Un impegno di accoglienza che, seguendo la “scelta preferenziale per i poveri” in genere, nella vicinanza agli stranieri ha privilegiato gli ultimi, i più deboli e i più indifesi, le persone e le famiglie immigrate escluse e emarginate. Sono nati così i servizi di prossimità ai detenuti stranieri, spesso privi di tutela dei propri diritti e incapaci di accedere a misure alternative e rieducative; l’attenzione alle donne vittime della tratta, costrette alla prostituzione, segnate profondamente nel corpo e nello spirito; la tutela per coloro che chiedono asilo e protezione umanitaria.
3.3 I molti volti delle persone accolte e dei servizi di accoglienza, sono ‘esperienze segno’ che chiedono oggi alle nostre comunità un’azione educativa intensa e puntuale, che riporti sempre al centro e, prima di ogni altra cosa, la persona, la sua libertà e responsabilità. Non si nasconde che, talora, l’incontro, l’accoglienza e la convivenza creano scontri, conflittualità, incomprensioni, divisioni. Ma la risposta non può essere la via breve del rifiuto, dell’ostilità (cioè la trasformazione dell’ hospes in un hostis, dell’ospite in un nemico), bensì la strada della mediazione culturale e dell’ integrazione, purtroppo oggi poco frequentata dalla cultura e dalla politica, non sempre valorizzata anche nel mondo ecclesiale.

4. L’annuncio cristiano in una società multietnica

4.1 Se l’accoglienza è la prima forma dell’evangelizzazione e della testimonianza cristiana nell’incontro con le persone immigrate, il fenomeno migratorio chiede anche un lavoro di discernimento dei cristiani e delle comunità che aiuti da una parte, in ambito socio-politico, a salvaguardare la dignità della persona umana; dall’altra, sul piano culturale e pastorale, se è importante sottolineare l’identità cristiana e il rispetto delle regole fondamentali della convivenza - come sottolineato da alcuni interventi magisteriali di Vescovi Italiani- è altrettanto importante costruire regole e itinerari che valorizzino la ricchezza delle differenze culturali e religiose.
Pertanto, l’annuncio e la testimonianza dei cristiani e delle comunità si giocano a tre livelli: un livello socio-politico, culturale e religioso.
4.2 Sul piano socio-politico, di fronte a tendenze che tendono a costruire forme nuove ed esasperate di individualismo e di separatismo che mal interpretano la tradizione di un regionalismo che era espressione di una maggiore sussidiarietà, l’esperienza cristiana è chiamata a coniugare il fenomeno migratorio con una serena consapevolezza della necessità di costruire, nella legalità e giustizia, percorsi di ascolto, incontro, tutela e di integrazione, senza superficialità e improvvisazione, che rendano attenta la società ai meccanismi, alle cause, alle risorse e ai problemi di un incontro non solo possibile, ma ormai ineludibile con persone con storie di vita diverse.
4.3 Sul piano culturale, l’incontro generato dalla mobilità e da una immigrazione che ormai ha due volti -una storica di oltre 25 anni e ormai radicata, e una giovane, di pochi anni e di pochi mesi - porta con sè la necessità di una elaborazione culturale, di una comunicazione e informazione che aiutino a conoscere correttamente l’esperienza culturale di chi proviene dai diversi continenti e dai diversi paesi del mondo, interessando anche la scuola a percorsi e incontri di mediazione culturale che non solo facilitino l’accesso al sapere della scuola, ma aiutino l’incontro tra i diversi saperi e rivedano, in senso interculturale, la conoscenza di alcune materie (storia, geografia, religione...).
L’esperienza nella Chiesa italiana del ‘Progetto culturale della Chiesa Italiana’, che dal Convegno di Palermo in poi ha tentato di costruire importanti momenti di elaborazione culturale, fino al progetto in corso ‘Liberi di partire e liberi di restare’ può trovare nel fenomeno migratorio un luogo di ‘sintesi’ significativo per aiutare nuovi percorsi di elaborazione culturale. Sul piano culturale, anche dietro la stimolante riproposta della “questione antropologica”, sarà utile rivedere e approfondire quelli che il teologo T. Sundermeier ritiene essere i quattro modelli di incontro con lo straniero: il modello dell’uguaglianza, il modello dell’alterità, il modello della complementarietà, il modello degli spazi di comprensione (T. SUNDERMEIER, Comprendere lo straniero. Una ermeneutica interculturale, Brescia, Queriniana, 1999).
4.4 Sul piano religioso, la mobilità e l’immigrazione nel nostro Paese riporta al centro un tema ecclesiologico fondamentale: quello del dialogo. Ancora di più oggi, nelle nostre comunità, in misura diversa, valgono le parole che nell’enciclica “Ecclesiam suam” Paolo VI scriveva: “La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio” (n.38). Paolo VI presentava anche i caratteri di questo ‘colloquio’, di questo ‘dialogo’, che sembrano non dover essere trascurati nelle nostre comunità: 1) la chiarezza, cioè il dialogo esige comprensibilità, un linguaggio chiaro; la mitezza, cioè il dialogo non può essere orgoglioso e offensivo, non impone nulla; la fiducia, cioè il dialogo produce rapporti fiduciali e amicizia; la prudenza, cioè il dialogo non nasce dalla superficialità delle relazioni, nè dimentica la gradualità con cui si presentano le verità. Questi quattro principi guida nel dialogo, che Paolo VI ricordava al n. 47 dell’Ecclesiam suam, possono diventare i principi guida, sul piano pastorale, perché nelle nostre comunità, anche dietro le sollecitudini dell’immigrazione, si costruisca, “nella verità e nella carità, nell’intelligenza e nell’amore”, un dialogo sereno con i nostri fratelli immigrati che non credono o hanno un diverso credo religioso.
Dentro la via del dialogo nascono l’attività ecumenica anche con i nostri vicini fratelli cristiani immigrati – nella linea conciliare del decreto Unitatis redintegratio - e il dialogo inter-religioso – sempre nella linea conciliare della dichiarazione Nostra Aetate: entrambi, come ha ricordato Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio, “vie della missione evangelizzatrice della Chiesa” (nn. 50 e 55). Il dialogo nella Chiesa non è pertanto una ‘tattica’, ma nasce dal rispetto da tutto ciò che è “segno di verità”, come ci insegna Papa Francesco a parole e nei gesti (E.G: 250-258).

5. Conclusione: “ascoltare, osservare e discernere” l’immigrazione

L’immigrazione chiede l’attenzione delle nostre comunità cristiane: nei momenti della celebrazione, dell’annuncio e della testimonianza della carità; a scuola e in famiglia; nella politica e nella vita sociale. Anche per l’immigrazione vale il metodo pastorale di “ascoltare, osservare e discernere”: cioè di costruire momenti d’incontro e relazioni con le persone immigrate, a partire dai consigli pastorali parrocchiali; di leggere con attenzione l’evoluzione del fenomeno sul proprio territorio, per costruire forme nuove di dialogo e di annuncio.
Come Maria siamo chiamati a saper “riconoscere le orme dello Spirito di Dio – ricorda papa Francesco nell’Evangelii gaudium - nei grandi avvenimenti e nella vita quotidiana di ciascuno e di tutti” (E. G. 288). Maria, Vergine e Madre delle grazie, come a Cana con gli ospiti, ci accompagni in questo cammino di dialogo e di educazione all’incontro.