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CHI E' IL MIO PROSSIMO OGGI? La prossimità come stile

Ferrara, 60° IBO

07/10/2017

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Farsi prossimo: rileggere il gesto educativo del dono

“Chi è il mio prossimo”? “Chi si è fatto prossimo”? (Lc 10, 25-37).
“L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo” ( PAOLO VI, Discorso conclusivo al Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965).
L’ immagine del Buon Samaritano che Paolo VI presentava alla Chiesa al termine del Concilio Vaticano II come modello di un’ecclesiologia conciliare , aiuta a rileggere una delle esperienze più originali della Chiesa e della città di Ferrara, l’IBO, a sessant’anni dalla sua nascita. Una storia che dimostra come da sempre il cammino e le scelte della Chiesa incrocia i cammini dell’uomo e i tornanti della storia, offrendo ragioni e strumenti nella logica del dono, come hanno ricordato Benedetto XVI nell’ enciclica Caritas in veritate, e Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. La categoria di prossimità è quella che meglio può definire un’esperienza di amore, di fraternità, di condivisione, di libertà e di gratuità, quale è stata l’IBO in questi sessantant’, coinvolgendo nella sua storia pastori e fedeli di questa Chiesa. Attraverso questa storia, siamo invitati a rileggere una delle sfide della Chiesa del Concilio e della società italiana di oggi, quella dell’incontro con l’altro, della prossimità con persone differenti, soprattutto povere e ultime.

Tre indicazioni progettuali del Volontariato IBO

1. Una nuova stagione di apertura all’impegno politico
Di fronte al processo di riforma della politica e della partecipazione, a fronte di apparati che tendono ad essere autoreferenziali, il volontariato è chiamato a ricostruire una società civile coesa. La coesione sociale – come insegnano sociologi come Habermas e Dahrendorf, ma anche come ci insegnano Benedetto XVI nell’ enciclica Caritas in veritate e Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium - è un compito sociale ed economico che dobbiamo assumere con grande senso di responsabilità coltivando maggiormente la dimensione orizzontale delle relazioni, anche delle nuove relazioni con chi arriva, si muove. In questi anni abbiamo coltivato molto più la verticalità, il rapporto con il Comune, con l’assessore e meno una sana e autonoma progettualità sul territorio. La stagione della legge 266 e della legge 328 aveva aperto questa prospettiva di relazione paritaria con le Istituzioni locali: oggi forse occorre riprendere la dimensione orizzontale, facendoci più attenti alle relazioni con le altre formazioni presenti sul territorio. Perché è chiaro che se coltiviamo solo la verticalità va da sé che si innescano meccanismi di collateralismo assai devastanti. Il nostro Paese ha bisogno, invece, di una società civile autonoma e libera, che non è sinonimo di neutralità (essa deve essere profondamente radicata nei valori costituzionali) ma di impegno originale. La rappresentatività del volontariato non deriva dal sedere su tavoli e Consulte, ma sull’interpretare e testimoniare il disagio dei poveri, degli ultimi. Al volontariato oggi spetta il dovere di riaprire una nuova stagione di impegno politico rispetto a una cultura che sembra voler tornare al corporativismo e alla delega. Il bene comune non è affidato soltanto al Consiglio o ad una Giunta, ma a una pluralità di soggetti sul territorio. E’ tempo di inaugurare una nuova stagione della politica – come ha ricordato papa Francesco nel suo discorso a cesena, il 1 ottobre scorso - di una politica dei diritti a cui corrispondono dei doveri, della solidarietà e della giustizia sociale, della democrazia e della partecipazione. Di una politica laica, competente, autonoma, che, da una profonda e continua lettura del territorio, sa ascoltare e quindi rappresentare i bisogni, le speranze, i desideri della gente, e costruire consenso attraverso il dialogo paziente con le formazioni sociali.

2. Passare dal dono alla relazione: ritornare alla centralità della relazione personale, dell’incontro. Sembra importante passare dal dono alla relazione nel volontariato. Una relazione coniugata con la Tradizione (Identità o differenza), la cittadinanza, la fragilità, il lavoro e la festa, gli affetti. Oggi assistiamo a una vulnerabilità sociale rispetto alla centralità della partecipazione e della costruzione delle relazioni, perché la disgregazione e la rottura delle relazioni è uno degli elementi per i quali cresce la vulnerabilità sociale. Il passaggio da una situazione di normalità a una situazione di vulnerabilità, quindi anche il cosiddetto impoverimento del ceto medio, può essere rappresentato dalla rottura delle relazioni nell’ambito del lavoro, della famiglia e del contesto sociale.
Se in un territorio esiste un livello di relazionalità diffusa particolarmente basso, una situazione di crescita della vulnerabilità sociale o dell’impoverimento è molto più facile e pesante per la persona e la famiglia che la vivono, perché non trovano sostegni e supporti relazionali adeguati. Dove c’è un’assenza completa di questo tessuto relazionale di base le persone sono ancora più povere, più vulnerabili, più a rischio, più sole. C’è bisogno allora di una nuova prossimità volontaria.

3. Un’ultima indicazione progettuale riguarda l’impegno per l’accoglienza. Accogliere oggi significa rileggere la nostra vita tra differenze (persone e popoli di 198 nazionalità diverse), tra minoranze, tra nuovi e continui arrivi e partenze. Pensiamo alla necessità di una educazione all’alterità, a riconoscere l’altro come hospes e non come hostis, come ospite e non come nemico, che chiede uomini e donne di mediazione, di non violenza, luoghi educativi all’alterità, all’intercultura, al dialogo. Chiede una ‘responsabilità dell’altro’, la traduzione contemporanea della ‘compassione’ del buon samaritano.
E in questo cammino IBO, con i suoi sessant’anni di esperienza, può essere un maestro, un testimone.