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PASTORE INQUIETO E CORAGGIOSO, FEDELE E APPASSIONATO

Omelia Di S. E. Mons. Gian Carlo Perego nella messa di Suffragio per Card. Carlo Caffarra - Cattedrale, 16 settembre 2017

16/09/2017

Ricordando il card. Carlo Caffarra
(Ferrara, 16.9.2017)
S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


“Se Dio ci ama, potrà Egli permettere che noi moriamo definitivamente? Certamente no. Se Egli può impedire che noi moriamo, non lo farebbe? Certamente sì, poiché Egli è onnipotente. Egli ci ama e perciò non vuole che noi moriamo definitivamente; Egli è onnipotente e perciò non vuole che noi moriamo definitivamente; Egli è onnipotente e perciò impedisce che noi moriamo definitivamente: “Egli è il Dio di Abramo...” cioè il Dio di te, di me perché io , tu viva sempre in Lui. Il suo amore non può essere vinto dalla morte”. Con le sue stesse parole, pronunciate il 10 novembre 1995, giorno del suo ingresso nell’abbazia di Pomposa, oggi ricordiamo al Signore, Padre ricco di misericordia, e alla nostra Chiesa la figura del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo dal 1995 al 2003 nella nostra terra di Ferrara-Comacchio. Questa speranza cristiana, con forza annunciata dal Vescovo Caffarra nei primi giorni del suo ministero episcopale tra noi, illuminano questa celebrazione eucaristica, viatico per l’eternità, ‘fonte e culmine’ della vita della Chiesa. Nell’Eucaristia e dal’Eucaristia il card. Caffarra ha sempre trovato la forza di un magistero intelligente e fedele, che ha guidato prima la nostra Chiesa e poi la Chiesa di Bologna. Ritornando agli anni del suo primo ministero episcopale nella diocesi di Ferrara-Comacchio, ritroviamo un pastore appassionato e intelligente, che raccoglie e accompagna le domande e le sfide di una Chiesa che gli è affidata dal santo Papa Giovanni Paolo II. Dopo anni di studio serio e metodico, di impegno e insegnamento teologico e 14 anni di guida del Pontificio Istituto per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, accompagnato sempre dal pensiero teologico di S. Tommaso, ma anche dalle storie di vita della sua terra fidentina, rivissute nella lettura continua dei racconti di Guareschi, il sacerdote Carlo Caffarra arriva nella Chiesa di Ferrara-Comacchio. L’arcivescovo Caffarra giungeva tra noi dopo il ricco e tormentato ministero episcopale del Vescovo Maverna, quale “silenziosa, profonda ed esemplare partecipazione alla passione di Cristo” e una stagione sinodale che aveva coinvolto la nostra Chiesa in un cammino insieme di responsabilità, partecipazione nell’evangelizzazione.
Nel giorno della sua consacrazione episcopale a Fidenza, il 21 ottobre 1995, affidando ai fedeli e sacerdoti amatissimi di Ferrara-Comacchio “il pericolo che corro, perché mi aiutiate e diventiate la mia gioia e la mia consolazione”, iniziava il suo ministero episcopale, “tra turbamenti e inquietudini”, indicando il mistero di Cristo sulla Croce come “centro di tutto”, partecipando al quale entriamo nella risurrezione. Questa passione di Cristo e con Cristo sarà anche il centro di tutto il suo ministero. “Nihil Christo praeponatur. Niente sia anteposto a Cristo nella nostra Chiesa”, dirà il giorno del suo ingresso in Diocesi, il 4 novembre 1995. E proseguiva “Non chiedetemi altro se non di essere ambasciatore di Cristo, essere suo servo: segno del suo amore per ciascuno di voi, senza nessuna discriminazione… Solo in Gesù Cristo si ha la vita, la libertà. Sono qui esclusivamente per questo, per essere ministro dell’incontro con Gesù Cristo”, perché “l’incontro del Cristo con l’uomo è il cuore della Chiesa”. Solo guardando a Cristo – e l’arcivescovo Caffarra lo ripeterà continuamente e instancabilmente nelle omelie, negli incontri, nelle catechesi, con i sacerdoti, i giovani, gli sposi nel tempo del suo episcopato ferrarese – si può vincere “ la cultura della morte, del non senso” i cui segni sono “ la contraccezione, l’aborto, l’eutanasia” e “la cultura della schiavitù”, che impedisce l’esercizio della libertà. “Niente sia anteposto a Cristo” sarà la prima delle sue lettere pastorali, quella del grande Giubileo del 2000, per vivere l’Anno Santo e il passaggio al nuovo Millennio “completamente rapiti – scriveva – dalla visione di Cristo Crocifisso e Risorto”. Per affrontare una cultura della morte l’arcivescovo Caffarra promuoverà in Diocesi il Servizio di accoglienza alla vita (S.AV.) nel 1997 e i Consultori familiari di Comacchio e Copparo, indirizzerà due lettere alle famiglie e agli sposi, interverrà pubblicamente su alcune questioni, come il registro comunale delle coppie di fatto (1998), sull’eutanasia (2000), l’introduzione della RU486, la cosiddetta pillola del giorno dopo( 2001). Per educare alla libertà, contro la schiavitù del pensiero unico, indirizzerà una lettera ai giovani, andrà nelle scuole, incontrerà i giovani nelle catechesi mensili in Cattedrale, favorirà le scuole cattoliche, ma interverrà anche pubblicamente con forza sulla scelta di togliere il Crocifisso dai luoghi pubblici (2003). Si potrà discutere forse sul tono o sull’opportunità di alcuni interventi, ma certamente non sull’onestà intellettuale, la rettitudine morale e soprattutto sulla fedeltà al Vangelo come fonti di ispirazione del magistero dell’Arcivescovo Caffarra. Lasciando Ferrara per la sede di Bologna, l’8 febbraio 2004 dirà: “Il Vangelo è la forza che configura tutta la vita umana; è sorgente di vera cultura, poiché svela all’uomo la sua incommensurabile dignità; è edificazione di vere comunità umane, poiché in Cristo nessun uomo è estraneo a nessun uomo. O Ferrara! ritrova le tue radici cristiane e rifiorirà dentro di te la speranza; e riavrai il coraggio di "prendere il largo".
Caro Arcivescovo Carlo, hai dato la vita perché ognuno potesse vivere con gioia al banchetto col Padre. Ora a questo banchetto siedi tu, in compagnia di Maria, Madonna delle Grazie e di S. Luca, per la vita eterna, premio per un Pastore inquieto e coraggioso, fedele e appassionato. Accompagna ancora con lo stesso amore questa tua Chiesa, Vescovo Carlo, perché niente sia anteposto a Cristo, perché nessuno perda la sua libertà, perché ogni vita nel suo inizio, nel suo cammino, fino alla fine rimanga al centro della cura della Chiesa nelle nostre città.
Permettimi di chiudere questo ricordo con le stesse parole con cui tu, amato Arcivescovo, chiudevi l’omelia del tuo primo funerale di un sacerdote diocesano, Mons. Aldo Marcotto, il 9 gennaio 1996: “prega per me la Misericordia del Padre che ora, lo speriamo tutti, vedi nel suo splendore”.