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MERCOLEDÌ 17 FEBBRAIO ALLE 21, IL CARD. MAURO PIACENZA IN CATTEDRALE A FERRARA PARLA DELLA CONFESSIONE

Appuntamento giubilare sul tema: “Misericordia e Peccato. Alla riscoperta del Sacramento della Riconciliazione”. Per i sacerdoti diocesani l’appuntamento è in Seminario il 18 febbraio alle ore 9.30

15/02/2016

In attesa di ascoltare le parole del Card. Mauro Piacenza, mercoledì 17 alle ore 21 in Cattedrale, pubblichiamo questa importante sintesi apparsa sul numero scorso del nostro settimanale

a cura Iacopo Scaramuzzi
Lectio magistralis del Penitenziere maggiore a un corso sul foro interno nella diocesi tedesca di Augsburg destinato a sacerdoti dei paesi di lingua tedesca

«Nel cristianesimo, è sempre frutto di una visione parziale la contrapposizione tra misericordia e verità». Lo afferma il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore presso il tribunale della Penitenzieria apostolica, in una lectio magistralis pronunciata a Wigratzbad (diocesi di Augsburg, Germania) in occasione di un corso sul foro interno destinato ai sacerdoti dei paesi di lingua tedesca.
«Laddove il Salmo 85, da cui prende spunto il titolo della nostra riflessione, annuncia: “Misericordia e verità si incontreranno”, si allude a una realtà nuova, non costruita da mani d’uomo, desiderabile, profondamente attesa, ma realizzata unicamente in forza del dono di Dio», afferma il Porporato, che dedica la sua riflessione al Sacramento della Riconciliazione.
«È doveroso riconoscere come il primato della coscienza, ricordato con forza dal Beato John Henri Newman, esattamente nel modo in cui egli intende tale primato, corrisponde misteriosamente al primato della verità, come esigenza costitutiva dell’uomo, che non accetta di essere giustificato arbitrariamente da una menzogna, né da una autorità estrinseca a sé, ma ha bisogno che la misericordia sia proclamata da un “altro”, fuori di sé, che sia in profonda sintonia con la verità di ciò che egli è e di ciò che egli spera», afferma Piacenza. «Pur nella drammatica negazione della verità oggettiva, che vive questo nostro tempo, pur nell’oblio di ogni remoto afflato metafisico, da quel privilegiato osservatorio che è il confessionale possiamo quotidianamente scorgere il bisogno drammatico di verità, presente nel cuore di ciascun uomo, bisogno insopprimibile e ineliminabile, perché posto da Dio stesso nel cuore dell’uomo quando disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza… A immagine di Dio lo creò”».

«Proprio perché misericordia e verità non sono principalmente ideali a cui conformarsi, o idee platoniche da contemplare, ma, per il mistero dell’Incarnazione, sono divenuti fatti, avvenimenti toccabili, visibili, udibili nell’incontro personale con Cristo, Logos fatto carne», prosegue il Penitenziere maggiore, «è possibile affermare che quanto accade nel Sacramento della Riconciliazione sia, in un certo modo, l’incontro supremo con la misericordia offerta da Dio all’uomo e con la verità dell’uomo e del suo rapporto con Dio, che egli è chiamato a riconoscere. In questo senso, tre paiono le caratteristiche della misericordia e della verità, vivibili e incontrabili nel Sacramento della Riconciliazione: la coessenzialità, l’oggettività e la relazionalità». Quanto alla coessenzialità, «nel cristianesimo, è sempre frutto di una visione parziale la contrapposizione tra misericordia e verità. Tanto meno è concepibile una accentuazione sulla misericordia a discapito della verità, o, al contrario, una sottolineatura della verità, che non sia misericordia. Non di rado, questa polarizzazione, che appartiene alla continua tensione, determinata dal mistero dell’Incarnazione, che ha una sua certa legittimità qualora rimanga nei limiti del “et et” e non decada mai rovinosamente nel non-cattolico “aut aut”, ha una sua traduzione pratica nella contrapposizione artificiale tra dottrina e pastorale. Tutte le volte in cui si contrappone l’agire pastorale alla dottrina, un cosiddetto agire pastorale carico di misericordia a una presunta dottrina foriera di una verità fredda e non misericordiosa, ci si rivela come prigionieri di uno schema precristiano, nel quale la verità e la radicale novità del Verbo fatto uomo non sono ancora sufficientemente e adeguatamente assimilati. È questo il vero scandalo del cristianesimo. E dopo duemila anni esso appare ancora intatto in tutta la sua forza dirompente e pretesa veritativa, rispetto a ogni filosofia o spiritualità umana. Nel Cristianesimo, misericordia e verità sono coessenziali, inseparabili, perfino non adeguatamente distinguibili; potremmo dire, parafrasando Calcedonia, che misericordia e verità sono unite senza confusione, e distinte senza separazione». In questo senso, «non è cristiana una misericordia priva di verità» e «nel contempo non è cristiana una verità priva di misericordia».

Per quanto riguarda la oggettività, «il buon confessore è sempre chiamato a essere consapevole che, nella coessenzialità di misericordia e verità, egli è chiamato a quel delicato e attento servizio alla persona, che deve condurre alla disponibilità a riconoscere una verità oggettiva fuori di sé, perché data, rivelata, come condizione per una autentica, oggettiva esperienza di misericordia», afferma Piacenza. La relazionalità, infine: «La verità cristiana non è mai uno scettro da brandire contro l’altro, ma è un umile servizio alla verità del suo essere e un salutare richiamo all’unico autentico rapporto, che può condurre l’uomo al compimento di sé: il rapporto con Dio».