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LA MIA CASA E' APERTA A TUTTI

Concattedrale di Comacchio - 3 maggio 2015

04/05/2015

Sia lodato Gesù Cristo!
Nella profondità e nella verità della tradizione non c’è scampo. Come nell’Eucaristia si rende presente il mistero del Corpo e del Sangue del Signore Gesù e si ripresenta - cioè diviene sempre e di nuovo presente - il suo sacrificio e la sua risurrezione, in modo non meno radicale nella persona del Vescovo si rende presente il Signore. Non è una rappresentazione simbolica, astratta, come di una realtà lontana: il Vescovo rende presenza reale il Signore Gesù Cristo nella sua Chiesa.
Guai a quel Vescovo che non uniforma la sua intelligenza e il suo cuore, la sua affettività, il suo modo di essere e di intendere la vita con quella del Signore. La ragione dell’esistere del Vescovo nella Chiesa - prescindendo dalle sue capacità o dalle sue incapacità, dalle sue grandezze e dalle sue povertà - è di legare indissolubilmente una comunità particolare al mistero di Cristo presente nella Chiesa e di connettere la chiesa particolare all’unica grande Chiesa Cattolica, retta dal Papa e dal Collegio episcopale, che è succeduto a quello apostolico, in cui ciascun Vescovo trova la sua collocazione. Questa consapevolezza risuonava nel mio cuore dieci anni fa nel momento non atteso, inaspettato e non desiderato, della mia chiamata ad entrare nella successione apostolica e di essere destinato alla chiesa particolare di San Marino-Montefeltro.
Bisogna dunque che il Vescovo dica di sì con tutta la sua vita, con i suoi sentimenti, con i suoi propositi, con il suo modo di essere, con la sua vita totalmente alla presenza di Cristo, con quella sana e sacra mortificazione degli affetti e degli intendimenti, perché tutta la sua vita lasci posto soltanto a Gesù Cristo. C’è una sola cosa che il Vescovo deve desiderare ogni giorno e in ogni istante: che chiunque lo vede, o si incontra con lui - anche per pochi momenti - esca da questo incontro come avendo riscoperto di nuovo il Signore, come desiderando di ritrovarlo e di seguirlo. Questo ho cercato dal primo momento del mio servizio episcopale e cerco di fare tutti i giorni di fronte a ciascuno di voi, nella chiesa che mi è stata affidata.
L’esperienza certamente più straordinaria di questi dieci anni di episcopato è il miracolo che si compie tutte le volte che è proclamato il Signore attraverso la testimonianza del Vescovo: la generazione del popolo del Signore. Questo popolo non nasce dalla carne e dal sangue, dai criteri consueti, dalla razza, dalla stirpe, dalla cultura, dal territorio, ma da Dio viene generato.
È stato stupefacente in questi dieci anni assistere ogni giorno - ed io per primo ne sono rimasto stupito - al fatto che rinasceva attorno a questa presenza di Cristo, da me resa presenza reale, il mistero della Chiesa, ovvero di questo popolo che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso ma per il Signore che è morto e risorto per noi.
Ecco, dunque, in questo spazio di vita nuova, di comunità nuova, questo popolo nuovo, oltre che essere il mio intendimento quotidiano di fronte a ciascuno di voi e di fronte a tutta la comunità, ha reso la mia vita come una casa, penetrando nella quale incontrate il Signore. Io ho inteso che questa mia casa, ovvero la mia vita di cristiano e di Vescovo, non avesse barriere. La mia casa è aperta a tutti - quale che sia la modalità con cui uno mi cerca, quali che siano i sentimenti con cui si accosta - nessuno è escluso e nessuno è stato guardato per ragioni o per motivazioni diverse dall’unica vera motivazione ossia che è un figlio di Dio, che porta scritto indelebilmente nel suo cuore quella filiazione a Dio generata da Cristo nel Battesimo.
In questa mia casa - che è la casa di Cristo - è penetrato come ha potuto, secondo quello che ha desiderato, e ha risposto alla mia presenza e alla mia testimonianza così come ha potuto o come ha desiderato. Questo ha reso e rende sempre più vivo il sentimento di fraternità che ci lega a Cristo; una fraternità che esiste perché esiste un Padre che introduce, ogni giorno, i sui figli e nostri fratelli, a vivere e a rispondere al mistero di Cristo. Ecco, questo abbiamo vissuto insieme, questo viviamo insieme e questo vivremo insieme nel tempo, breve o lungo, che il Signore ci concederà ancora. Con questo sguardo limpido guardo ciascuno di voi, e ciascuno di voi lo sento mio amico e vorrei poter corrispondere alle esigenze e ai problemi che avete, come è stato nei dialoghi che ho vissuto con una certa regolarità qui a Comacchio, e per alcuni membri di questa comunità ho assaporato il sapore aspro del non poter far nulla, nemmeno ciò che sarebbe stato augurabile, per sopperire a certe difficoltà economiche che minavano la tranquillità della famiglia.
Vorrei che ciascuno di voi si sentisse accompagnato in questa strada e abbia la tranquilla fiducia che se Dio ci ha messo insieme in Cristo, e ha fatto di noi una grande ed unica famiglia, è perché ciascuno di noi, partecipando a questa famiglia, cresca nella sua identità umana e cristiana, analogamente a quanto accaduto nei primi anni della nostra vita quando l’appartenenza alla famiglia in cui ci aveva fatto nascere, ha reso possibile i primi passi verso la maturità umana e cristiana. Siate dunque certi che in questo sentimento di unica appartenenza a Cristo e alla Chiesa mi troverete sempre accanto a voi e non potrete mai temere, neanche lontanamente, che io possa estraniarmi o ritirarmi da questo che è l’unico grande compito che riempie in modo esclusivo la mia esistenza. Il vescovo non ha più una vita privata, non ha più interessi privati, non ha più tempi per sé o cose per sé, ma è continuamente davanti al Signore, perchè dal suo rapporto singolare con Dio nasca l’apertura della casa di Dio alla casa degli uomini. Di questo iniziale ma reale sentimento di affettuosa fraternità intendo ringraziare davanti a tutti il mio clero, e non solo quelli che partecipano all’odierna liturgia eucaristica, ma tutto il clero della nostra antica e venerata Arcidiocesi, perché anche per loro è incominciato, non senza fatica all’inizio, un cammino di approfondimento della identità e della missione presbiterale.
Vorrei sottolineare che soprattutto è nato un clima di fiducia nei confronti dell’Arcivescovo e dell’uno nei confronti dell’altro. Questa sana esperienza di fraternità, che si esprime in capacità di dialogare, è la premessa più limpida e più significativa che vedo per questi anni che ci aspettano. Ecco, questo è tutto ed è tutto nel senso che mi sembra di essere tutto di Cristo e, poiché sono tutto di Cristo, posso correre ogni giorno l’avventura di essere tutto per voi. Nessuno più di me conosce i miei limiti, le mie difficoltà, le mie fatiche, i miei errori e tutti quelli che mi hanno criticato - con maggiore o minore cognizione di causa - non sanno che io sarei molto più duro nei miei confronti. Tuttavia non è il senso del limite che ci può frenare, perché se il nostro cuore ci condanna il Signore, invece, non ci condanna e nel suo perdono rifiorisce ogni giorno, nella mia vita come nella vostra, quella vita eterna che non ci siamo costruiti noi con la nostra intelligenza e con le nostre capacità, ma ci è stata donata come un seme di vita nuova che ormai si agita nel nostro cuore e tende a formare tutta la pasta della nostra personalità, secondo il lievito di Dio che è entrato nei nostri cuori col Battesimo. Avanti, dunque, con coraggio!
Quando si inizia un cammino di rinnovamento vero della fede, di rinnovamento vero dell’appartenenza alla Chiesa, di una missione che ci consente di vivere tutte le circostanze della vita quotidiana non più per noi ma per il Signore, non potrà non seguire un grande esito: la santità nella nostra vita e la santità della nostra Chiesa.
Così sia.

Saluti finali
Saluto con molto affetto e ringrazio i membri del nostro presbiterio che hanno celebrato con me l’Eucaristia in questa sera. In particolare colgo l’occasione per ringraziare con profonda convinzione e gratitudine Mons. Paolo Cavallari per l’impareggiabile servizio che da anni rende a questa comunità parrocchiale.
Ringrazio anche l’assessore Provasi, in rappresentanza del sindaco di Comacchio, le autorità militari e della polizia municipale. Ringrazio di cuore anche la corale di San Cassiano e di San Guido, diretta dal maestro Fabbri.
La comunità di Comacchio mi è particolarmente cara. Oggi quando cercavamo con il mio autista di disincagliarci da quei grandi agglomeramenti sulle autostrade avvertivo un po’ di tensione, ma poi quando ho visto le valli, come amate dire voi, ho detto: «finalmente sono a casa».
Per questo mio “essere a casa” devo ringraziare i carabinieri di Comacchio che sono venuti a rilevarmi ad Alfonsine e mi hanno condotto fin qui, facendomi risentire quello che succedeva sempre a San Marino dove qualsiasi passo facessi in città o fuori città dovevo farlo sempre scortato dalla gendarmeria di San Marino.
Coraggio figli miei perché il tempo lavora per noi, anche quando ci sono avvenimenti nella nostra vita sociale che ci infondono sfiducia: il cristiano non ha nessuna sfiducia perché è sempre lieto perché Dio vive.
Così sia.

Saluto di Mons. Paolo Cavallari
Eccellenza Reverendissima, la gente del Vicariato di San Cassiano e alcuni di San Guido, i fedeli, le autorità, unitamente al Capitolo della nostra Concattedrale, è qui riunita con lei per celebrare questa Eucaristia in ringraziamento dei suoi dieci anni di Episcopato. Ne siamo veramente tutti molto lieti. Essere Vescovo è una grande grazia per Lei e per noi.
Così dice il Concilio: « con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'Ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, vertice ["summa"] del sacro ministero ». Quanto è bello sentire che il nostro Vescovo è il successore degli Apostoli in mezzo a noi!
La ringraziamo eccellenza per la sua grande attenzione alla nostra zona pastorale, in particolare alla sua città di Comacchio, e come segno della nostra gratitudine abbiamo pensato di donarle una nuova mitria simbolo della sua dignità di buon pastore della nostra chiesa.
Mentre il nostro vicario gliela consegna le ripetiamo le stesse parole che il Vescovo consacrante ha usato imponendola sul suo capo dieci anni fa nel giorno della sua consacrazione: «Ricevi la mitria e risplenda in te il fulgore della santità perché quando apparirà il Principe dei pastori, tu possa meritare l’incorruttibile corona di gloria».
Tanti auguri Eccellenza.