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1 MAGGIO: FESTA DI SAN GIUSEPPE

Omelia dell'Arcivescovo alla S. Messa nella Cattedrale di Ferrara

01/05/2015

Sia lodato Gesù Cristo!
Il consueto incontro annuale per questa festa cristiana del lavoro di cui voi, Anteas, siete patrocinatori esemplari, ci consente di dire alcune cose decisive per la nostra coscienza cristiana, in un momento così grande della vita ecclesiale e sociale.
Il lavoro appartiene, come dimensione inesorabile ed innegabile, all’umanità, perché il soggetto del lavoro è l’uomo nella sua identità personale, nella sua intelligenza, nella sua capacità di creazione, nella sua capacità di sacrificio e di costruzione.
Il lavoro è una dimensione insostituibile e attraverso il lavoro l’uomo investe la realtà della sua propria cultura e manipola, per quanto gli è consentito, la realtà umana, sociale e materiale perché corrisponda sempre di più alle sue autentiche esigenze e allo sviluppo della società.
San Giovanni Paolo II, in maniera realmente innovativa, nella indimenticabile enciclica Laborem exercens, definì il lavoro il vero spartiacque fra l’uomo e tutte le altre realtà create. Non astrattamente l’intelligenza ma il lavoro è il mezzo per rendere effettiva e concreta ogni idea che scaturisce dalla capacità creativa dell’uomo. In questo senso noi rendiamo onore agli uomini del lavoro, agli uomini che hanno esercitato, in una parte lunga o breve della loro vita, questa straordinaria responsabilità. Il Figlio stesso di Dio è indicato nei Vangeli (Mt13,55// MC 6,3) e ricordato nei dogmi fondamentali della Chiesa come il figlio del falegname. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, identificando le dimensioni fondamentali del Verbo di Dio incarnato in Gesù Cristo - e dopo aver ricordato l’ambito storico-antropologico della sua vita - aggiunge la professione di carpentiere o falegname. Il Figlio di Dio ha lavorato con mani d’uomo identificando in questo lavoro la sua sostanziale imitazione di Dio Padre che l’Antico Testamento presenta come l’eterno lavoratore.
Potremmo, però, correre il rischio di fare sì osservazioni vere, ma in fondo astratte e senza volerlo un po’ retoriche se non calassimo questa verità - con cui la Chiesa ha vissuto la sua compagnia agli uomini e ai popoli - nella drammaticità e vorrei dire nella tragicità che circonda l’espressione lavoro.
Partiamo innanzitutto dall’incredibile scomparsa di possibilità di lavoro per centinaia e migliaia, milioni, di persone di tutto il mondo, che è esito di una crisi economica mondiale sulla quale gravano sospetti di manipolazioni artificiose. Questa crisi - che improvvisamente ha aggredito il mondo in tutti i suoi aspetti e porta il segno di quella che il Santo Padre Benedetto XVI, ancora agli albori di questa crisi, ebbe unico il coraggio di denunciare - è una crisi che nasce da un'insaziabile avidità di denaro, e su questo gravano responsabilità innominabili e addirittura irriconoscibili, perché il potere dell’economia mondiale sa sottrarsi a qualsiasi possibilità di vera identificazione.
Noi portiamo dunque nella nostra carne il peso di questa congiura contro l’uomo e il suo diritto fondamentale al lavoro, ma non possiamo per altro non ricordare, qui ed oggi, con molta compassione e con tanto dolore, gli uomini che nell’esercizio delle loro attività lavorative sono morti, e non possiamo non evocare la seria condanna per quanto molte volte è accaduto e accade a causa di una non adeguata responsabilità nei confronti delle esigenze dei diritti minimi di sicurezza sul lavoro. Non possiamo non ricordare anche quella schiera numerosissima di lavoratori che sono morti, anche a distanza di anni, per le conseguenze di ripetute esposizioni tossiche, in un ambiente di lavoro vissuto senza alcuna difesa da chi aveva la responsabilità di farlo per il bene loro e dell’ambiente. Questo immenso popolo, vittima di oscure congiure internazionali, è il popolo di coloro che sul lavoro sono morti per negligenze colpevoli e mai adeguatamente punite, ma è anche il popolo che ha subito e subisce la conseguenze fisiche, psicologiche e ambientali di scelte meramente affaristiche.
Oggi questa festa cristiana del lavoro da un lato ci spalanca una fiducia immensa verso il Signore Iddio, - che dà valore ad ogni momento di lavoro, dà valore ad ogni momento di sacrificio e di fatica, perché Egli custodisce la vita dei suoi figli e cerca di difenderla nei confronti di tutte le minacce e di tutti gli attentati -, dall’altro noi desideriamo esprimere in modo consapevole e responsabile tutta la grande responsabilità che abbiamo in ordine alla carità e alla solidarietà. Penso alla carità di tutti coloro che lavorano e che, negli ambienti di lavoro, sono una presenza cristiana capace di suscitare carità o, quantomeno, interesse umano nei confronti di tanti colleghi. Non possiamo non ricordare a lode della comunità cristiana, e in particolare a lode di questa comunità cristiana di Ferrara- Comacchio, le forme diversificate di solidarietà messe in atto, che certo non hanno la possibilità di risolvere tutte le conseguenze negative dell’assenza di lavoro, ma fanno portare insieme questi pesi e, nel portarli insieme, il tutto diventa meno faticoso, meno aspro, e maggiormente oggetto di offerta della vita al Signore e ai fratelli, secondo la insuperabile definizione etica dell’apostolo San Paolo: «Portate gli uni i pesi degli altri e così adempirete la legge del Signore».
Così sia.