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“RITROVARE IL CORAGGIO DI COSTRUIRE IL FUTURO”

Convegno: “RITROVARE IL CORAGGIO DI COSTRUIRE IL FUTURO”.
Promosso dall’UCID di Ferrara, il 16 aprile 2015, presso la Sala Conferenze della Camera di Commercio di Ferrara.

17/04/2015

(testo non rivisto dall’autore)
Dopo due anni di mia permanenza a Ferrara mi sono fatto un’idea di situazioni e persone, ma non tocca a me - rispetto al tema trattato in questo Convegno - dare un contributo sul piano dell’analisi.
Il riferimento che il Dott. Santini ha già fatto alla Dottrina Sociale della Chiesa mi esime anche dal riprendere questo aspetto, quindi il mio intervento cercherà di rispondere a una domanda: parlando dello sviluppo - che nella sua formulazione tutti attendono e si sentono impegnati a promuovere, e che per certi aspetti dovrebbe significare un rinnovamento e un’attualizzazione di una tradizione imprenditoriale, culturale e sociale che ha caratterizzato l’esperienza ferrarese – mi chiedo: dove poggiare per questa ripresa?
Questa ripresa ha bisogno di un soggetto, di strumenti analitici, di aiuti, di nuove sinergie, di nuove solidarietà che vadano oltre ciò che è già stato consolidato. Nel bene e nelle difficoltà c’è bisogno di una novità, ma quello che io voglio proporre qui è il soggetto di questa novità.
Se non c’è un soggetto adeguato - e adeguato vuol dire cosciente della sua identità e responsabile della sua missione - anche tutta la progettualità analitica rischia di non riuscire a promuovere quello che potenzialmente potrebbe promuovere. La crisi della nostra società, a tutti i livelli, forse si potrebbe dire anche certa crisi dell’ecclesiasticità, nasce dal fatto che i soggetti sono deboli, ed essendo deboli, i soggetti sono vulnerabili e lo sono per la mentalità dominante, come ha ricordato tante volte opportunissimamente il Santo Padre Francesco.
I soggetti sono vulnerabili anche fisicamente perché è fuori discussione che noi viviamo il nostro tempo avendo all’orizzonte una minaccia inaudita, o potentissima, che riporta la nostra memoria ad altri momenti dei secoli scorsi, dove la vicenda europea, che era fondamentalmente una vicenda cristiana, viveva pressata da minacce che periodicamente ritornavano nella vita, non solo delle potenze ma anche nella vita dei nostri popoli.
Allora, dove sta, di fronte alle necessità di un’evoluzione e in un realismo di analisi e di progettualità, il soggetto?
Io non voglio fare un discorso sul soggetto cristiano ma sul soggetto umano. Se il soggetto umano, in molti o in tutti, si declina poi secondo le movenze di un’esperienza di fede, questo è un problema personale; c’è comunque qualche cosa che viene prima di tutte le diverse opzioni e che sostiene le diverse opzioni e che diventa un punto di riferimento positivo nel confronto fra le varie opzioni. Se le varie opzioni non dialogano, fanno fatica a dialogare, o diventa possibile l’equivoco di reciproche intolleranze, è perché non è messo in primo piano questo dato profondo e unitario che collega tutti i soggetti umani.
Una volta si diceva la “natura umana” adesso invece siamo così sudditi dello scientismo tecnocratico che facciamo fatica ad usare la parola natura.
In ogni caso è vero che il soggetto umano è una grande potenzialità che deve essere ritrovata e deve essere messa in grado di vivere e di agire. Questa potenzialità è colta dalla coscienza umana. La coscienza umana, per chi crede come me, è la cosa più vicina a Dio. Dio, infatti, parla alla coscienza, ma non è necessario evocare immediatamente la presenza di Dio poiché la coscienza è un valore oggettivo della nostra esperienza umana. Coscienza vuol dire consapevolezza delle responsabilità che si riferiscono all’uomo che vive, e l’uomo che vive è chiamato a svolgere una posizione culturale non nel senso specialistico della parola - che pure non solo è necessario ma è indispensabile a certi livelli di valutazione analitica e progettuale - ma nel senso sostanziale. L’uomo fa cultura perché è uomo. L’uomo fa cultura perché è impegnato col problema del suo destino, che non si identifica con il contenuto di libri bensì con l’impegno dell’uomo con se stesso e con la realtà.
Questo dunque è il dato di partenza: l’uomo deve riscoprire la sua ineludibile vocazione a imparare a vivere da uomo, svolgendo tutta la potenzialità di intelligenza e di amore che ha nel cuore. Fletterà poi questa vocazione secondo le opzioni che intende fare, secondo gli incontri che ha fatto, secondo le disponibilità di cui si sente capace, ma questo è il fondo che ci accomuna: ripartire dal mestier duro d’essere uomo, dal mestiere di vivere.
Io vorrei far appello a questo, e ciascuno di noi deve sapere - al di là delle opzioni - ritrovare il più continuativamente possibile questo impegno dell’uomo con se stesso e con la realtà per arrivare ad una concezione adeguata della vita. San Giovanni Paolo II diceva: «per arrivare ad una antropologia adeguata», ossia ad una concezione dell’uomo che risolva il senso ultimo della vita e lo metta in condizione di vivere con piena intelligenza e con effettiva capacità di costruzione. Credo che questo sia un dato di partenza che ci accomuna tutti. Perciò, se devo pensare a quale potrebbe essere l’elemento che può mettere in moto questa ripresa - insieme a tutta la capacità analitica, progettuale, di aiuti - io penso e desidero che sia una esperienza umana viva sulla quale, pur nelle differenze o proprio nelle differenze, ci si possa incontrare e dialogare.
Cercare il senso della vita, o la domanda di senso, per ritrovare le grandi ed ineguagliabili espressioni di un genio della nostra cultura - che è insieme genio cattolico e laico - Sant’Agostino, ossia cercare le grandi esigenze della verità, del bene, della giustizia che costituiscono l’espressione fondamentale del cuore umano.
Sono consapevole che non sto facendo una predica - di cui probabilmente la maggior parte di voi non sente il bisogno - ma sto dicendo una cosa importante che si riferisce all’esperienza umana, all’uomo e alla sua umanità. Se evitiamo questa partenza, e pensiamo che la soluzione possa essere scaricata altrove, a livello di analisi economica, sociale e psicologica, siamo in errore; e vi invito a pensare alla rovina che il riferimento immediato, meccanico, istintivo, a tutte le questioni psicologiche, ha rappresentato e rappresenta per la maggior parte delle nostre famiglie in Italia - molte delle quali hanno ricevuto la benedizione delle nozze in Chiesa - perché qualsiasi problematica di carattere psicologico viene intesa come un’obiezione insormontabile.
Quello che vale per i rapporti uomo-donna nella famiglia, però, può valere nella vita sociale, nella vita economica, nella vita politica, quindi la centralità della persona come soggetto in movimento verso il senso della vita. Questo movimento è un movimento dell’intelligenza e del cuore.
Infatti il grande filosofo Blaise Pascal diceva: «L’uomo supera infinitamente l’uomo».
L’uomo non guarda a se stesso e non crea cultura perché guarda a se stesso; non crea cultura perché si avvita nel giro di una ragione intesa, diceva Benedetto XVI, come una stanza chiusa senza finestre, dove è tutto buio e dove la ragione tenta faticosamente di illuminare un oggetto dopo l’altro, no! La ragione umana è apertura all’infinito, è un’apertura alla realtà, e questa realtà non ha soltanto le dimensioni sperimentabili, razionalizzabili scientificamente, manipolabili tecnologicamente, ma la ragione accetta la sfida del senso ultimo della vita e perciò accetta la sfida del mistero che è una delle espressioni più profonde e più laiche della nostra cultura occidentale. Ecco, questo è il punto di partenza: il soggetto umano non si assicura meccanicamente, ma si approfondisce continuamente e, come la storia di ogni persona, non si ripete. La storia di una persona, infatti, non è composta di segmenti che si aggiungono l’uno all’altro, ma è l’espressione di un’identità che, nelle varie stagioni della vita, nelle varie situazioni, ha la capacità di ritrovare, sempre e di nuovo, se stessa e di svolgersi magari in modo nuovo.
Credo che questo invito a rivolgere l’attenzione alla nostra soggettività umana, significhi puntare all’unità pregnante di intelligenza e di affezione, perché l’uomo non è soltanto intelligenza, fortunatamente. Infatti l’intelligenza concepita come fattore esclusivo ha generato le peggiori ideologie del secolo scorso. Il rigore puramente razionale ha generato la violenza, la violenza ha generato l’assenza di rispetto nei confronti di ciò che era diverso da quello che la ragione ideologica stabiliva, così come ha detto Robert Conquest, il più grande storico della filosofia del secolo scorso: «è nato questo Ventesimo Secolo che è stato il secolo delle idee assassine». La storia non la fanno né i buoni né i cattivi ma la fanno le idee, e in questo aveva perfettamente ragione Hegel. Ciò che sta all’origine di questi massacri o di questi genocidi terribili, che sono cominciati verso gli Armeni in Turchia - come giustamente e coraggiosamente ha detto Papa Francesco - e che hanno visto poi il susseguirsi di genocidi intermittenti e ossessivi -, sono le idee. Idee sbagliate sull’uomo, sulla società, su progetti da realizzare, sugli obiettivi che dovevano servire non soltanto alla parte che traina ma servire a tutti, perchè chi ha una funzione promozionale non ha il diritto di escludere di chi la pensa diversamente, ma ha una funzione di promozione e di accoglienza, secondo la grande intuizione di San Tommaso d’Aquino, il quale diceva che la verità non è esclusiva ma la verità include e perciò valorizza la diversità.
In questo momento allora il richiamo alla centralità del soggetto umano, alla centralità della coscienza intesa come capacità di comprendere e come capacità d’amare - perché l’uomo è una sintesi meravigliosa di intelligenza e di affezione - serve ad arricchire l’uomo.
Spaccare questa centralità, prendendo esclusiva una dimensione o l’altra, impoverisce l’uomo e soprattutto divide la sua personalità, blocca il suo dinamismo intellettuale e morale.
Se questa è l’osservazione, allora, ne deriva che c’è una grande risorsa che dobbiamo sapere riconosce ed attuare, che si esprime con un termine antico e preziosissimo: è la parola amicizia.
Su questo riferimento alla nostra comune radice umana, a questa impresa che ogni persona deve sempre e di nuovo riprendere, si stabilisce un’amicizia che può essere determinante affinché ogni uomo sia aiutato continuamente a percorrere il suo cammino.
L’amicizia umana - di cui quella cristiana rappresenta certamente un esempio straordinario ed inarrivabile, perché ha una fondazione sovrannaturale - è ciò che rende più difficile cedere all’odio: la nostra forza è la nostra amicizia. Il nostro coraggio nasce dalla nostra amicizia.
Quasi quotidianamente medito una delle opere più grandi della letteraratura e della spiritualità cristiana, “I Promessi Sposi”, e in particolare il dialogo insuperabile fra il cardinale Federigo Borromeo ed un suo meschino prete, don Abbondio. E vedo affermarsi in don Abbondio un disagio che poi fiorisce in un cambiamento. Ad un certo punto don Abbondio dice: «Avrò sbagliato Eminenza, ma il coraggio uno non se lo può dare» e la risposta di Federigo, straordinariamente attuale e pertinente per ciascuno di noi, è: «Sì!, ma si può chiederlo e nella misura in cui lo si chiede lo si può ottenere». La grande valvola per il nostro coraggio è la nostra amicizia.