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CHI SPEGNE LA VITA DI UN ESSERE UMANO TENTA DI UCCIDERE DIO

Intervista all'Arcivescovo Mons. Luigi Negri sul significato del 2 novembre

04/11/2014

a cura di Massimo Manservigi
Il 2 novembre continua a mantenere un grande valore sia civile che religioso ma quest’anno è stato ulteriormente sottolineato da momenti significativi e particolari. In mattinata, nella Certosa di Ferrara alla presenza delle autorità civili, S. E. Mons. Luigi Negri ha celebrato la S. Messa per tutti i defunti in un clima di grande attenzione e commozione; nel pomeriggio alle 16.30 presso la parrocchia della S. Famiglia, una speciale recita del rosario nel ricordo della giovane iraniana Reyhaneh, ed infine la celebrazione in Cattedrale per i Vescovi e i Canonici defunti.
In ciascuna di queste occasioni l’Arcivescovo ha potuto sottolinare aspetti importanti della giornata che abbiamo voluto ripercorrere rivolgendogli alcune domande.

Eccellenza, la giornata dedicata alla commemorazione dei defunti - e quindi al tema della morte e della mortalità - ha conosciuto un’impostazione nuova rispetto agli anni precedenti, come un profondo esame di coscienza sulle grandezze e i limiti della nostra tradizione cristiana attuale, che si trova alle prese con quel “pensiero unico dominante” da lei più volte richiamato sulle scia di Papa Francesco. Ne ha parlato a lungo in Certosa…
Ho voluto sottolineare che la fiducia, la certezza, che la vita storica sia soltanto un momento di un avvenimento più vasto e misterioso, secondo i più grandi paleo-antropologi ha segnato l’inizio della civiltà. Il togliere i cadaveri dalle strade per inumarli, rendendoli oggetto di venerazione, è stato il modo con cui la coscienza umana, cioè la ragione nel suo dispiegarsi radicale e ampio, ha percepito che la vita era mistero all’origine e mistero alla fine.
Questa certezza di fondo, originata dalla sola ragione, è stata rivelata con una radicalità nuova, e soprattutto testimoniata, dall’esperienza della fede.
La fede fa vivere la certezza non soltanto di un “oltre”, che in qualche modo potrebbe essere inteso come qualcosa che scorre accanto alla storia, ma come il maturarsi di una storia che viene salvata in tutti i suoi aspetti, anche nel più doloroso e umanamente incomprensibile, quale è la morte.
Ho messo al centro questo doppio movimento: la grande tradizione razionale e la grande tradizione di fede, due fattori determinanti nella nostra civiltà occidentale, che quando professa la sacralità della vita, e quindi la positività della storia, rappresenta il punto più alto della civiltà mondiale.
Per questo noi guardiamo con immensa apertura sia alla grande moltitudine di fratelli cristiani - che hanno vissuto la loro vita con fede, speranza e carità e hanno sperimentato che tutti i momenti della vita sono un approssimarsi inesorabile, segnato anche da contraddizioni, alla pienezza della Risurrezione di Cristo che in noi è speranza della gloria - sia alle migliaia di uomini di buona volontà che, avendo vissuto la loro vita anche nei momenti più tragici come guerre, violenze, ecc., hanno comunque affermato e vissuto una vita dignitosa.

Questa visione, insieme razionale e di fede, mi pare non sia più quella attualmente condivisa…
La fine di questi due movimenti è rappresentata dalle varie forme dell’ideologia che non hanno saputo, e neanche tentato, di spiegare il dramma della morte. La morte è un dramma aperto sulla vita, non è un dramma in sé e per sé, ma lo diventa se non riesce a trovare il suo posto nell’esperienza della vita.

C’è dunque un problema con la vita prima ancora che con la morte?
Certamente. In un mondo ancora fortemente condizionato dall’ideologia, nonostante il suo sostanziale fallimento, la più semplicistica e forse più banale ideologia di oggi, quella che Benedetto XVI chiamava il tecno-scientismo, non parla più della morte perché non parla più della vita. La vita in questa società è stata semplicemente ridotta ad uno spazio di reazioni istintive, alle quali si vogliono connettere significati e valori di principio.
La svalutazione della vita ha portato all’annientamento della morte: di essa, o non se ne parla - la si eclissa - o si tentano vie artificiose per darne un’immagine che sconfina in qualche convinzione millenarista, reincarnazionista, pseudo-razionalista, tutte soluzioni che sono assolutamente inadeguate e affermano un fallimento sulla vita, prima che sulla morte. E poi di questo si fa insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado, con dovizia di mezzi e di personale.
Ora per me, come uomo di cultura prima ancora che come Arcivescovo, è doloroso pensare che anche i giovani possono essere coinvolti in iniziative di cui non si intravede la possibilità di un apporto positivo al loro cammino, non dico cristiano ma almeno umano.

Il suo giudizio, alla conclusione della preghiera alla S. Famiglia, è stato molto netto in ordine alla vicenda di Reyhaneh…
Ho detto che chi spegne la vita di un essere umano tenta di uccidere Dio, perché è Dio all’origine della vita di ogni uomo, e ogni uomo e ogni donna sono legati a Dio, che ne siano consapevoli o no, perché portano nel mondo la sua immagine e somiglianza.
Quanto è stato fatto a questa ragazza inerme è un delitto contro Dio compiuto in uno Stato in cui l’ideologia religiosa domina tutti gli aspetti della vita. Noi, però, sappiamo anche che su ogni dolore, su ogni violenza, su ogni ingiustizia, su ogni tentativo di eliminare Dio, uccidendo l’uomo, si è gia stesa e si stende la misericordia di Dio, perché, nel suo sacrificio e nella sua risurrezione, certamente tutti coloro che credono in lui vivono una vita nuova e positiva, ma anche tutti gli altri uomini sono investiti dalla potenza di Dio.

Ha poi ricordato i Vescovi defunti della Diocesi
Questi uomini, che ci hanno preceduto, fanno parte di una eredità di cui siamo immensamente grati e in qualche modo orgogliosi. I padri hanno consentito il flusso di questa vita nuova, lungo le anse e i crinali della storia, perché arrivasse ad investire la nostra, qui ed ora.

Per concludere, vorrei tornare sul destino della morte nel mondo contemporaneo? Lei l’ha descritto prima come un’eclisse?
Parto da una semplice constatazione: oggi si è arrivati ad allontanare completamente la morte dall’orizzonte sociale e personale. Non si usa nemmeno più il termine diretto ma sinonimi edulcorati. Sono sempre meno anche i necrologi, sia nelle strade che sui giornali, anche per i costi proibitivi data la situazione economica. La morte è percepita come una realtà che disturba per cui o se ne parla poco, o se ne tenta una traduzione in termini strani.

In che senso strani?
“Strani” nel senso che ritengo, come ho già detto, che vi sia in atto una riduzione gnostica, razionalistica, o meglio parafilosofica del cristianesimo - tante volte favorita anche dall’inavvedutezza di molti cristiani - e ciò comporta che anche la morte venga interpretata in questa chiave. Al contrario la morte per il cristianesimo ha una spiegazione autentica e definitiva solo nel contesto dell’Incarnazione e della Risurrezione, che è primariamente un’esperienza di vittoria sulla morte stessa; una vittoria reale e concreta - ben diversa da una teoria o da un mito – e che non ha importanza solo perché ci aprirà il paradiso futuro, bensì perché incide profondamente già ora sul modo di vivere il presente da parte di ogni cristiano: la vittoria sulla morte cambia l’oggi del credente.