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Messa ‘in Coena Domini’ 2019: L’Eucaristia, medicina della nostra vita

18/04/2019

Ferrara, 18 aprile 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, siamo riuniti oggi per celebrare “la santa Cena”, “il nuovo eterno sacrificio”, “il convito nuziale”, come recitava la preghiera di colletta. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci ha ricordato le parole del Signore a Mosè e ad Aronne sulla cena pasquale ebraica, con al centro il sacrificio dell’agnello al tramonto. Il rito è familiare. Al tempo stesso è il rito che prepara un cammino, il cammino di liberazione. Infine è un memoriale, un rito da ripetere “di generazione in generazione”. Alla cena pasquale ebraica corrisponde l’ultima cena di Gesù. Al centro della cena cristiana – ci ricorda l’apostolo Paolo nel racconto che ne fa alla comunità di Corinto - non c’è l’agnello, ma c’è Gesù stesso. Il pane spezzato e il vino versato a mensa hanno lo stesso carattere familiare; prepara la via crucis, cammino verso la morte in Croce di Gesù, per “la nuova alleanza”, per la salvezza di tutti gli uomini; ed è memoriale: “ogni volta che mangiate questo pane e bevete il calice, voi annunciate la morte del Signore”. L’Eucaristia è per noi una celebrazione dove la Chiesa si sente una famiglia amata dal Signore, in cammino sulle strade del mondo, con il dono della presenza continua del Signore, celebrata dagli apostoli e dai ministri consacrati.
Il Giovedì santo è anche il giorno della ‘traditio’, del dono, della consegna. Del tradimento, della consegna di Gesù da parte di Giuda ai sacerdoti e agli scribi a cui corrisponde il consegnarsi spontaneo di Gesù ai suoi oppressori nell’orto degli ulivi. Il donarsi di Gesù ‘fino alla morte e alla morte in Croce’ trova anche nel gesto della lavanda dei piedi un’espressione significativa, non compresa da Pietro e dai discepoli. La lavanda dei piedi dice lo stile di Gesù, quello del servizio, a cui deve corrispondere lo stile del cristiano. Nel sacramento dell’Eucaristia riviviamo anche questo spirito di servizio, che fa dell’Eucaristia il ‘sacramento dell’amore’, della carità. Infatti, “condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli e ci trasforma via via in comunità santa e missionaria” (G.E. 142) – come ha ricordato Papa Francesco nell’esortazione Gaudete et exsultate.
L’Eucaristia è, poi, presenza reale di Gesù Cristo nella nostra vita. E’ una presenza intessuta di relazioni che passano attraverso la vita quotidiana, le relazioni. E’ una presenza reale purtroppo talora non percepita o che rischia di essere percepita nel suo passato e non nel presente. Si rischia di percepire al presente più l’assenza del Signore: per la sofferenza e l’indifferenza nostra, per la distanza con i fratelli, per le chiusure che aumentano, per l’abbandono della realtà ecclesiale. Anche nei tempi passati si percepiva il rischio di percepire più l’assenza che la presenza reale del Signore nella vita della Chiesa e del cristiano. Anche per questo si è sottolineato il valore dell’adorazione eucaristica. La stessa tradizionale ‘visita ai sepolcri’ ha lo scopo di sottolineare assenza e presenza del Signore. Il Giovedì santo, anche se la cena ultima è accompagnata dal tradimento, dall’inizio del cammino di passione del Signore, la celebrazione è gioiosa, “perché il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa”: la cena ultima è una cena pasquale, di vita. Anche per questa presenza viva, reale di Cristo l’Eucaristia, la comunione eucaristica è strada per rinnovare la nostra vita, ‘medicina salutis’, medicina per la nostra salute spirituale. Non dobbiamo perdere questo valore medicinale dell’Eucaristia, soprattutto se guardiamo alle ferite, alle sofferenze delle persone e delle famiglie che vivono nelle nostre comunità. Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, citando i Padri della Chiesa come S. Ambrogio e S. Cirillo d’Alessandria ci ricorda che “L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (E.G. 47). Dobbiamo non perdere questo valore ‘medicinale’ dell’Eucarestia, la grazia dell’Eucaristia. Questo chiede di valorizzare il sacramento come luogo anche della Riconciliazione, recuperando la dimensione già presente un tempo che è andata smarrita. Infatti la storia liturgica del Giovedì santo ci ricorda che in questo giorno un tempo erano celebrate tre Messe: la Messa della benedizione degli oli (la messa crismale), la messa ‘in coena Domini’, ma anche la messa per la riconciliazione dei penitenti. E’ il senso di quest’ultima messa che dobbiamo recuperare, con un collegamento stretto e rinnovato tra Riconciliazione ed Eucaristia, che non esprima solo la funzionalità dell’una per l’altra, ma il valore riconciliativo dell’Eucaristia. Si tratta allora di favorire cammini eucaristici di riconciliazione: per chi ha commesso un reato, per chi vive una situazione di disperazione, per chi ha subito o vive la separazione matrimoniale, per chi si è allontanato dalla fede. La Pasqua, infatti, è anche tempo di riconciliazione, di vero passaggio dalla morte al peccato alla vita. Dio Padre nell’Eucaristia ci dona anche la possibilità di sedere alla tavola imbandita dal Padre misericordioso, come per il figliol prodigo.
Cari fratelli e sorelle, viviamo insieme l’inizio di questo triduo pasquale sedendoci, come gli apostoli alla mensa eucaristica, ma anche lasciandoci lavare i nostri piedi, la nostra vita dallo sporco del peccato che non ci aiuta a camminare nell’amore a Dio e al prossimo, nella santità. Così sia.